Live Works Summit 24 di Centrale Fies: l’agorà si rinnova a Dro

Gli artisti selezionati per la Live Works Free School of Performance (ph: Alessandro Sala)
Gli artisti selezionati per la Live Works Free School of Performance (ph: Alessandro Sala)

Protagonisti della call di Barbara Boninsegna e Simone Frangi, i lavori di Alessandra Ferrini, Valerie Tameu e Mohamed-Ali Ltaief

Torniamo a Centrale Fies a Dro (TN), dove l’estate è una stagione di condivisione degli esiti di residenze e produzioni di artisti, selezionati da una curatela che li accompagna con sollecitazioni e al tempo stesso rispetto dell’autonomia creativa.
Il più importante appuntamento in tal senso è il Live Works Summit, svoltosi dal 19 al 21 luglio, esito di una call vagliata da Barbara Boninsegna e Simone Frangi. Abbiamo ritrovato atmosfere, vocazioni, slanci analoghi a quelli dell’edizione precedente: una conferma che ci conforta e ci permette di concentrarci su alcune linee di contenuto più specifiche.

Che Centrale Fies sia un’enclave dove si amalgama una comunità internazionale, slanciata a superare nuove frontiere seguendo le infinite vie della sperimentazione, emancipata dai conformismi e dai binarismi di genere, possiamo darlo come identità storicizzata di un’iniziativa che ha preso le mosse nel lontano 1980. Già l’anno scorso, segnalavamo una più marcata fusione tra l’impegno di curatela e quello di cura di differenti vulnerabilità – umane e ambientali, ecosistemiche -, testimoniata anche da una dichiarazione esplicita che campeggia negli spazi della centrale: «Diciamo no al razzismo, al sessismo, alla transfobia, all’omofobia, alla grassofobia, all’abilismo e a tutte le altre forme di discriminazione».

Ciò che quest’anno ci è parso peculiare è la presenza più densa di interpreti tra i 27 e i 42 anni, portavoci di istanze e consapevolezze propriamente engagé, di fronte ad una platea altrettanto se non addirittura più giovane. Un’attitudine che balza agli occhi se si richiamano dati già noti: lo scorso giugno, solo il 51,01% degli aventi diritto nell’intero continente è andato a votare alle elezioni europee; in Italia ha partecipato il 48,31%, un numero ancora più basso del primato minimo, il 63,9%, registrato alle elezioni politiche nazionali del 2022. Un astensionismo che, tacendo, lascia emergere elementi contrastanti: indifferenza alla sfera pubblica e collettiva, senso di estraneità alla dialettica politica, mancanza di rappresentatività, sfiducia nelle istituzioni. Potremmo anche aggiungere il disinteresse per l’informazione, la preferenza per la semplificazione evitando la fatica dell’approfondimento, e mille altri fenomeni che testimoniano un’abdicazione.

Tra i sei alumni dell’anno 23/24 del programma di residenza e school of performing, non c’è stato ospite che non abbia toccato temi di interesse collettivo, pur innestando elementi persino privati. Tra di loro, tre si sono dimostrati sensibili ad un’analisi e a una critica del presente, a partire anche dalla rilettura di una memoria storica che possa costituirne un elemento interpretativo fondante.
Siamo sulla scia di una delle produzioni nate a Centrale Fies e che quest’anno ha circuitato tra alcuni teatri italiani: “El pacto del olvido” di Sergi Casero Nieto, sviluppato da un live work del 2022, restituiva la ricerca di un giovane spagnolo alle prese con la rimozione di un intero periodo storico, il franchismo, sia dal discorso pubblico che da quello familiare, e con le conseguenze su scelte politiche correnti e su comportamenti individuali.

Un progetto simile è quello presentato da Alessandra Ferrini, artista attiva da una decina d’anni, ricercatrice visiva di forme di ibridazione del documentario e di storia del colonialismo e del fascismo italiano. Si è già distinta in contesti prestigiosi, vincendo ad esempio il MAXXI Bvlgari Prize nel 2022 e rientrando tra le selezioni del padiglione centrale della Biennale d’Arte di Venezia attualmente in corso.
“Unsettling Genealogies” (“genealogie inquietanti”) intreccia una serie di storie familiari: un nonno partigiano, una nonna succube delle avances dei datori di lavoro, uno zio di fede anarchica. Il destino di questa famiglia fiorentina di origine contadina, umile e tuttavia animata da tensioni al cambiamento, si intreccia con quello di Antonio Maraini, alto funzionario fascista e segretario generale della Biennale di Venezia; di quest’ultima fu presidente dal 1930 al 1944 un nome centrale nella storia del ventennio e nella ricerca della Ferrini: Giuseppe Volpi, affarista, speculatore finanziario, politicante, governatore della Tripolitania, alle sue società “si devono” la costruzione della diga del Vajont e di Porto Marghera.

