Dalla regista russa Elina Kulikova al tedesco Julian Hetzel, dal coreografo Mehdi Dahkan alla palestinese Shereen Abedalkareem, un festival dal respiro internazionale per riflettere sulla realtà e renderci più consapevoli
Fuori alla Fabbrica del Vapore di Milano qualche ciclista, un furgone in doppia fila, la luce che comincia a scendere di tono. Dentro, Life.
Seconda edizione, dal 30 aprile al 21 maggio, del festival di ZONA K in collaborazione con Fabbrica del Vapore e Institut Français dove prendono posto teatro, arti visive, installazioni, incontri. Un programma che interroga il modo in cui le scelte artistiche dialogano con il nostro sguardo sul presente.
Le installazioni occupano le Cisterne, gli spazi ipogei della Fabbrica del Vapore. Ambienti che il luogo stesso, un’ex officina meccanica di fine Ottocento, rende già carichi. Struttura industriale, luce controllata, mattoni a vista. Si entra e la città sparisce.
“The Face of the City” della palestinese Shereen Abedalkareem è la prima installazione che incontriamo. Composizioni fotografiche che ritraggono architetture urbane riconfigurate, in modo che un edificio formi un altro edificio, una facciata contenga un’altra facciata. La trasformazione urbana come soggetto, ma anche come metodo. Riporta a palinsesti medievali, quei manoscritti dove i monaci raschiavano la pergamena per scriverci sopra di nuovo, e sotto l’inchiostro ne riaffiorava altro più vecchio. La città è così. Raschi e raschi, e sotto trovi sempre qualcosa che non t’aspettavi. Abedalkareem viene da un Paese che trasformazioni urbane ne ha conosciute di assai violente. Lo fa vedere, e quel che non si vede lo si sente nel video che accompagna la mostra.

La seconda tappa è “Family Portraits of VNP, Very Normal People” di Pier Giorgio De Pinto, l’installazione più perturbante del pomeriggio. Famiglie ibride, simbiotiche, mutanti, generate con sistemi di intelligenza artificiale. Famiglie che non son famiglie di sangue ma di risonanza. Non c’è origine, ci son collisioni che formano volti e mutazioni emotive.
Se provi a metterti di fronte al monitor in mezzo alla stanza compare il ritratto della tua famiglia, in cui nessuno dei componenti ha un volto del tutto ascrivibile all’originale. Eppure è qualcosa di potentemente familiare, che assomiglia alla memoria di qualcuno che conosci ma non riesci a mettere a fuoco. Evidentemente un’AI non come strumento di produzione rapida ma come dispositivo concettuale. Non scorciatoia, ma specchio deformante dell’umano.
Strumento per la ricerca ossessiva dell’artista, un decalogo a parte illustra le potenzialità della ricerca, le intersezioni dei DNA virtuali, le parentele tra famiglie, i possibili sviluppi. Una chatgpt personalizzata a lato della sala consente di dialogare con l’“artista”, o con l’IA, per comprendere a pieno la natura dell’ossessione per una identità polimorfa e in divenire.

“La tua e la mia esistenza e l’esistenza del mondo” di Chongyan Liu (Cina) ci riporta – in un balzo fra epoche e dottrine – al Dasein di Heidegger, l’esserci, il modo in cui l’esistenza non è mai soltanto nostra ma è sempre già gettata nel mondo. Liu, in un’installazione che dura circa dieci minuti, mette il pubblico fra due proiezioni monumentali: da un lato la portaerei Liaoning, la prima operativa della marina cinese, che avanza verso lo spettatore con una massa sonora che si sente nello sterno prima ancora che nelle orecchie. Dall’altro, uno tsunami. Le due immagini si alternano, si sostituiscono l’una all’altra in un passaggio quasi fisico.
Il paesaggio sonoro è un palinsesto di archivi storici, retorica politica, suoni naturali.
La potenza militare e quella della natura accostate senza commento. Il sublime tecnologico e quello naturale, nella stessa stanza, alla stessa intensità. Il transito sopra le nostre teste della colossale nave fa di certo effetto.
Ma il colpo emotivo più forte arriva dalla mostra che racconta la Palestina oggi. “Activestills, Documenting Life, Death and Resistance in Palestine”, a cura di Prospekt Palestine Project, è composta da scatti di fotografi palestinesi. Alcune immagini sono di chi è ancora vivo. Altre di chi è stato ucciso mentre lavorava.
