Errando per antiche vie col Buddha silente del Monte di Brianza

Ph: Alvise Crovato
Ph: Alvise Crovato

Dall’alba alla notte, in cammino col monaco Seigaku e il direttore artistico Michele Losi, fra natura, meditazione e performance artistiche

Un fuoco acceso nello schiarirsi incerto dell’alba. Fa freddo e una moltitudine di bastoni di legno, un grumo di lana grezza in cima e una cordicina rossa aspettano il loro battesimo di fumo. Comincia così “Errando per antiche vie, capitolo secondo, Il Buddha silente del Monte di Brianza”, ideato e diretto da Michele Losi e il monaco Seigaku per Il Giardino delle Esperidi Festival 2026: sedici ore di cammino, quasi 27 chilometri, sette tappe, una regola sola: si cammina in silenzio. E una camminata fin da subito diventa rito.

Sono le 5.45 del 5 luglio a Corte San Donnino, borgo di Mondonico, comune di Olgiate Molgora. Il monaco zen Seigaku recita una preghiera in giapponese, e il suono, in un bosco della Brianza, suona come un dialetto arrivato da lontanissimo e perfettamente a casa. Losi e Seigaku distribuiscono i bastoni uno a uno, come un’ostia, tra inchini che si ripeteranno tutto il giorno.
La prima tappa del percorso è dedicata al chakra della radice, all’elemento terra, alle posture dell’albero e della montagna: stabilità prima di ogni cosa.
I successivi appuntamenti della giornata toccheranno tutti gli altri centri energetici e spirituali dei partecipanti tramite pratiche meditative, performance, riti di passaggio e dialogo con la natura.
In sedici ore di cammino, un minuto e trenta secondi di parole. Forse due. Il resto è silenzio, gambe, fiato, e ogni tanto un ginocchio che scricchiola per ricordare che il corpo, comunque, resta l’unico testimone davvero attendibile, uno che non sa mentire nemmeno quando gli si chiede di essere spirituale a comando.

Lungo il Sentiero delle acque, tra Mondonico e Campsirago, Losi racconta Dioniso dando al resto del cammino un fondo su cui appoggiarsi.
Dioniso nasce due volte, forse tre. Strappato dal grembo di Semele incenerita dalla folgore di Zeus, ricucito nella coscia del padre, portato a termine lì, in una gestazione che è già un paradosso biologico e teologico insieme. Nell’intreccio delle origini dionisiache c’entra anche Persefone, e in quelle versioni il bambino era stato ucciso in fasce dai Titani mandati da una Era gelosa: gesso sul viso, giocattoli in dono, uno specchio in cui il piccolo dio si guarda e non capisce più se è uno o è due. In quell’istante di dubbio la lama arriva. Fatto a pezzi in sette parti (sette come le tappe di oggi, sette come i chakra). Divorato. Salvo il cuore. Dalla cenere dei Titani colpevoli nasce il genere umano, che come al solito è scoria di un delitto, frammento di sostanza divina, in parti uguali. Una nascita sola non basta, per essere Dioniso.
L’invito tra i castagni a lasciare morire passo dopo passo quello che va lasciato per permetterci di rinascere. Il mito si fa vertebra e il sacro, in fondo, è proprio ciò che si sottrae alla logica dell’utile e dell’accumulo.

Seigaku e Losi (ph: Alvise Crovato)
Seigaku e Losi (ph: Alvise Crovato)

Maciniamo chilometri e a Campsirago Residenza, palazzo del Quattrocento a settecento metri di quota, la coreografa Erica Meucci firma l’anteprima nazionale di “Nel tempo del serpente”, produzione Laagam: tubi da irrigazione piegati in forma di serpente, materia povera per un lavoro concettuale sul tempo ciclico e sulla muta. Chiede più alla testa che alla pancia, e va bene così: non tutto deve colpire allo stomaco.
Altra strada, salite, discese e verso l’Eremo di San Genesio e la Madonna dell’Alpe, Sofia Bolognini firma “Selvatica”, intervento poetico sul sacro femminile e i suoi cicli. Sotto gli alberi, ognuno scrive su un foglio ciò che quel giorno deve morire, e lo affida al braciere. Piccoli funerali di carta, uno via l’altro.

