Mariano Dammacco: indago la degenerazione del rapporto con l’altro. Intervista

Mariano Dammacco (ph: Roberto Ligurgo)
Mariano Dammacco (ph: Roberto Ligurgo)

“Danzando con il mostro” è il nuovo spettacolo della Piccola Compagnia Dammacco che vede in scena, insieme a Serena Balivo, anche Roberto Latini

Il mese scorso, passando sul marciapiede vicino ad un uomo che camminava portando una mascherina, siamo stati redarguiti, forse perché ne eravamo sprovvisti, con l’epiteto “Omme ‘e merda!”. La cosa, invece di adontarci, ci ha fatto veramente molto ridere. Non avremmo dovuto uscire migliori dal periodo della pandemia?

Anche di questo il teatro si è ben accorto, se molti spettacoli in repertorio, indagando il presente, ci mostrano l’altro, chi ci sta vicino, con grande preoccupazione.
Lo fa in modo ironico, guardando dentro di noi con amarezza, la Piccola Compagnia Dammacco (Mariano Dammacco e Serena Balivo) in “Danzando con il mostro”, inglobando con sé un artista di razza e dall’identità ben riconosciuta come Roberto Latini.

Latini e Balivo, vestiti da gran gala, si muovono in una scena dominata ai lati da grandi aste che sorreggono microfoni, danzando – trasportati come sono qua e là – da una piccola scala semovente, divertendosi o credendo di farlo, riempiendo ad un certo punto di champagne gli eleganti calici, pronti per essere usati in proscenio e inondandosi a vicenda di spruzzi vaporosi.
Ma non è una festa gioiosa, la loro, piuttosto una kermesse dai toni lugubri, che vuole rimandare a tempi migliori. Ormai anche quella lingua che usavamo non c’è più, se il pubblico viene salutato attraverso un idioma inventato, tradotto simultaneamente.


Intanto un’altra presenza, lo stesso regista/autore con lo sguardo nascosto da una maschera ben riconoscibile, quella ridanciana e misera di Pulcinella, li guarda fuori scena, sporgendosi da una finestra.
Balivo e Latini diventano piano piano sempre meno lucidi sul palco, appropriandosi del testo approntato loro da Dammacco, e dandosi il cambio, anche se non sembrano mai collegarsi tra loro.
Ecco che così, poco alla volta, viene delineata la figura dell’altro, o meglio dell’altro che sta dentro di noi, e che spesso si impossessa del nostro essere: il mostro, un mostro inconsapevole che non uccide ma che vive (si mostra) quotidianamente, cibandosi di stilemi e riti sempre uguali a sé stessi, che non rimandano mai all’infelicità e alla morte, e pronunciando discorsi e sentimenti che non approfondiscono niente, rimanendo sempre in superficie.
Alla fine tutta quella mostruosità non avrà prodotto nessun profitto, se la felicità verrà relegata a quegli ultimi cinque minuti dell’ultimo respiro della propria esistenza…
Neppure lo spettatore può sentirsi libero dalla mostruosità che vede in scena: “Andiamo a teatro per farci dare del tu. Per poter dire: sono io, ma sei anche tu”.

Questa volta il testo di Dammaco pare però fin troppo rarefatto, troppo spezzettato, ritorcendosi spesso su sé stesso, e diventando esercizio di stile, ben assecondato dai suoi attori, certo, ma faticando un po’ ad arrivare al cuore e alla mente dello spettatore, o almeno ai nostri.

Lo spettacolo ci ha quindi lasciato un po’ indifferenti; per questo ci è piaciuta l’idea di confrontarci su “Danzando con il mostro” proprio con Mariano Dammacco, sia per approfondire meglio i contorni di questo spettacolo, sia per soffermarci sulla sua poetica, anche alla luce della pubblicazione, in un sol volume, dei testi dei suoi ultimi spettacoli.

Danzando con il mostro (ph: Luca Del Pia)
Danzando con il mostro (ph: Luca Del Pia)

Perché secondo te molti spettacoli, proprio ora, si interrogano sull’identità dell’altro, del nostro prossimo?
Immagino che molti artisti, quindi molte persone che hanno il dono di percepire, intercettare il sentire collettivo e individuale, sentano come la nostra relazione con l’altro sia in pessime condizioni; credo che questa degenerazione del nostro rapporto con l’altro accada perché da tempo ci siamo inoltrati su una strada, diciamo sinteticamente noi occidentali, in un modo di vivere un po’ malato, nel quale finiamo con il percepire l’altro come una cosa, nel migliore dei casi una opportunità o uno strumento per noi, e nel peggiore dei casi come un impedimento, un nemico. Intorno a questi pensieri c’è tanto da interrogarsi e tante interrogazioni da condividere con gli spettatori.

Che caratteristiche ha “l’altro” nel tuo spettacolo? Perché lo hai configurato come mostro?
In “Danzando con il mostro” proviamo a guardare alle zone oscure all’interno di un individuo che poi generano in seconda battuta una degenerazione della relazione con gli altri. Il nostro “Danzando con il mostro” guarda a un particolare tipo di altro, quindi: l’altro che ci abita, che abita ogni individuo, quel “sé stesso” che conosciamo meno, con il quale non riusciamo o non vogliamo parlare o non comprendiamo e con il quale spesso finiamo in una sorta di conflitto, tutto interiore, che poi inevitabilmente finisce appunto con condizionare la nostra relazione con le altre persone. Lo abbiamo evocato in scena come mostro perché il mostro, nell’origine latina della parola ovvero monstrum, allude proprio a qualcosa che ci fa paura ma vuole offrirci un monito, vuole dirci qualcosa. Qualcosa che a volte non comprendiamo, o non vogliamo comprendere, magari non abbiamo la possibilità di vederlo il nostro mostro, magari è troppo per noi e allora non lo guardiamo, non possiamo, fa troppo male e allora è meglio prendersela con gli altri, ma non prima di essersi accaniti contro noi stessi.

