Man of Flesh & Cardboard. Briciole di Bread & Puppet Theater, ma l’impegno continua

Photo: breadandpuppet.org
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“Man of Flesh & Cardboard: A Cardboard Opera” di Bread & Puppet Theater sulla vicenda del soldato statunitense Bradley Manning. Visto a Torino, Teatro Carignano, il 28 ottobre 2011 in prima nazionale

E’ un racconto in bianco e nero quello che Bread & Puppet Theater, la storica compagnia di teatro di figura statunitense, dedica al soldato Bradley Manning.
La storia non è poi così nota in Italia, e vale la pena ripercorrerla in breve.

Arruolato nell’esercito statunitense, nell’ottobre del 2009 il giovane Manning parte per la missione in Iraq nel ruolo di analista informatico.
L’anno successivo verrà denunciato alle autorità dall’hacker Adrian Lamo per aver divulgato moltissimi documenti riservati; in particolare sembrerebbe aver passato a Julian Assange (WikiLeaks) una serie di documenti confidenziali tra cui il video Collateral Murder, in cui due elicotteri Apache americani attaccano 12 civili disarmati uccidendoli. Documenti senz’altro scottanti, a cui avrebbe avuto accesso dalla sua postazione di lavoro a Baghdad.

Dopo pochi giorni Manning verrà arrestato e detenuto in Kuwait per due mesi, per poi essere trasferito nella prigione militare di Quantico, in Virginia.
La denuncia delle condizioni inumane cui sarebbe stato sottoposto in carcere arriveranno di lì a poco da un avvocato, cui si uniranno poco per volta altre voci, contribuendo a formare una coscienza civile sul ‘caso Manning’: tenuto in isolamento, in una piccola cella sempre illuminata, con condizioni di salute che stanno drasticamente peggiorando.

A gennaio di quest’anno anche Amnesty International scrive una lettera al segretario della difesa esprimendo preoccupazione per le condizioni di detenzione di Manning (oggi appena 24enne), ritenute inutilmente severe e punitive, a tal punto da apparire in violazione della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.
Le pressioni serviranno solo a farlo trasferire in un’altra prigione, migliorando di poco – così ci viene raccontato da Peter Schumann, fondatore di Bread & Puppet, ieri sera sul palco del Carignano di Torino – la grave situazione.

L’urgenza e la drammaticità della vicenda sono un presupposto di estremo interesse per il lavoro che la compagnia presenta in prima nazionale a Torino nell’ambito della collaborazione tra il festival Incanti (che così chiude questa edizione) e Prospettiva 150.
L’attesa c’è, ma il rischio pure, come sempre accade di fronte a ‘miti’ del passato.
E infatti lo spettacolo, fin da subito, si carica di una patina di così evidente ‘revival’ da sembrar quasi anacronistico.
E’ certo il rischio di chi ha scritto una parte di storia del teatro: rimanere tanto saldamente ancorati ad un principio da non rendersi conto del trascorrere del tempo e delle sue mutazioni. Oggi, dove l’estetica e il linguaggio sono inevitabilmente diversi, la lontananza dalla ‘storica’ modalità di rappresentazione della compagnia è evidente.

Il lavoro si divide in due parti. Nella prima un coro rievoca i dialoghi incriminati tra i soldati che guidavano gli Apache in Iraq, e che portarono all’uccisione dei 12 civili.
Come segno distintivo della compagnia, anche stavolta i Bread & Puppet utilizzano figure dalle grandi dimensioni insieme a maschere.
Ma la sensazione è davvero quella degli happening degli anni ’70, e in questo contesto anche le sbavature appesantiscono il lavoro.
Una presenza di rilievo è infatti costituita dagli allievi della Scuola del Teatro Stabile di Torino. A spettacolo concluso la compagnia, nel ringraziarli, svelerà che hanno appreso lo spettacolo in un solo giorno. Una richiesta di condono certo concessa, ma che non contribuisce alla resa finale del lavoro.
Nell’insieme è comunque il linguaggio a risultare ormai troppo distante. Non si tratta di uno spettacolo in repertorio da decenni, eppure sembra fermo alla contestazione della guerra in Vietnam. Il riferimento non è casuale, visto che da sempre la compagnia, fondata nel 1961 a New York prima di trasferirsi nell’attuale sede nel Vermont, ha preso tenacemente posizione in occasione di guerre e non solo, reclamando valori di giustizia e pace.

La seconda parte dello spettacolo inizialmente si risolleva grazie ad un cambio di ritmo, proponendo un sommario processo di Manning dai tratti comico-sarcastici, e stemperando per certi versi la sua caratteristica di teatro di figura in senso stretto (che caratterizza la prima parte) con l’introduzione di altri elementi. Ne guadagna, si diceva, in ritmo, almeno per un po’, prima di cadere nuovamente nel baratro di una lentezza che non dà scampo.
Al processo-farsa seguiranno l’accusa di corruzione dei media e della condizione di detenzione di Menning in carcere. Il tutto alternando musica a parola, maschere a scheletriche marionette.

