La Misericordia di Emma Dante, tra pietas e stupore

Misericordia. Da sx Lo Sicco
Misericordia. Da sx Lo Sicco

C’è una vena scapigliata nel teatro di Emma Dante. C’è la capacità di avvicinarsi, senza imbarazzo né giudizi, ai temi del vizio e della colpa. C’è l’ardore di accostare la violenza, il degrado e la miseria, con una delicatezza priva di ogni morbosità, senza psicologismi né sociologismi, soprattutto senza derive moralistiche, lambendo con bonarietà il cerchio del disordine umano.

In “Misericordia”, di scena al Piccolo Teatro Grassi fino al prossimo 16 febbraio, l’artista siciliana esplora con il proprio armamentario i territori dell’emarginazione e dell’abbandono. La narrazione è intrisa di simboli quotidiani. Il racconto, sfrondato di ogni ridondanza drammaturgica, oltrepassa la cronaca e stempera la denuncia nella poesia.
L’arte si distingue dalla sociologia perché può gridare senza alzare la voce, affidandosi ai traslati della metafora e dell’analogia.

Sulla scena uno sfondo scuro e quattro sedie allineate, intervallate da ceste da cui si dipanano gomitoli di lana. Disposti in fila, lungo l’asse delle sedie, semplici oggetti come cavallucci per l’infanzia, cappucci colorati per bambini, una valigia, un sacco nero di cellophane, scarpe di diverse fogge.


Cristian Zucaro disegna luci tenui che diradano il buio e un poco rischiarano anche la platea. Tre donne sedute, Nuzza (Manuela Lo Sicco), Anna (Leonarda Saffi) e Bettina (Italia Carroccio) lavorano a maglia. Formano una catena di montaggio umana e artigianale. Il ritmatissimo ticchettio dei ferri nelle loro mani avvia la danza isterica e onirica di Arturo (Simone Zambelli), giovane disabile nato settimino da una mamma prostituta (Lucia) e da un papà falegname chiamato da tutti Geppetto.

Geppetto aveva l’abitudine di pestare Lucia. Proprio quelle percosse avevano accelerato la nascita di Arturo, costretto a vivere da orfano. Nuzza, Anna e Bettina si prendono cura di lui come Parche che compongono una triade matriarcale. Fra di loro non mancano gelosie e schermaglie, espresse attraverso un grammelot spiritoso e un dialetto trascendentale del Sud con varie filigrane regionali. Più che le parole, qui conta però la comunicazione non verbale. Gesti e occhiate scandiscono una danza istintiva, liberatoria, apotropaica. Il turbine ipercinetico avvolge soprattutto Arturo, in un mix catartico di spasmi istintivi e spigolosità primitive.

In bilico tra smemoratezza e regressione, “Misericordia” è sequenza d’immagini tra sonno, sogni e ricordi. La danza risveglia Arturo, lo pervade del dolce rumore della vita.
“Misericordia” è il catalogo di un Sud ancestrale, violentato eppure capace di risollevarsi sulla scia di valori come la solidarietà e il sacrificio. Tre donne in conflitto trovano l’armonia nell’accudimento di un figlio problematico, partorito da una loro amica nel degrado e nella violenza.
I ricordi assumono la forma di una vecchia foto che rimbalza da una mano all’altra, creando orditi come un lavoro a maglia. È l’inizio della festa. La danza tarantolata riempie la scena di coloratissimi oggetti naïf. Come in “Bestie di scena”, cadono gli abiti dei protagonisti, mettendo a nudo armonia, fascino ed eros. Si sprigiona l’essenza creativa di corpi di tutte le forme e di tutte le taglie, agitati dai bravissimi attori, in una performance orfica e avviluppante.
Sono tanti i temi di questo lavoro: la violenza di genere, la disabilità, il potere demiurgico e salvifico dell’arte. C’è la maternità: i figli sono di chi li cresce.

Una riflessione sul titolo, che sembra richiamare la preghiera del “Salve Regina”. Lì Maria è definita mater misericordiae, e poi vita, dulcedo et spes (vita, dolcezza e speranza); anche i suoi occhi sono misericordiosi (misericordes oculos). Quella di Emma Dante è però una religiosità terrena, fatta di lacrime e sangue, in cui spesso si affaccia il sorriso.

