James. La riflessione metateatrale (ed esistenziale) di Licia Lanera

Ph: Pasquale Divincenzo
Ph: Pasquale Divincenzo

“Chi manterrà vivo il mio ricordo? Sarò abbastanza brava a teatro da farmi ricordare?”

Una prova aperta di uno spettacolo. Un tavolo, delle sedie, un tappeto rosso in linoleum. Gli attori entrano in scena e si siedono. Cinque di loro sono vestiti di nero, come consuetudine, mentre gli altri, un attore barbuto (un “guru del teatro”), con al seguito due figure con teste d’animali, si contrappongono per l’abbigliamento bianco.

La regista si rivolge al pubblico, invitandolo a trattenersi dopo la prova per raccogliere feedback, impressioni, consigli; non sia mai che qualcuno abbia la fortuna del principiante e tiri fuori un’idea brillante per questa “brutta commedia”. Un’espressione che ricorrerà spesso nel corso della rappresentazione, in bilico tra finzione e realtà: è un dubbio, una paura, un’ammissione di colpe, una richiesta d’aiuto, uno scongiuro, una semplice battuta buttata lì, per prendersi un po’ in giro e alleggerire il carico del proprio malessere esistenziale.

Il tema dello spettacolo è la ricerca dell’immortalità come antidoto per superare la paura della morte, l’insicurezza di non lasciare a nessuno la propria eredità, il terrore di venire dimenticati come artisti e come persone.
La genesi del testo affonda le sue radici nel periodo del Covid, durante la chiusura dei teatri e la stasi lavorativa che aveva portato Licia Lanera, così come tanti altri (artisti ma non solo), a fare i conti con gli insoluti e con i fallimenti della propria esistenza. Nel suo caso, il rapporto conflittuale con la madre, la fine di una relazione sentimentale, non avere avuto figli, la precarietà di un lavoro totalizzante senza il quale ci si sente persi e inutili.

Ph: Emanuela Giusto
Ph: Emanuela Giusto

I movimenti interiori della regista invadono la scena, monopolizzando la drammaturgia in un moltiplicarsi del binomio madre-figlia che, a rotazione, si dispiega nel dialogo tra le quattro attrici presenti in scena, tutte di età diverse.
Non ha importanza chi è madre e chi è figlia, perché tutto si ripete, gli errori di una ricadono sull’altra, in un vortice di colpe e inadeguatezze che inficiano ogni tipo di relazione, rendendo particolarmente difficoltoso quello con il maschile.

Nella prima parte dello spettacolo l’azione è piuttosto scarna; la diversa dislocazione degli attori nello spazio (a tratti in piedi, seduti, al centro o ai lati) viene utilizzata a rotazione per creare i cambi scena. In mano alla verve degli attori (oltre a Lanera, Monica Contini, Chiara Davolio, Mino Decataldo, Danilo Giuva, Ermelinda Nasuto, Andrea Sicuro e Lucia Zotti), che spesso ricercano effetti comici, troviamo la parola tarata su un registro quotidiano, che opera su più piani che s’intersecano e si confondono: quello del testo dello spettacolo e quello del copione in prova.

Gli interventi del guru (ispirati al pensiero di grandi maestri, in primis Tadeusz Kantor) spezzano la trama con moniti aulici e sopra le righe, obbligando l’intelletto a slittare verso un ideale di teatro da perseguire, in contrasto con l’approccio caotico delle prove della compagnia.

Lo spettacolo avanza con ritmo moderato, tra slittamenti temporali, reiterazione di scene e dialoghi, a volte con effetto comico. La struttura del testo a matrioska desta curiosità nello spettatore, che all’apertura di ogni scatola ritrova elementi che conosce già, ma con nuovi particolari ancora da scoprire. Un meccanismo interessante di teatro nel teatro, ma ancora non del tutto oleato, in cui tuttavia lo sguardo del pubblico rischia di spegnersi una volta che tutte le scatole sono state aperte.
Per contro l’azione si va intensificando man mano, supportata dall’ingresso della musica, approdando alla composizione dell’immagine teatrale.

Sul finale fa il suo ingresso una marionetta, che incarna il James del titolo, un bambino dell’Uganda, adottato a distanza dalla stessa Lanera in periodo Covid, nel tentativo di colmare quel senso di vuoto interiore. Ma questa scelta appare talmente illusoria da far nascere il sospetto che le lettere di James siano frutto del lavoro di un impiegato di Save the Children.
In chiusura emerge così un messaggio polemico nei confronti della società occidentale, che con qualche opera di bene si lava la coscienza nei riguardi dei Paesi più poveri al mondo. Ma l’arrivo di James, atteso con ansia dagli attori, che lo guardano con devozione, agli occhi del pubblico risulta fin troppo posticcio.

Licia Lanera (ph: Emanuela Giusto)
Licia Lanera (ph: Emanuela Giusto)

Per festeggiare i vent’anni della carriera di Licia Lanera, ricordando i suoi esordi come Fibre Parallele e i momenti più significativi del suo percorso, al termine dello spettacolo si tiene un incontro con la regista e attrice. Nella sua verve dirompente, Lanera sottolinea più volte le difficoltà economiche che, come artista, si trova ancora ad affrontare, pur avendo ricevuto importanti premi e riconoscimenti a livello nazionale. L’atmosfera è gioiosa e amara al tempo stesso, un po’ come lo spettacolo, che pur strappando sorrisi lascia qualche perplessità.

James
Scritto e diretto da: Licia Lanera
Con: Monica Contini, Chiara Davolio, Mino Decataldo, Danilo Giuva, Licia Lanera, Ermelinda Nasuto, Andrea Sicuro, Lucia Zotti
Luci: Max Tane
Costumi: Angela Tomasicchio
Marionetta: Michela Marrazzi
Assistente alla regia: Luca Lo Vercio
Tecnica del suono: Laura Bizzoca
Produzione: Compagnia Licia Lanera
Coproduzione: 369gradi
Con il sostegno di: Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

Durata: 60′
Applausi del pubblico: 2′

Visto a Bologna, Teatro Arena del Sole, il 17 aprile 2026

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