Certe cose non hanno bisogno di essere interpretate; hanno bisogno di essere guardate. E vale davvero la pena la visita non solo per l’impatto umano, ma anche per la curatela davvero magistrale.
Il tempo per un caffè e raggiungiamo lo Spazio Noce, dove ci attende un cerchio di sedie senza nessuna cattedra. Un dialogo, ribadiscono fin dall’inizio, affinché sia chiaro da subito che non sarà un convegno: si tratta semmai di parlare e confrontarsi con il regista tedesco Julian Hetzel, performer, musicista e artista visivo di cui vedremo “Three Times Left Is Right”.
Il tema della sessione, “Il due, il molteplice”, suona come un’esercitazione di logica formale. Non lo è. I partecipanti sono quasi tutti giovani e il fatto che il discorso ecciti menti, corpi e cuori è evidente dallo scambio con Hetzel. Un ragazzo con un maglione verde spiega come l’opacità degli altri sia una forma di rispetto reciproco. Hetzel parla, nel suo fluente inglese, di una giusta dose di ambiguità: l’arte non serve a spiegare.
Simone Weil scriveva dell’attenzione come forma suprema di amore, e in questo dialogo l’amore è abbondante. Nessuna conclusione a cui arrivare. Solo abilitare spazi e tempi per il dialogo, per fare un’esperienza diretta della democrazia come disciplina del corpo e della voce.
In una sala gremita e fremente, l’atteso “Three Times Left Is Right” di Studio Julian Hetzel giunge a Life in prima nazionale.
In platea aleggia uno stato di allerta. Lo spettacolo apre con un trigger warning che dura diversi minuti. Voce sintetica, testo bianco su schermo nero, elenco analitico di tutto ciò che lo spettacolo contiene e che potrebbe turbare qualcuno: odori forti, bassi potenti, luci stroboscopiche, contenuti politicamente sensibili. L’elenco di avvertenze è abbondante. Continua ancora, fino a che non diventa un catalogo dell’impossibile, un inventario del mondo intero come potenziale fonte di trauma. Vien da pensare alle navi dell’Iliade, a quell’enumerazione che Omero usa per fermare il tempo prima della battaglia. Anche lì, l’accumulo era il messaggio.
In scena Kristien De Proost e Josse De Pauw, che sono coppia anche nella vita, qui incarnano le due facce della polarizzazione politica contemporanea. Lei la nuova destra, lui la sinistra in crisi d’identità. Un cerchio ideologico, in cui girando abbastanza a sinistra si finisce a destra, e viceversa. Tre volte a sinistra fa destra.
Lo spettacolo è politico nel senso più fisico del termine. Aggredisce persino col volume, assai alto, con i bassi che arrivano nelle ossa. Le luci stroboscopiche spiazzano la percezione e i sottotitoli cominciano a commentare, a sovrapporsi al testo parlato, a contraddire quello che si sente. La lingua stessa si polarizza, si spezza in due versioni incompatibili di sé stessa. Come le conversazioni a tavola con certi parenti o, più comunemente oggi, come le discussioni sui social.
Una coppia reale, di Vienna, ha ispirato il lavoro: Caroline Sommerfeld, intellettuale di spicco della Nuova Destra austriaca, e Helmut Lethen, sociologo con un passato comunista. Marito e moglie. Figli che crescono nel mezzo. La politica non come arena pubblica ma come camera da letto, come cucina, come litigio che non finisce mai perché finire vorrebbe dire che uno dei due ha torto, e nessuno dei due può permetterselo.
L’indomani, sotto una pioggia battente che non ferma il pubblico del festival, ci ritroviamo al confine tra Russia e Ucraina, nel più grande conflitto in Europa dalla seconda guerra mondiale. Assistiamo alla performance “Trilogie de la guerre/Un champ brûlé”, primo capitolo di una trilogia che la regista russa Elina Kulikova sta portando avanti a seguito della fuga dal suo Paese dopo aver subito persecuzioni politiche nel marzo del 2022.
È un lavoro che riesce a essere potente ed emozionante nella sua semplicità concettuale. Auto-narrazione, conflitto, memorie e romanze popolari si mescolano in un’esperienza straniante che spesso toglie il respiro.