Nell’insieme apparentemente frammentario di queste tessere suona la più ampia tastiera di nervi scoperti della storia italiana passata e recente: il supporto del capitalismo italiano industriale e finanziario al regime mussoliniano, le efferatezze e le distorsioni prospettiche del colonialismo, il conflitto di classe che ridimensiona le istanze legittime degli inferiori tradite a un pragmatismo inevitabile in quanto ricattabili, l’immutabile dialettica a senso unico tra servi e padroni, la scelta formalmente pacificatoria nel secondo dopoguerra a favore dell’amnistia e della mancata epurazione degli apparati statali, mantenendo lo status quo di chi era risultato connivente con il regime, a danno anche morale di chi invece aveva effettivamente pagato i prezzi della dittatura.
I numerosi riferimenti alla Biennale di Venezia, nella cui sezione Cinema ancor oggi viene assegnata la Coppa Volpi, ci avvertono da una parte del rischio non troppo velato, né remoto, di politicizzazione delle istituzioni culturali, dall’altro di quanto una certa neutralità bipartisan a lungo andare si dimostri colpevole ambiguità.

Alessandra Ferrini
Alessandra Ferrini

L’indubbio spessore dei contenuti è retto da un suggestivo impianto a tre postazioni: lo spazio centrale di videoproiezione è un perno in dialettica con gli altri due; a destra gli arredi di un salotto classico, con ritratti di famiglia, dove dal vivo sono riprodotte le scene videoregistrate in modo quasi speculare; sul lato sinistro, un palco con lo sfondo di una gigantografia di alcuni protagonisti del regime fascista, dove Alessandra si reca a leggere brani estratti dalle references della sua ricerca, mentre nello spazio di videoproiezione scorrono le traduzioni in inglese, frames da documentari originari, foto, immagini di materiali autentici come giornali.

Efficace la scelta di deporre sul palco ogni libro che compone la drammaturgia, così come quella di coprire il volto della lettrice con la copertina dei volumi, a suffragare la validità di un percorso ben documentato ed oggettivo. Le musiche pregnanti e meditative di Marco Baldini cadenzano ed intervallano letture e movimenti, accompagnando l’evoluzione dello spettacolo da una dimensione conferenziera, ancora un po’ statica, ad un piano dove la complessità e le contraddizioni si percepiscono più drammatiche ed interlocutorie.

Ad altra eredità accenna Valerie Tameu, artista discendente da genitori italo-camerunensi, selezionata per l’affirmative action intitolata ad Agitu Ideo Gudeta (assegnata in base anche alla valutazione di Mackda Ghebremariam Tesfau’ e Justin Randolph Thompson e da quest’anno in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e Palazzo Grassi di Venezia).
Allo stato attuale “Time and again” risulta uno studio coreografico con interessanti spunti di sviluppo. Anche in questo caso, il passato evocato da un album di famiglia si intreccia alla documentazione fotografica dell’archivio Antonio Gramsci relativa alle proteste di migranti degli anni Ottanta. La ricerca corporea mira a indagare cos’è rimasto di quei volti, di quei corpi, di quei desideri – proiettati su labili veli sospesi -, nelle generazioni successive, che pur essendo nate in Italia, continuano ad essere razzializzate, pur essendo di fatto soggetti culturali ibridi e fluidi.

