M Il figlio del secolo. La “sfida” di Massimo Popolizio a Scurati

Popolizio in M (photo: Masiar Pasquali)
Popolizio in M (photo: Masiar Pasquali)

Il Piccolo Teatro di Milano produce lo spettacolo tratto dal celebre romanzo di Antonio Scurati. In scena anche Tommaso Ragno

Enorme ma leggero, brechtiano ma pop, lungo ma breve.
E’ nel segno delle contraddizioni che Massimo Popolizio “sfida” Antonio Scurati e mette in scena uno dei libri più venduti e di successo degli ultimi anni.
La proposta, ci racconta nella chiacchierata fatta in camerino allo Strehler a poco più di un’ora dall’inizio, arriva dallo stesso premio Strega. Inizialmente i due si incontrano per un altro progetto, poi la battuta che si trasforma in occasione, quindi la realizzazione. E’ la prima volta che il Piccolo produce uno spettacolo di Popolizio: forse per l’eredità, un po’ ingombrante, di Ronconi che l’attore romano e il teatro milanese si portano addosso, forse per la fine di un momento difficile, “M il figlio del secolo” si trasforma in un evento di quelli che non si vedevano da un pezzo.
File alla cassa, posti quasi esauriti, manifesti e approfondimenti nei luoghi cardine della cultura milanese.

Se il libro può incutere un certo timore d’approccio, con le oltre 900 pagine e un rigore di allegati con documenti e scambi epistolari, la messa in scena di Popolizio è altra cosa. L’impresa è ardua e la scalata agli oltre 30 capitoli del romanzo storico non riesce a ridursi, sul palco, al di sotto delle tre ore (in due tempi).

La grande M che campeggia in copertina risiede, sulla scena, in un uso del bianco e nero senza mezzi termini. L’enorme spazio dello Strehler diventa una piazza granitica di architettura fascista tout court, all’interno della quale Marco Rossi e Luigi Biondi creano, con scene e luci, un non luogo vuoto ma pronto a riempirsi, con veloce fluidità. Raramente la scenografia ci porta all’interno di un locale, più spesso vengono evocate strade e luoghi di aggregazione esterni, cornici ideali per comizi, adunate, agguati.
Grosse pedane metalliche, spostate anche dagli attori stessi, fanno emergere dal buio delle quinte i vari ambienti per poi ridarli in pasto all’oscurità. La regia sceglie di rispettare i capitoli di Scurati e i titoli vengono proiettati su un arlecchino di bordo palco, in alto. Le scritte appaiono con il classico font fascista-futurista, mentre sulla parete di fondo le proiezioni di belve feroci, vecchie pubblicità dell’epoca e manifesti amplificano la metafora.

Il Mussolini di Popolizio non è come lo si immagina. Manca all’appello. Ci sono invece due facce di una medaglia fin troppo nota. Chi si aspetta il Duce nel suo fare pomposo e ridicolo rimane fortunatamente deluso.
Tommaso Ragno è la coscienza di M, uomo affascinante e tormentato da una scalata al potere della quale sente di perdere le briglia. Una vittima di sé stesso che riempie il fantoccio di verità, entrando in forte empatia con il pubblico. Dell’affresco crudele e violento che lo spettacolo ci restituisce senza mezzi termini, è davvero notevole il grado di profondità che la regia e il testo riescono ad attribuire ad un personaggio storico così definito, scardinandone il cliché e restituendoci davvero il “figlio del secolo”, un padre che non gli ha lasciato scampo né alternative.

L’altra parte di Mussolini è invece affidata allo stesso Popolizio. E’ una sorta di maligno grillo parlante che compare nei momenti e nelle collocazioni spaziali più impensabili. Fluttua nel vuoto a metri di altezza, ridacchia sugli scaloni di marmo del potere. E’ il capo di tutto nel suo frac nero e le scarpe di vernice. Un Gastone spudorato ed esibizionista che scandisce i ritmi e le sorti dello spettacolo.

Il lavoro è comunque da considerare nel suo impianto corale: i 18 attori che si muovono sulla scena interpretano una miriade di micro personaggi, tante tessere di un puzzle composito. Così compaiono gli scagnozzi che uccidono Matteotti, i fascisti che si agitano in parlamento, le donne socialiste che muovono con orgoglio le bandiere rosse, in un toccante dipinto in movimento che fa risuonare i colori del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo.
Molti dialoghi sono in terza persona, in una sorta di timbro di adeguatezza al romanzo, rispetto al quale Popolizio stravolge molto ma non le parole.

Mentre la Storia procede dalla fine del primo conflitto mondiale alla morte di Matteotti, l’affresco si fa sempre più chiaro e politico e poetico. E’ il ritratto dell’inadeguatezza di un’intera classe dirigente, trasversalmente dilaniata dalla paura e dall’impeto piuttosto che dalla profonda riflessione. Importante e significativo che tutto ciò sia stato prodotto da quel Piccolo che, negli anni bui della guerra (mai più contemporanei), è stato camera di tortura per molti, ahinoi, senza la grande finzione del teatro.

Nei prossimi giorni vi mostreremo la nostra videointervista a Popolizio.

M Il figlio del secolo
uno spettacolo di Massimo Popolizio
tratto dal romanzo di Antonio Scurati
collaborazione alla drammaturgia Lorenzo Pavolini
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
video Riccardo Frati
suono Alessandro Saviozzi
movimenti Antonio Bertusi
con Massimo Popolizio e Tommaso Ragno
e con (in ordine alfabetico) Riccardo Bocci, Gabriele Brunelli, Tommaso Cardarelli, Michele Dell’Utri, Giulia Heatfield Di Renzi, Raffaele Esposito, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Diana Manea, Paolo Musio, Michele Nani, Alberto Onofrietti, Francesca Osso, Antonio Perretta, Sandra Toffolatti, Beatrice Verzotti
produzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Teatro di Roma, Luce Cinecittà
in collaborazione con il Centro Teatrale Santacristina

Durata: 3 h circa
Applausi del pubblico: 4′ 09”

Visto a Milano, Piccolo Teatro Strehler, il 16 febbraio 2022

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