Ph: Alvise Crovato
Ph: Alvise Crovato

Discesa e giù giù fino a Figina, nascosta tra le colline di Galbiate, per una sosta-pranzo in una valle che sembra un paradiso in miniatura. Poi, nel bosco, “Falena”, una produzione TIR Danza: la danza è di Alice Raffaelli, la coreografia di Elisa Sbaragli, il suono di Edoardo Sansonne. Una falena cerca la luce sapendo che la luce brucia: metafora facile, messa in scena che non lo è affatto. Il corpo di Raffaelli, sulla cresta della collina, disegna traiettorie mai lineari, avvicinamenti e ritirate, un quadrivio di gesti senza una sola direzione.
Usciti dal bosco ritroviamo l’ambiente urbano e alla chiesetta di San Rocco e Biagio, a Mozzana, il concerto di Giuseppe Di Bella intreccia voce e chitarra come radici sotto un prato. Il riverbero giusto, quello cercato a lungo nel soundcheck del pomeriggio (tecnici del festival impeccabili e senza fretta, merce rara), arriva infine come un canto che vuole farsi preghiera. Repertorio di brani inediti e di tradizione mediterranea, sicula e araba, corde trattate con effetti ambientali che sembrano arrivare da molto più lontano della piccola chiesa.

Ph: Alvise Crovato
Ph: Alvise Crovato

Ancora strada fino a Villa Bertarelli, dove alle 19 Losi e il maestro Seigaku guidano una meditazione nei giardini della villa, prima della salita finale verso San Michele al Monte Barro. Il sudore, fastidioso a mezzogiorno, è ormai una seconda pelle e il corpo smette di protestare per cominciare la sua lenta resa che avverrà sotto le stelle.
Strada strada strada fino a San Michele. È una chiesa antichissima, fatta costruire da Desiderio, ultimo re dei Longobardi, priva di tetto da un secolo e aperta al cielo. Alle 21, dentro quel guscio di pietra, Luca Maria Baldini presenta “Nessun cielo è senza luce”, con le installazioni video di Salvatore Insana: gli scritti di Francesco d’Assisi riletti, rimontati, messi in dialogo con voci che indagano spiritualità, tecnologia, crisi ecologica. Canti gregoriani, field recording, musica elettronica e voci artificiali si mescolano in un impasto che dovrebbe stonare e invece tiene. La chiesa scoperchiata e sconsacrata accoglie un gruppo scombinato dalla fatica, con la sua scomoda domanda su come restare spirituali senza scardinare la lettura lucida che possiamo avere sui tempi che corrono. È l’immagine più politica dell’intera giornata.

Cammino, esperienza artistica, festival, meditazione, rito. Dimensioni che si accavallano senza che nessuna vinca sull’altra.
Come i Titani davanti al piccolo dio allo specchio, dovremmo forse posare la lama prima di fare a pezzi quello che abbiamo appena visto. Resta una domanda sul rischio che, cedendo alla moda della “esperienza immersiva”, si trasformi pure il rito in un altro prodotto da consumare, solo confezionato meglio, venduto come autentico. 

Ph: Alvise Crovato
Ph: Alvise Crovato

Con questa giornata si chiude la ventiduesima edizione de Il Giardino delle Esperidi, nove giorni distribuiti tra i comuni di Colle Brianza, Olgiate Molgora, Ello, Olginate e Galbiate, tra boschi, sentieri romanici e chiese scoperchiate del Monte di Brianza. “Errando per antiche vie” è stato il secondo dei due grandi rituali pensati quest’anno da Michele Losi, dopo la notte di Ecate del 30 giugno: due dispositivi che condensano vent’anni di lavoro sul rapporto tra paesaggio, comunità e arti performative, e che quest’anno hanno scelto come figura tutelare Ecate, dea dei crocicchi e delle soglie, di chi sa stare tra la morte e la rinascita.

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