Il tunisino Mohamed-Ali Ltaief, già collaboratore dei Motus, è l’artista selezionato da Consortium Commission Mophradat che dà il via a una collaborazione tra Centrale Fies e la piattaforma nata per sostenere il mondo arabo negli ambiti delle arti contemporanee.
Il suo lavoro “The concretely WE: Voices from within the camp”, realizzato col supporto sonoro di Lamin Fofana e Tarxun, attinge agli archivi sonori della collezione del Berliner Phonogramm-Archiv, risalenti all’inizio del Novecento, riguardanti soldati dell’esercito francese di provenienza nordafricana, fatti prigionieri dai Tedeschi nel corso della prima guerra mondiale: giusto per ricordare che in trincea non ci sono stati solo Ungaretti o Renato Serra sul fronte italiano, Erich Maria Remarque o Jean Renoir su quello francese, e che ci sono altri dimenticati che hanno sofferto per una patria non propria e si sono espressi con parole di drammatico lirismo.
A queste voci non ascoltate, private di dignità e di un corrispettivo riconoscimento, a cui in alcuni contesti restano soltanto le pietre in mano per rivendicare autonomia e diritti, lo spazio performativo offre riscatto, anche se mantenendosi, forse intenzionalmente, non del tutto comprensibile nel dettato multilinguistico.

Vale la pena accennare brevemente agli altri tre live works: Melis Tezkan ha sviluppato una traccia fonico-sonora a partire da interviste con Nil Yalter, artista turca e attivista femminista; Liina Magnea, con una coreografia dialogata continuamente sorprendente, ha accennato al sottile limite tra pazzia e rivoluzionarietà; infine lo spagnolo Eloy Cruz del Prado ha mescolato danza, monologo, videoproiezione per contestualizzare, con grande delicatezza e rispetto delle proprie origini, il personale vissuto di ragazzo alla scoperta dell’omosessuaità nelle strutture sociali di provenienza, di matrice rurale, rigide ed univoche fino all’alienazione: la dismissione dei panni e dei retaggi contadini si conclude con una coreografia ipnotica e liberatoria di affermazione della propria identità.

Sorge a questo punto una domanda, in considerazione anche dei contenuti delle lectures che affiancano gli spettacoli, su temi come la razzializzazione, il colonialismo, l’intersezionalità, la narrazione pubblica e la stereotipizzazione, oppure temi caldi come la guerra in Palestina.
E’ la direzione artistica ad essere orientata e ad orientare politicamente oppure possiamo registrare un effettivo spostamento di un segmento distinto delle giovani generazioni verso temi che richiamano una presa di coscienza ed una militanza?
La presenza del pubblico e le sue reazioni entusiaste ci fanno optare per la seconda risposta, e sollecitano ulteriori considerazioni.
Nel contesto attuale sono diventati più rarefatti gli spazi di manifestazione e le possibilità di effettiva incidenza sociale e politica, l’associazionismo risuona come un vuoto a rendere e il dialogo politico si è spostato nei social più che nelle piazze e nei luoghi di lavoro; infine l’informazione pare polverizzata in un flusso di particelle di eterogenea e perlopiù dubbia consistenza: in questo contesto, è forse proprio lo spettacolo dal vivo, in particolare quello che si nutre di senso critico e di responsabilità, di indagine ed approfondimento per oltrepassare i luoghi comuni, che può riuscire ad attivare una nuova agorà.

La successiva occasione in cui questa agorà potrà riunirsi sarà dal 26 al 27 luglio in una sessione di performance a cura di Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta, intitolata “Feminist Futures” e realizzata in collaborazione con la rete apap – advancing performing arts project, che sperimenta e diffonde pratiche orizzontali e inclusive ispirate al pensiero del femminismo intersezionale.

L’estate performativa proseguirà poi dal 1° al 4 agosto ospitando le restituzioni delle classi del Dutch Art Institute. Infine, il 19 e il 21 settembre la vetrina di “Evolving love” vedrà susseguirsi compagnie che hanno in passato trovato gestazione nel grembo della centrale: OHT, Anagoor, Marco D’Agostin, Collettivo Cinetico, Davide Savorani, Elena Rivoltini, Giulia Damiani, Giulia Crispiani, Mali Weil, Vashish Soobah.

Per tutto il periodo sarà aperta la mostra performativa, a cura di Barbara Boninsegna e Simone Frangi, che rientra in un progetto triennale avviato l’anno scorso di esplorazione dei concetti espressi dalla pensatrice Stacy Alaimo: con l’espressione “Material self” che intitola l’esposizione, l’autrice riflette su che cosa significa “essere umani” con corpi che sono inestricabilmente interconnessi con il nostro mondo fisico e coi suoi effetti sempre più dannosi. Espongono Caroline Achaintre, Chiara Bersani, Benni Bosetto, Rehema Chachage, Julien Creuzet, Sonia Kacem, Sandra Mujinga.

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