Dopo le polemiche sul boicottaggio del Franco Parenti e il dibattito su Gaza, il mondo teatrale si interroga sul ruolo degli artisti. Un appello alla direttrice: fare del teatro un luogo capace di ascolto, complessità e confronto civile
Il dibattito accesosi attorno alla figura di Andrée Ruth Shammah e al Franco Parenti non si spegne. Anzi, si arricchisce. Dopo la bufera social attorno al nostro articolo del 25 agosto, le prese di posizione di artiste e artisti, l’appello al boicottaggio e l’intensa discussione che ne è seguita, emerge oggi una necessità più profonda: quella di trasformare il dissenso in proposta, l’indignazione in dialogo, la polarizzazione in una sfida collettiva per ripensare il ruolo del teatro, la responsabilità della cultura e la possibilità – ancora tutta da esplorare – di fare pace nel luogo dove, da sempre, si rappresentano i conflitti.
Quello che stiamo attraversando non è solo un momento critico. È un’opportunità. Una di quelle occasioni rare in cui la realtà irrompe sulla scena e chiede al teatro di rispondere non con neutralità, ma con intelligenza. E con coraggio.
Il dissenso non è nemico del teatro
Il dissenso non dovrebbe essere percepito come un attacco. Anzi, è un indicatore di vitalità. Il fatto che oltre un centinaio di artisti, spettatori, critici e cittadini stiano discutendo animatamente del Franco Parenti dimostra l’attenzione per questo luogo, la sua importanza simbolica, il suo ruolo nevralgico nel sistema culturale italiano.
Le reazioni – anche dure, a volte impietose – sono segno che il mondo teatrale sente il bisogno di riprendersi la parola. E di farlo in relazione a un tema enorme, devastante, troppo spesso ignorato o rimosso: il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, le sue cause, le sue implicazioni storiche, politiche, morali. Il grido che sale è: non possiamo fare finta di niente.
È vero: alcune posizioni si sono espresse con toni accesi, a volte taglienti fino all’attacco scomposto. Ma sotto l’insofferenza c’è una richiesta limpida, legittima, democratica: che un teatro pubblico, finanziato anche con risorse statali, possa e debba essere uno spazio di confronto reale, non la cassa di risonanza di una sola visione ideologica.
Il boicottaggio come segnale, non come condanna
La proposta di boicottaggio lanciata da artiste come Renata Ciaravino, Elena Scalet, Monica Bonomi, Laura Carioni, Monica Nappo, Rossella Raimondi (per citare solo le più determinate dentro la nostra pagina Facebook) ci ha scosso. Chi l’ha sostenuta ha precisato da subito che non si tratta di silenziare, ma di “chiamare alla responsabilità”, di smontare le fake news. Boicottare, qui, non significa distruggere: significa chiedere che chi ha potere culturale si assuma il peso – enorme ma ineludibile – delle sue scelte comunicative e politiche.
Il punto non è negare a Shammah, figura di spicco della comunità ebraica italiana, il diritto di esprimersi. Il punto è che, da direttrice di un TRIC (Teatro di Rilevante Interesse Culturale), il suo spazio espressivo non è più solo personale: è istituzionale. E quando il teatro ospita conferenze con titoli come “La verità sul conflitto israelo-palestinese”, dando voce esclusivamente a una lettura filo-israeliana, senza spazio per visioni dissonanti, non si tratta più solo di opinione. Si tratta di rappresentanza culturale, di una scelta precisa che merita di essere interrogata.
Le artiste e gli artisti che oggi contestano il Franco Parenti, lo hanno in passato probabilmente frequentato e sostenuto. Questo dissenso non è un rifiuto.
Le assenze che pesano
Da osservatore e giornalista, ciò che mi colpisce – e mi disturba – è soprattutto l’assenza. L’assenza della maggior parte dei teatri italiani. L’assenza di una programmazione capace di affrontare, con coraggio, ciò che accade a Gaza. L’assenza di narrazione, di strumenti, di proposte. L’assenza, infine, del teatro come spazio politico nel senso più nobile e profondo del termine: come luogo di presa di parola pubblica, di mediazione, di conflitto, ma anche di ascolto.
Il Franco Parenti non è il solo, certo. Ma è emblematico. È il nodo in cui convergono tensioni irrisolte. È il teatro dove tutto questo è diventato visibile.
