Il volo spiccato dalle “Crisalidi” di Ciro Gallorano alla Biennale Teatro di Venezia

Crisalidi di Ciro Gallorano - Courtesy La Biennale di Venezia ph. Andrea Avezzù
Crisalidi di Ciro Gallorano - Courtesy La Biennale di Venezia ph. Andrea Avezzù

L’opera di Francesca Woodman nello spettacolo del regista under 35 vincitore della Biennale College 23

Uno spettacolo di visual theatre prepotentemente femminile, raffinatissimo e seducente è “Crisalidi” di Ciro Gallorano, vincitore della Biennale College Teatro per la categoria Regia under 35 del 2023.

Nessuna parola, soltanto una successione di tableaux vivants surrealistici che trovano il proprio ipotesto nell’opera di Francesca Woodman, affascinantissima icona della storia della fotografia sperimentale. A consacrarla in mito, concorse non solo la sua ricerca tecnica ed espressiva, ma anche il volo con cui pose fine alla sua vita a soli 23 anni nel 1981, lanciandosi da un palazzo di New York.
Nonostante la prematura scomparsa, l’archivio della sua produzione ha una vastità sorprendente tanto quanto la messa a fuoco di una poetica inconfondibile. Di questa, Ciro Gallorano e la sua compagnia Cantiere Artaud sono riusciti a tradurre in scena l’insuperabile originalità, non soltanto animando scatti ben riconoscibili, ma anche interpretandone ed esprimendone al meglio la densità contenutistica.

L’ingresso del pubblico a scena aperta provoca immediatamente un impatto suggestivo: gli oggetti ricorrenti nella produzione della fotografa – una poltrona in stile ottocentesco, una libreria verticale e vuota, una vasca, diversi specchi, le scarpe – sono dislocati in modo tra loro incoerente, tuttavia con una misura degli equilibri spaziali che richiama l’impostazione geometrica della poetica immaginifica della Woodman.

Andreyna de la Soledad è già sul palco, di spalle, con un grazioso vestito di pizzo nero: tiene una corda da salto tra le mani con cui accenna movimenti incompiuti, mentre scorrono le note malinconiche di un adagio di Benedetto Marcello.
Quest’atmosfera sospesa e delicata viene turbata dal cambio di tonalità musicali, che si fanno più rumoristiche; da una scenografia che, inizialmente compattata dietro la scaffalatura centrale, si apre a libro dispiegando uno sfondo imponente che ricorda le ambientazioni fatiscenti preferite dalla fotografa, e dove c’è spazio per una porta al cui stipite appendersi come su un’altalena; e infine dall’ingresso di un’altra giovane figura, che occuperà la scena con un ruolo maggiormente protagonistico, incarnando il ritratto impudico e inquieto che la stessa Woodman ci ha consegnato tramite i self portraits: autoritratti in cui svela o cerca sé, fissa la propria luminosa matassa di capelli e pensieri e al tempo stesso la propria ombra. “Alcune disordinate geometrie interiori” è infatti l’emblematico titolo della prima e unica raccolta pubblicata in vita nel 1981.

La sua alter ego sul palco si presenta con un vestito a tinte naturali, da cui sguscerà e in cui si rinfilerà nel corso della piéce, scoprendo e ricoprendo il proprio corpo, vero e proprio paesaggio di identità personale, da esplorare anche grazie agli specchi e da oltraggiare con inchiostro nero e bagni di acqua fredda.
E’ proprio l’indagine corporea ad occupare lo spazio centrale della partitura performativa e a far risuonare la specificità femminile con maggior nitidezza. Liberarsi dalle casacche dei ruoli predisposti per il proprio genere, arrivare alla pelle come luogo dove si deposita la luce, osservare le rotondità del viso e del seno, deturpare la bellezza con il nero in cui sembra materializzarsi l’interiorità: sono alcuni dei movimenti, innestati in continue metamorfosi ed interruzioni di azioni, che sembrano dare forma a domande implicite ed inevase, che mettono in discussione schematismi, significati e scelte predeterminate. A che serve tanta bellezza? A cosa la sua fecondità? La sensualità è davvero la conferma di un destino di amore e vitalità? Cosa, di una persona, si vede sulla superficie del suo corpo? Quanta libertà effettiva resta nella dialettica tra la propria identità e le aspettative sociali o le possibilità concrete di realizzare se stessi?

Per tutto lo spettacolo, in un equilibrio magico, ci si mantiene sul crinale dei molteplici contrasti di un’inquieta ricerca: tra luminosità e cupezza, tra delicatezza e trauma, tra potenzialità e drammaticità, tra vitalità e insostenibilità dell’esistere, tra padronanza e straniamento; una serie di opposizioni dalla temperatura malinconica e perturbata.
Si attraversa un continuo inabissamento in sé e – attraverso di sé – nel rapporto col contesto, con la norma e lo sguardo dell’altro. Nella dinamica delle antitesi rientra anche il rapporto tra le due protagoniste, che definiscono traiettorie parallele e spezzate, attraverso le quali si avvicinano, si allontanano, si sfiorano ma interagiscono direttamente soltanto occasionalmente. Sono entrambe crisalidi alla ricerca di affermare una forma identitaria e continuamente allo scontro con binari prestabiliti e coi limiti del reale. Si aggirano sul palco ciascuna con un differente disagio e passo alieno ad un ambiente in cui si amplifica il vuoto di senso.