Poi il nome del protagonista, Arturo, la cui danza spiritata riempie la scena di gioco e colori. Ne “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, il protagonista, anch’egli orfano di madre, è un eroe-ragazzo che abbandona l’isola materna attraversando il mare e sfidando il pericolo. È l’allegoria del passaggio dalla preistoria infantile alla storia e alla conoscenza.
L’Arturo di “Misericordia” ha anche i tratti del “Fanciullino” di Pascoli. Ha soprattutto gli estri anarchici del “Pinocchio” di Collodi, evocato dalle movenze legnose, dalla pioggia di bottiglie di plastica e giocattoli che trasforma la scena in un fantomatico paese dei balocchi, mentre echeggia la colonna sonora che Fiorenzo Carpi creò per il celeberrimo sceneggiato di Comencini.
Il suono inebriante di una banda balcanica suggella lo spettacolo, squarciando il limbo della fanciullezza. Un bambino spastico, con la sua aura di stupore, attraversa il dolore e si prepara alla vita portando con sé il corredo dei ricordi. È un percorso di appropriazione del vero sé. È un ritorno, più che un’evasione. È l’esplorazione attenta della prima realtà verso le sorgenti non inquinate della vita.

Emma Dante mette a segno un’altra tappa verso quella semplificazione del linguaggio nella quale consiste l’esercizio della poesia. Se Čechov svelava la miseria dell’umano nascosta nello splendore delle cose, la Dante, come Saba, Pasolini e De André, coglie i fiori di bellezza nascosti nei bassifondi esistenziali.

MISERICORDIA
scritto e diretto da Emma Dante
luci Cristian Zucaro
con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli
coproduzione Piccolo Teatro di Milano–Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo

durata: 55’
applausi del pubblico: 5’

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 22 gennaio 2020
Prima nazionale

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2 Comments

  1. says: Roberto

    Bravi attori. Perché recitare in dialetto e per giunta ” stretto” ?
    Perché non evitare o limitare la scena dello spogliarello ?
    In sintesi, non la trovo una bella commedia.

  2. says: Vincenzo Sardelli

    Gentile Roberto, io non vedrei “Misericordia” come una commedia, ma come un lavoro di performance che non è possibile inquadrare in un genere definito. Il nudo non è integrale, ma ciò che conta è che non sia volgare, e questo caratterizza vari lavori di Emma Dante, ad esempio “Bestie di scena”.
    “Vestire gli ignudi”, del resto, è una delle sette opere di misericordia, cui allude il titolo. Ci sono corpi che sono case, strade, danze, e poi c’è un posto. Qui ci sono tre donne in mutande e reggiseno. Un uomo con il pannolone. Il corpo e la casa. Il contenuto e il contenitore. Sono quattro corpi-rifugio che risplendono di normalità, appesantiti dagli anni, alleggeriti dalla bellezza del gesto delle mani e dei piedi e delle scarpe. Smascherato il corpo, “Misericordia” ci chiede di rallentare la corsa.
    In definitiva, non si deve dimenticare mai di essere dentro un’opera, o meglio dentro un’idea. E allora si può vedere il corpo in modo diverso, come opportunità espressiva per sprigionare fragilità e bellezza, e non certo come richiamo seduttivo o come oggetto erotico.
    Quanto all’uso di questo dialetto che non è “stretto”, ma è la somma di varie lingue che si addensano in una sorta di grammelot, citerei un pensiero della stessa Emma Dante:
    “Non esistono sinonimi di molte parole dialettali che uso nei miei spettacoli, e quindi se devo tradurle faccio fatica. In questo senso dico che non conosco questo mio dialetto; cioè non lo conosco nella traduzione in italiano. Faccio un esempio con la frase che è all’inizio di mPalermu: «chi fa, arapemo ‘sta finestra?» Quel «chi fa» cambia tutto. La traduzione letterale sarebbe: «che fa, la apriamo questa finestra?». Ma «che fa» non vuol dire niente. Invece quel «chi fa» in dialetto racchiude un sentimento molto preciso che è: «se non apriamo questa finestra è la fine, perché moriamo soffocati». Come fai a tradurlo in italiano? Per questo dico che mi spiazza il dialetto, perché è un modo assolutamente segreto per me, perché ha in sé il segreto; in qualche modo è inaccessibile. E soprattutto sto scoprendo che certe parole stanno entrando nel mio vocabolario: sono parole rivedute e corrette, rielaborate che non esistono nel dialetto che si parla in città. Quindi ci sono delle parole che tornano sempre e che sono diventate ormai una cifra stilistica”.
    Del resto, il dialetto caratterizza il teatro e la letteratura dagli albori, fino ad arrivare ai vari Goldoni, Belli, Porta, Trilussa, ecc.
    La saluto cordialmente, e grazie del Suo commento.

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