In questi mesi, abbiamo visto solo una manciata di esempi significativi sul dramma che sta subendo il popolo palestinese. Troppo pochi. Il teatro italiano, con poche eccezioni, è stato pavido. Ha preferito evitare. Tacere. Delegare. Lasciando alla cronaca, ai social, agli insulti reciproci il compito – maldestro – di raccontare l’indicibile.
Controinformazione, mistificazione e bolle autoreferenziali
Un altro nodo cruciale riguarda la controinformazione filoisraeliana, che – per quanto minoritaria – ha avuto un impatto notevole anche nelle reti culturali. I post di Shammah sono espressione di una narrazione che in Israele è dominante: quella che cristallizza tutto il conflitto nel trauma del 7 ottobre, ignorando le premesse storiche (gli oltre 8000 palestinesi assassinati prima di quella data, partendo dal 2008) e le conseguenze (una carneficina senza precedenti, fame, esodi forzati, distruzione sistematica).
Chi denuncia tutto questo non è un estremista. Non è nemmeno, per forza, un attivista. È spesso un cittadino che cerca di capire, di non essere complice. Ma il rischio – concreto – è che si parli solo alla propria bolla. Che si alimenti un linguaggio assolutista. Che si cada nell’errore opposto: rimuovere le paure ebraiche, banalizzare, sottovalutare le derive.
Non siamo migliori di chi ci ha preceduto. Questo dovrebbe essere un presupposto etico. La Storia ci insegna che il boicottaggio può essere un gesto giusto, ma può anche degenerare. Il rischio esiste. E proprio per questo dobbiamo esercitare la vigilanza, la cautela, la responsabilità. Non si può pretendere che tutto sia neutro. Ma neppure si può accettare che tutto diventi polarizzato.
Il dialogo si costruisce
La domanda che pongo – anche a me stesso – è: vogliamo davvero dialogare? O stiamo solo parlando tra chi la pensa come noi?
Quando ho commentato sotto i post della direttrice, nessuno mi ha insultato. Ho ricevuto risposte. Poi i post sono stati cancellati. Un gesto discutibile, certo. È evidente che la direttrice è sotto pressione, sia per la sua posizione pubblica, sia per la sua identità privata e comunitaria.
Ma proprio per questo motivo, Andrée Ruth Shammah ha oggi un’opportunità rara: trasformare una frattura in occasione.
Un invito: fare del Franco Parenti un’agorà del dialogo
Da qui nasce la proposta. Un invito. Un gesto. Una speranza.
Riaprire il Franco Parenti al confronto civile e plurale. Non con dichiarazioni, non con comunicati stampa, ma con una programmazione culturale vera, viva, potente. Facciamo del Parenti un teatro dove si possa ascoltare Francesca Albanese accanto a David Grossman. Dove intellettuali ebrei possano dialogare con attivisti palestinesi. Dove una figura come Moni Ovadia – che ha sempre fatto del dissenso una forma d’amore – non sia esclusa, ma convocata. Dove si possa davvero fare i conti con la complessità.
Pensiamo a un ciclo di incontri, di letture pubbliche, di spettacoli. Portiamo in scena il pensiero. Non la semplificazione. Facciamo sì che sul palco salgano anche le voci rimosse. Non per dire: “Hanno ragione loro”, ma per dire: esistono, soffrono, meritano ascolto.
Proponiamo un grande evento che unisca arte, pensiero, politica e compassione. Un “Teatro per Gaza”, o anche un “Teatro per due popoli”. Non per parteggiare, ma per testimoniare. Per non lasciare spazio solo al pianto o all’odio, ma per raccontare ciò che il teatro sa fare (quando supera i social) meglio di ogni altro linguaggio: l’umano.
Una proposta al mondo teatrale italiano
Il Franco Parenti non è il solo. Ma è diventato il simbolo di una crisi che riguarda tutto il sistema teatrale italiano. Una crisi di coraggio, di presa di parola, di capacità progettuale.
Quante stagioni teatrali, nei mesi successivi al 7 ottobre, hanno ospitato testi palestinesi, voci della diaspora, performance dedicate a Gaza? Quanti direttori artistici hanno pensato di aprire un confronto serio, autentico, non retorico, su cosa significhi oggi fare cultura in tempo di guerra e di aggressione?
Il teatro italiano ha per lo più taciuto. Si è ripiegato su sé stesso. È rimasto a guardare, mentre fuori si contavano i morti. Questo è il vuoto più doloroso.