«[…] ho bisogno di qualcuno che rischi di essere coinvolto con me» scriveva la Woodman. A tratti Andreyna de la Soledad sembra davvero essere quel qualcuno, un qualcuno che forse può essere soltanto il riflesso di una parte scissa di sé.
Tra lei e Sara Bonci si stabilisce un rapporto a tratti di elusione oppure di pericolosa vischiosità, a tratti di complicità e sorellanza. Teneri sono alcuni scambi riconducibili al dono di un nutrimento – una galletta, del latte bianco – che ovviamente non ha valenza soltanto fisica e tuttavia non è l’unica cosa che serve per mantenersi in vita. L’una e l’altra sono le due facce della stessa personalità, entrambe due crisalidi, il cui essere in potenza si traduce in impotenza e scacco, in un’estraneità tesa a scivolare continuamente altrove, evadendo da sé e dal reale.

La gestualità minimale delle mani, gli sguardi, i movimenti tarpati manifestano un senso di prigionia e vanificazione che via via si amplifica in comportamenti ossessivi, in particolare nella scena in cui la personalità più dominante si pettina i capelli per una durata interminabile, simulando una stereotipia autistica ed esasperata.
Quello sguardo diffidente verso le distorsioni di un ordine costituito e asfittico finisce per assimilare il meccanismo distorsivo e distorcere sé: la bambola si è rotta, non si regge più sui suoi piedi, lei stessa resta inaccessibile a sé e agli altri, intricato giardino polimorfico destinato all’incomprensione. Tra le frustrazioni che resero intollerabile la vita alla fotografa ci fu anche la mancanza di un tempestivo riconoscimento del suo talento.

«Ho dei parametri e a questo punto la mia vita è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza di caffè e vorrei piuttosto morire giovane, lasciando una serie di opere riuscite, dei lavori, la mia amicizia con te e altre, invece che lasciare che queste cose delicate svaniscano» ha scritto la Woodman poco prima di morire. Ed è su una delle immagini più commoventi che letteralmente precipita il buio e la vita si fa polvere.
Al centro, un’enorme teca rettangolare di vetro: dentro di essa, Andreyna de la Soledad nuda ne esplora tutti i limiti; al di sopra, con la stessa disarmata nudità, Sara Bonci si stende. E’ il momento di maggior prossimità fisica e sentimentale, dove il contatto cercato per tutto lo spettacolo, e anche in questa scena, lungo le pareti di un vetro, sembra possibile ma è reso ancora una volta drammaticamente irrealizzabile.

L’intensità dell’opera trae senz’altro vantaggio da un approccio compositivo collaborativo, come ci conferma espressamente Ciro Gallorano. La sua sensibilità fotografica e cinematografica ha raccolto i contributi personali offerti dalle due interpreti, sollecitate a radicarsi nel soggetto e a restituire con fiducia una propria proposta di rielaborazione: l’apporto di un vissuto prettamente femminile è perciò tangibile. L’intesa fra i tre deriva dalla collaborazione che hanno già affinato nella compagnia Cantiere Artaud, costituita insieme nel 2016 ad Arezzo.

In parallelo al coinvolgimento emotivo, l’esperienza estetica è di potentissimo e sorprendente impatto e si riconosce una singolare convergenza con la regia di Alessandro Serra nei primi lavori di Teatropersona. A questa resa, partecipa una pluralità di elementi strutturali, maturati grazie al tutoraggio del progetto da parte di Ricci/Forte e della segretaria di produzione Alessia Cacco, con il supporto di un’équipe messa a disposizione dalla Biennale Teatro.
Della scenografia di Alberto Favretto abbiamo già descritto l’impianto mobile; questa è pure segnata da crepe che si fanno rosse come i desideri e le ferite più intime della protagonista. Il fondale, così come altri dispositivi scenici, presentano effetti illusionistici e ludici che riconducono all’immaginario di “Alice nel paese delle meraviglie”: una scrivania da cui può spuntare una testa, una fessura sulla parete da cui fuoriesce una mano, un’apertura nella libreria dove immergersi e scomparire. Il tutto si sviluppa su una tavola cromatica molto rarefatta, dove la luce è «un altro attore in scena». L’illuminotecnica realizzata da Sander Loonen è mirata e precisa nei puntamenti, e riesce a riprodurre persino gli effetti di esposizione prolungata o doppia esposizione perseguiti nella fotografia dalla Woodman. La colonna sonora inoltre presenta contrapposizioni originali, dalla tradizione classica alle litanie mediorientali interpolate con l’industrial.

In un orizzonte in cui è difficile sottrarsi alla sovraesposizione di continui impulsi, soprattutto visivi, di discorsi urlati e di un esteso rumore di fondo, una rappresentazione che si sfila da queste logiche e da quella della narrazione, che ripristina il valore di un silenzio generativo e di un’immagine cristallina, offre un’occasione di autentica rivelazione: detto con le parole dello stesso Ciro Gallorano, è un’occasione in cui il teatro si afferma come «l’unico luogo in cui possiamo svelare una verità» e, aggiungerei, attraversare la complessità.

CRISALIDI
ideazione e regia di Ciro Gallorano
assistente alla regia Federica Lea Cavallaro
con Sara Bonci, Andreyna de la Soledad
scene di Alberto Favretto
disegno luci di Sander Loonen
costumi di Gianluca Sbicca
tutor del progetto Stefano Ricci e Gianni Forte
produzione La Biennale di Venezia

durata: 1h 05′
applausi del pubblico: 3’

Visto a Venezia, Biennale Teatro, il 15 giugno 2024
Prima assoluta

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