Amleto al buio, Roberto Latini e l’arte di evocare i fantasmi

Roberto Latini in Amleto al buio
Roberto Latini in Amleto al buio

A Lecce, la voce dell’artista romano e la trama sonora di Gianluca Misiti chiudono la quinta edizione di UnteatroperBene

“Amleto al buio” non arriva per caso. Arriva come un sigillo. Lo spettacolo di Roberto Latini, che ne firma drammaturgia, regia e interpretazione, chiude la quinta edizione di UnteatroperBene, progetto promosso dall’Accademia Mediterranea dell’Attore, dal Polo biblio-museale di Lecce, dall’Archivio Carmelo Bene e dal Comune di Otranto, con il sostegno del Ministero della Cultura. La direzione artistica è di Franco Ungaro, che in questi anni ha costruito un percorso rigoroso e necessario intorno all’eredità di Carmelo Bene, non come monumento ma come campo di forze ancora attivo.

La scelta del luogo non è neutra. L’Archivio Carmelo Bene, ospitato nel Convitto Palmieri, è uno spazio di studio e di sedimentazione: manoscritti, libri, registrazioni, materiali scenici. Un museo che non espone soltanto, ma trattiene. Qui il teatro di Bene sembra dormire a occhi aperti. Ogni atmosfera è sopita. Ogni gesto è in potenza.

È in questo ventre silenzioso che “Amleto al buio” prende forma. O meglio: prende suono.
Buio totale. La scenografia è quella di “Hommelette for Hamlet”, spettacolo di Bene del 1987. Le statue angeliche sono figure bianche, immobili, di gusto funerario e barocco. Non hanno funzione narrativa, ma agiscono come presenze mute e ingombranti. Evocano un’idea di sacro decaduto, svuotato, quasi ironico. La loro fissità contrasta con la voce e la smaterializzazione del corpo di Latini. Più che angeli, appaiono come reliquie sceniche di un teatro morto.

Cuffie alle orecchie. La vista è sospesa. Il suono diventa guida, materia, architettura. La musica e il progetto sonoro di Gianluca Misiti non accompagnano la drammaturgia: la trasformano. Pianoforte come gocce d’acqua. Ticchettii meccanici, orologio-sveglia, pioggia lontana. Campane a morto. Il tempo non scorre, batte.

Latini torna ad Amleto per reinventarne l’immaginazione, non per raccontarlo. Shakespeare è solo il primo rimbalzo. Da lì si passa a Heiner Müller e alla “Hamletmachine”, ai detriti della tragedia, alla sua implosione. Il testo si riscrive continuamente, per capitoli, per frammenti. Tragedia e commedia scorrono insieme, senza gerarchia. Nel buio, ciò che non si vede si ascolta. E ciò che si ascolta si immagina. Qui si compenetrano dionisiaco e apollineo. Sonno e ragione. Veglia e follia.

Lo spirito di Amleto padre – ectoplasma – attraversa quello del figlio. La vendetta non è azione, è condizione esistenziale. La solitudine è la vera eredità. Il tradimento è ovunque. Il veleno serpeggia, come serpente diabolico, come parola che corrode.

La voce di Latini è il centro oscuro di tutto. Viscerale. Tormentata. Biascicata, strascinata, impastata. Una voce che si fa materia sonora prima che senso. È qui che il dialogo con Carmelo Bene si fa più evidente. Bene aveva reso la voce un’entità autonoma, capace di scardinare la lingua, di precedere il significato. Latini non imita: evoca. Due microfoni, usati magistralmente, sviscerano ogni potenzialità del suono. L’eco non è effetto, ma dramma. La parola si sdoppia, si perde, ritorna come spettro.
Il lavoro diventa sulfureo. Luciferino. Latrati improvvisi. Fiato come getto vulcanico. Voce cavernosa, infernale.

Siamo catapultati in un altrove onirico. Un rito iniziatico. Una seduta spiritica. Pensieri che diventano immagini, immagini che si comportano come incubi. “Blade Runner” affiora come fantasma contemporaneo: il ticchettio della pioggia, il futuro che è già rovina. Anche Amleto è un replicante della memoria.

Prima ancora Pasolini. Un futuro aprile. La maternità. La poesia “Supplica a mia madre” irrompe come bisogno viscerale d’amore. Come preghiera e ferita insieme. Latini si inginocchia. Implora. Vuole liberarsi dalla solitudine e insieme sprofondarci. Amore e distacco coincidono. Come in Amleto. Come in Pasolini. Ofelia emerge come puro dolore. Amore senza appiglio. La musica la avvolge, la sostiene e la affonda. Nessuna redenzione. Solo immersione.

Una citazione dalla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” – Fraternité – risuona come miraggio tragico. Subito dopo, il veleno ritorna. Fa capolino persino Eduardo. Il disordine che batte il tempo. Lo spettacolo si fa dadaista: parole scomposte, rumori metallici, frasi fatte di fiato. Il senso non si ricompone. Non deve. Perché una funzione del dramma è l’evocazione dei morti.

Qualche barlume di luce. Latini avanza verso il centro. Si china. Supplica. Pater noster in latino. Noi eravamo. Noi siamo. La sequela di morti scorre inesorabile. Tutti cadono. Tutti restano.

Quando il buio si richiude e il suono si spegne, qualcosa rimane. Una scia. Un residuo. Come dopo un film bellissimo visto di notte. I fantasmi non se ne vanno.

“Amleto al buio” è un’esperienza più che uno spettacolo. Un lavoro che si fa carne con la notte. Per ridestare i fantasmi di un artista e di un’opera. E ricordarci che il teatro, quando è necessario, non consola. Evoca. Scuote. Resta. Come bolla che cattura, rapisce, libera.

AMLETO AL BUIO
Drammaturgia, regia e interpretazione Roberto Latini
Musica e suono Gianluca Misiti

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’

Visto a Lecce, Convitto Palmieri, Archivio Carmelo Bene, il 20 dicembre 2025

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