Angela Demattè e Andrea Chiodi firmano Le troiane di Euripide

Le troiane (photo: Masiar Pasquali)

Una produzione del Centro Teatrale Bresciano che sottolinea la dignità delle vittime

Non è solo un modo di dire che il teatro, anche quello scritto duemila anni fa, quando è grande teatro, è sempre contemporaneo. Ne è esempio fulgido “Le troiane”, o Le troadi (Τρῳάδες), la tragedia di Euripide rappresentata per la prima volta nel 415 a.C. e scritta, non a caso, durante la guerra del Peloponneso, che portò Atene a compiere misfatti anche contro i propri alleati.

Fulgido, perché già allora ci ricordava come la guerra sia, ed è, il massimo orrore che l’uomo può perpetrare contro l’uomo e dunque contro sé stesso e come, poi, a farne le spese non risulti chi la organizza, ma chi incolpevolmente la subisce: le donne, le figlie, le madri, le mogli soprattutto.

L’ambiente in cui si svolge l’azione dello spettacolo, a cui abbiamo assistito al Franco Parenti di Milano, è reinventato da Andrea Chiodi, che ne firma la regia, e da Angela Dematté, che ne ha curato l’adattamento e la traduzione, utilizzando anche le dolorose parole di Pascoli e Quasimodo.
Siamo in una casa qualunque, con tanto di bagno a vista, dove, dopo la distruzione della città, quattro donne vestite con abiti odierni, che vivevano a Troia rispettate e appagate, aspettano il loro destino: la regina Ecuba, moglie di Priamo, la loro figlia Cassandra, indovina che predice un futuro terribile, peraltro mai creduta, Andromaca, la moglie dell’eroe umanissimo Ettore ucciso da Achille, ed Elena, che a causa della sua bellezza, ambita sopra ogni altro onore dal marito Paride, ha scatenato la guerra. A loro toccherà in sorte di essere schiave dei Greci nemici: Cassandra verrà concessa ad Agamennone, Andromaca (Francesca Porrini) a Neottolemo, figlio di Achille, ed Ecuba dovrà seguire nelle sue peregrinazioni Odisseo.

L’unica presenza maschile, nella semplice ed efficace scena curata da Matteo Patrucco, su cui si aprono diverse porte, rese significanti dalle luci di Cesare Agoni, è quella di Taltibio, che funge da nefasto messaggero.
E’ chiara l’intenzione di Chiodi e di Demattè nell’ambientazione, ma non solo, anche se forse si poteva osare ancor di più, in modo maggiormente incisivo, inserendo le vicende in una chiave ferocemente contemporanea, tesa a ricordarci che durante questi ultimi anni abbiamo anche noi subito una sorta di guerra che non avremo mai ipotizzato, una battaglia che ha seminato decine di morti che ci abitavano accanto.
Non a caso il corpo del piccolo Astianatte, figlio di Andromaca ed Ettore, che Ulisse ha voluto sacrificare, facendolo uccidere da Neottolemo, gettandolo dalle Mura di Troia per interrompere la discendenza del nemico, ci accompagna per tutto lo spettacolo.

A Cassandra, una efficace, stralunata ed invasata Federica Fracassi, è dato il compito di ricordare ai vincitori che la loro ferocia si rivolgerà presto contro di loro, proiettando sul pubblico il monito della necessità di interrompere ogni istinto brutale nell’essere umano, in ogni tempo e luogo, monito che risulterà anche in seguito inutile.

Ma è soprattutto il personaggio di Elena, Alessia Spinelli, che viene catapultato nell’oggi: con il suo computer sempre acceso, sovraffollato di immagini che la catturano, lasciandola indifferente per ciò che le accade intorno, presa solo da un monologo esaltato per la bellezza esteriore, mistificatoria, anch’essa effimera, come la ferocia degli Achei trionfanti.

Quello che lo spettacolo lascia intatto, amplificandolo, è la dignità delle vittime che, seppur smarrite, cercano dolorosamente il senso del loro esistere, elemento che sfugge completamente ai vincitori, anche se alla fine Taltibio (Graziano Piazza), nauseato dall’orrore provocato dai Suoi, getterà un lume di speranza sulla possibilità del cambiamento del mondo.
E un segno di speranza porterà anche la struggente ed espressiva Ecuba di Elisabetta Pozzi, deponendo il corpo del nipotino nello scudo del figlio Ettore, accompagnata significativamente dal divino motivo di Händel “Lascia che io pianga”, alla ricerca di un senso eloquente al suo immenso dolore, che le fa dire fieramente: “Dobbiamo alzare la testa…”.
E così ci sprona a fare anche Euripide, complici Demattè e Chiodi, da duemila anni; tenteremo di farlo anche noi, nella speranza che il dolore che ci ha accompagnato in questi ultimi anni possa averci fortificato, diventando solo un brutto ricordo da cui poter trarre qualche insegnamento.

LE TROIANE
da Euripide
adattamento e traduzione Angela Demattè
regia Andrea Chiodi
con Elisabetta Pozzi
e con Graziano Piazza, Federica Fracassi, Francesca Porrini, Alessia Spinelli
scene Matteo Patrucco
costumi Ilaria Ariemme
luci Cesare Agoni
musiche Daniele D’Angelo
produzione Centro Teatrale Bresciano

durata: 1h 20′

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 9 febbraio 2022

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