Sulla destra un pianoforte, sulla sinistra un cono di luce nel quale l’artista russa, in un lungo abito bianco, canta con eleganza e struggimento i classici della sua tradizione. Al pianoforte siede Dima Efremov, artista e attivista impegnato nel sostegno ai rifugiati russi, bielorussi e ucraini. Il suo tocco, in un elegante frac, è preciso, con un assolo finale degno della miglior tradizione concertistica.
Il concept della performance, semplice e immediato, si basa sulla presenza scenica dei due interpreti – eleganti, sorridenti, impeccabili – in netto contrasto con la narrazione, affidata a testi proiettati sullo schermo. Le parole parlano di guerra, perseguitati ed esperienze personali, evocando immagini dolorose e pensieri angoscianti; intanto, sul palco, va in scena una rappresentazione edulcorata della grande cultura russa. Il contrasto è così netto da risultare inevitabilmente coinvolgente.

Sempre nello spazio della Cattedrale della Fabbrica del Vapore, assistiamo poi a “Kms of resistance”, del coreografo Mehdi Dahkan, anche interprete insieme a Mohamed Bouriri. Una performance fatta di corpo e respiro.
Con il pubblico disposto sui quattro lati della scena, i due intessono una coreografia scandita dall’uso del fiato come strumento drammaturgico. Ispirata all’Aïta, una tradizione orale marocchina, l’azione si apre con un respiro affannoso: corpi che cercano aria, consumati dalla mancanza di ossigeno. A terra, due cerchi di sabbia che si intersecano disegnano confini tangibili che precludono quella resistenza e ispirazione collettiva a cui il duo aspira.
Quando questi limiti vengono spazzati via e i performer interagiscono direttamente con gli spettatori, si instaura un vero dialogo fatto di soffi e ritmi. Il respiro diventa comunicazione, incitamento all’azione, drammaturgia condivisa.
“Kms of resistance” è un delicatissimo lavoro politico che usa l’empatia e il richiamo alla collettività come strumenti di immaginazione per una resistenza attiva. Bouriri e Dahkan riescono a condurre il pubblico dall’angoscia iniziale al gioco finale usando solo elementi essenziali: sguardo, presenza, corpo e respiro.

Life continua fino al 21 maggio con appuntamenti come “Swiping right” di Sophie Anna Veelenturf (oggi e domani in prima nazionale), in cui si immagina l’intimità tra due politici di fazioni opposte, o il collettivo belga Ontroerend Goed con “Summit Milano“, che indaga sul “qui e ora” e sulla differenza tra realtà e finzione.
Il 14 maggio sarà la volta della giornalista Francesca Mannocchi e di Rodrigo D’Erasmo con “Crescere la guerra”, che riprende il tour teatrale dopo il debutto del 2025. Il 15 maggio si terrà un interessante incontro sul giornalismo d’inchiesta: un talk con il regista James Jones, il giornalista Lorenzo Bagnoli e il co-direttore artistico del DIG Festival, Philip Di Salvo.
Da segnalare anche “Badke (remix)”, rivisitazione dello spettacolo di danza con dieci ballerini palestinesi che ha girato il mondo tra il 2013 e il 2016. Il 20 maggio “The Zionverse” esplorerà l’emergere di un ecosistema digitale in cui neo-propaganda istituzionale e produzione partecipativa convergono, trasformando la violenza coloniale in contenuto virale e performativo. Chiude il festival “Tradere”, spettacolo della compagnia Corpora che indaga il senso dello sguardo: come un diverso tipo di osservazione può modificare la realtà e cosa accade quando un occhio mercificatore ne distorce l’identità.
Perché l’obiettivo del festival è proprio questo: distogliere lo spettatore dall’abitudine all’osservazione passiva per fomentare una partecipazione collettiva.
E Life, per come lo abbiamo vissuto in queste sue prime giornate, riesce ad essere un luogo in cui, se mai ci si entrasse con una certezza, se ne uscirebbe con una domanda migliore.
I matematici e i poeti sanno da sempre che certe verità si raggiungono solo per via indiretta. Che tre volte a sinistra, a volte, fa destra. E che questo non è un paradosso. È la mappa del mondo in cui viviamo. Life è come una mappa costellata di guerre e conflitti, che illumina il dramma dell’occupazione della Palestina o della guerra in Ucraina, ma che si interroga anche sul senso dello spettatore, o meglio dell’osservatore quotidiano, sulla sua inattività e su una possibile azione.