Per questo nello spettacolo è presente una lingua sconosciuta, nuova?
Sì, ho immaginato che il mostro dentro ognuno di noi parlasse una sua lingua, che appunto facciamo fatica a comprendere e che magari invece unisce tra loro tutti i nostri mostri.

Chi è il tuo personaggio?
La creatura alla quale presto corpo e voce nello spettacolo ci è stata finora restituita dagli spettatori come l’uomo alla finestra a cui fa riferimento il testo, un individuo su una soglia, dalla cui mente sorgono le immagini che sono lo spettacolo stesso, oppure viene interpretato come “il” mostro. Raccogliamo ciò che abbiamo seminato ovvero un segno, un significante rispetto al quale lo spettacolo si assume un maggiore rischio in cambio di una maggiore libertà dello spettatore di leggere le immagini e quindi il senso dell’opera in autonomia.

Come mai hai sentito l’esigenza di avere proprio Roberto Latini in scena?
Abbiamo sentito l’esigenza, il desiderio di avere Roberto Latini non solo in scena ma con noi nell’intero processo di creazione dello spettacolo. Insieme a Serena Balivo ci siamo chiesti chi potesse essere un artista da incontrare in un gesto artistico comune per aprire all’altro, appunto, il nostro percorso di ricerca come binomio artistico, ricerca che portiamo avanti da anni con il nome di Piccola Compagnia Dammacco. Abbiamo pensato a Roberto Latini perché non è solo un interprete ma un autore con un suo intero mondo estetico e di prassi di lavoro, mondo verso il quale sentivamo forti affinità e forti divergenze. Le affinità ci hanno convocato al lavoro insieme, e le divergenze hanno creato ciò che sentiamo come possibili spessore e fertilità dell’incontro. Ma mi piace ricordare anche gli altri artisti incontrati grazie a “Danzando con il mostro”: il musicista e sound designer Gianluca Misiti, il light designer Max Mugnai e la scenografa e costumista Francesca Tunno.

Con chi ti piacerebbe invece lavorare ora? Quale testo non tuo ti piacerebbe affrontare ora?
Immagino senz’altro di continuare a collaborare con Serena Balivo, così come immagino che sia lei che io potremmo vivere nuovi incontri; ci sono vari artisti con i quali mi piacerebbe lavorare ma preferisco non espormi, vedremo cosa ci riserverà il futuro. E vedremo anche cosa accadrà rispetto a un testo che non sia una mia opera originale, ho un paio di riduzioni di opere letterarie nel proverbiale cassetto e le sento bussare, vogliono uscire, vedremo. Perché sento che bussano? Per amore, sono opere che amo.

Hai racchiuso i tuoi ultimi cinque testi in una pubblicazione.
La pubblicazione a cui fai riferimento è un libro intitolato “Danzando con l’umano”, edito da Luca Sossella editore per Emilia Romagna Teatro Fondazione e fa parte dell’inizio della collaborazione mia e di Serena Balivo con ERT, collaborazione che ha reso possibile anche la produzione di “Danzando con il mostro”, per la quale sono grato anche alla Compagnia Lombardi Tiezzi e a Infinito, si tratta di una coproduzione. Quindi desidero cogliere l’occasione per ringraziare Valter Malosti per avere offerto una casa alla ricerca artistica di Serena e del sottoscritto. In questo nuovo viaggio con ERT si colloca la genesi del libro, per il quale ringrazio Sergio Lo Gatto e Debora Pietrobono, curatori del libro, per averlo immaginato e realizzato; e ringrazio Gerardo Guccini, il cui contributo all’interno della pubblicazione mi pare fondamentale, e lo ringrazio anche per la vicinanza di tutti questi anni al lavoro di Piccola Compagnia Dammacco, parlare con lui, ascoltarlo mi fa comprendere meglio il mio stesso lavoro.

Hai in mente una svolta nel tuo percorso drammaturgico? Hai in pectore altri testi?
Percepisco ogni nuova creazione, ogni spettacolo, come una piccola svolta, uno spostamento continuo e compiuto magari a piccoli passi, poco percepibile, ma se penso a “L’inferno e la fanciulla”, a “Esilio“, a “La buona educazione“, a “Spezzato è il cuore della bellezza“, mi pare una percezione abbastanza in dialogo con la realtà, mi pare che questi spettacoli abbiano molto in comune tra loro e molto di singolare ognuno di essi. Nuove visioni cominciano a prendere forma nella mia mente e nei miei appunti, ma non so ancora quale di queste visioni diventerà un mio prossimo testo. In fondo questa possibilità di scoprire forme e contenuti di un nuovo spettacolo durante il processo di lavoro, e non definendo tutto in partenza, questa possibilità di essere sorpreso dal mio stesso lavoro, mi riempie di senso, curiosità e divertimento.

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