Per questo l’invito che rivolgiamo oggi alla direttrice Shammah, lo estendiamo a tutte le direzioni artistiche, ai curatori, ai programmatori, agli artisti che operano dentro e fuori le istituzioni. A Milano, a Roma, a Napoli, a Palermo, a Torino. A Bari e Cagliari.
Serve una cultura teatrale che sappia assumersi i rischi dell’oggi, non solo rappresentare i dolori del passato. Serve un’agenda condivisa, orizzontale, non episodica. Serve immaginare il teatro come luogo che accoglie l’urgenza politica senza ridurla a ideologia o peggio a propaganda.
E alla direttrice Shammah: una sfida costruttiva
Alla direttrice del Franco Parenti diciamo: oggi ha una possibilità rara, forse unica. Può scegliere di non chiudersi dietro la propria comunità, la propria storia personale, le proprie ferite. Può scegliere di aprire, non di difendersi. Può decidere di essere la figura pubblica che non si lascia dettare l’agenda da nessuno, né dal ricatto della solidarietà etnica, né dalla pressione dei social.
Può scegliere il teatro. Può scegliere Milano. Può scegliere di tornare a far parlare il Franco Parenti non per omissione o provocazione, ma per invenzione, per generosità, per intelligenza. Può scegliere, in fondo, la pace.
Che questo teatro diventi un’agorà. Un luogo dove israeliani e palestinesi, ebrei e arabi, italiani, migranti, intellettuali, attivisti e spettatori possano ascoltarsi. Condividere visioni. Raccontare la verità, anche quando è dura. Anche quando fa male.
Portare sul palco figure come Francesca Albanese, Yuval Noah Harari, David Grossman, Moni Ovadia, Tahar Ben Jelloun, Ilan Pappé, Suad Amiry, Amos Gitai, Eyal Sivan: non è un’utopia, è un progetto possibile. Basta volerlo.
Una cultura che sappia ascoltare
Nel frattempo, chiediamo a chi partecipa al dibattito – anche su questa pagina, anche dentro questa polemica – di abbandonare i toni ricattatori, offensivi, sprezzanti. Non ci serve l’odio. Non ci serve il disprezzo. Serve una cultura dell’ascolto. Serve l’onestà del dubbio. Serve la responsabilità della parola.
Il boicottaggio, lo ripetiamo, non è una fine. È un segnale. Ma può diventare un punto di partenza se si accoglie la critica non come delegittimazione, ma come chiamata alla coerenza.
Un teatro pubblico non può permettersi di essere opaco, parziale, chiuso. Ma può – e deve – essere uno spazio in cui il conflitto si mette in scena, si disinnesca, si comprende, si attraversa. Con il linguaggio dell’arte. Con la forza della parola. Con la vulnerabilità dell’umano.
Un teatro per costruire la pace
Oggi, nel cuore dell’Europa, mentre la guerra uccide, affama, distrugge, il teatro può essere ancora un tempio della pace. Ma non della pace come retorica. Della pace che nasce dallo scontro tra verità e visioni differenti. Della pace che non cancella i traumi, ma li racconta. Che non giudica chi soffre, ma prova a capire da dove nasce quella sofferenza.
Se oggi qualcuno – anche una sola persona – pensa che il Teatro Franco Parenti sia un luogo che rimuove la tragedia palestinese, allora, direttrice Shammah, c’è qualcosa che va ripensato. Non per paura o conformismo. Ma per rispetto di ciò che il teatro è sempre stato: un luogo dove il mondo si mette in discussione. E magari si trasforma.
Azioni concrete
Sono più che mai necessarie, oggi, azioni concrete.
Lo sta facendo anche una parte del mondo artistico, sostenendo la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza.
Domenica 31 agosto decine di imbarcazioni, con a bordo migliaia di volontari e delegazioni da 44 Paesi nel mondo, salperanno (dall’Europa all’Australia, dalla Malesia alla Turchia) in direzione di Gaza, realizzando la più grande flottiglia civile coordinata della storia, per un unico obiettivo comune: spezzare l’assedio di Gaza via mare, aprendo un corridoio umanitario per aiutare il popolo palestinese. Con il sostegno della Caritas, si prevede di arrivare a 60-70 tonnellate di beni di prima necessità raccolti, caricati su quattro imbarcazioni. Chi volesse sostenere l’iniziativa lo potrà fare attraverso donazioni.

Le parole che non sarei mai riuscito ad esprimere così bene.
Richiamare tutti, tutti, al vero dialogo, quello che parte dal dubbio, dalla domanda. E non dalla risposta.
Grazie.