La battaglia del movimento statunitense in difesa di Manning, così come quella di Bread & Puppet, che ha sempre unito alla carriera artistica impegno politico e civile, si prefigge di portare il soldato di fronte ad un tribunale civile anziché militare, dove non avrebbe alcuna chance di salvezza.

Il nome della compagnia, che ha fatto del riferimento al pane un’ideale di condivisione reale a fine spettacolo (la compagnia distribuiva al pubblico il pane come era stata fino a pochi momenti prima elargita l’arte, entrambi elementi fondamentali della vita), torna anche in quest’occasione: con la vendita di forme di pane da loro cucinate in cambio di un’offerta per la battaglia legale di Manning. Una battaglia non solo per i diritti umani ma anche in nome della verità.

Bread & Puppet Theater continuano negli anni a fare protesta e a sensibilizzare il pubblico attraverso il teatro. E certo lo spirito rimane nobilissimo. Ma nella prassi è quasi come rivedere un film in bianco e nero, per rifarsi proprio ai colori dello spettacolo. Occorrerebbe tornare a vivere l’epoca della Contestazione per riuscire ad immergersi con passione nelle forme della protesta che hanno caratterizzato le vite di Schumann e compagni. Purtroppo però lo spettacolo, in questa operazione emotiva (che colorerebbe di altri toni anche gli animi del pubblico odierno), non riesce ad arrivare.
Il peccato, alla fine di tutto, è che una denuncia così importante ne esca artisticamente poco graffiante ed incisiva.

Man of Flesh & Cardboard: A Cardboard Opera
con: Peter Schumann, Maura Gahan, Gregory Corbino, Susan Perkins, Katherine Nook, Damiano Giambelli, Genevieve Yeuillaz
regia: Peter Schumann
con la partecipazione degli allievi della Scuola del Teatro Stabile di Torino
produzione: Bread & Puppet Theater

Prima parte
durata: 22′
applausi del pubblico: 20”

Seconda parte
durata: 58′
applausi del pubblico: 1′ 17”

Visto a Torino, Teatro Carignano, il 28 ottobre 2011
Prima nazionale

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  1. says: Daniela Arcudi - Direttore KLP

    E’ assolutamente giusto e corretto che un direttore artistico difenda le proprie scelte; meno corretto è forse insinuare della mancanza di preparazione/consapevolezza in chi esprime un’opinione diversa.
    Spesso, per chi scrive, è molto più semplice (e ahimé diffuso) assumere un atteggiamento ‘neutrale’ di fronte a grandi nomi. Non si rischia nulla, si accontentano tanti.

    Non starò qua a soffermarmi troppo sulla delusione di molto del pubblico presente quella sera, o a ricordare i ‘bu’ durante gli applausi finali. Non è certo su questo che si basa un giudizio. L’opinione è stata espressa, come sempre Klp punta a fare, in totale libertà, ma non per questo mancando di rispetto a una compagnia che – si è detto – ha contribuito a fare la storia del teatro.

    Il passato, la carriera, i riferimenti, tutto questo e altro ancora non implicano però che, anche i grandi nomi, possano ad un certo punto mostrare delle debolezze o non aver più nulla da dire (e non asserisco che sia il loro caso). E che questo possa avvenire nonostante tre importanti quotidiani nazionali abbiano dato spazio all’arrivo di Bread&Puppet in Italia.

    Citando un collega della testata (in riferimento a tutt’altro spettacolo), “generare qualcosa che sia classico senza essere vecchio è di per se stesso un ardimento concettuale di non agevole portata”. Qualcuno ogni tanto ci riesce; spesso purtroppo ciò non accade.
    Si parli pure di archeologia del teatro, della sacralità di quello orientale o di quant’altro. Ma non si dimentichi, verso di sé e verso il pubblico, l’onestà intellettuale che deve star dietro sia al lavoro artistico che all’espressione (meditata e rispettosa) di un giudizio.

    Inutile mi sembra aggiungere che non è un’opinione non pienamente soddisfatta su uno spettacolo che va ad inficiare un’intera manifestazione. Ci mancherebbe!

    Ed è anche per questo, per le scelte e il cartellone che Incanti ha portato anche quest’anno a Torino oltre che per il lavoro di anni, che siamo felici di averla di nuovo ospite, nei prossimi giorni, sulle pagine di Klp per l’intervista sull’edizione 2011 che ci ha rilasciato durante le scorse settimane.
    In queste pagine cerchiamo di evitare il più possibile sterili faziosità. Pur esprimendo, con consapevolezza e onestà, dei pensieri.

  2. says: INCANTI

    Le categorie teatrali del Bread and Puppet Theater e di Peter Schumann, sono categorie che forse oggi ci sono lontane ma che devono essere conosciute per una lettura corretta degli spettacoli, a prescindere dal gusto. Il teatro di Schumann non è un teatro vecchio bensì – direi – un teatro antico, antico come sono le sue radici, la sua idea di tempo teatrale, la sua idea di straniamento e di teatro popolare. Dietro a una voluta dimensione “dimessa” e “improvvisativa”, c’è la sacralità del teatro orientale, dell’idea di teatro come rito esplicitato anche in modo sbrigativo che non cerca mai la immedesimazione anzi, secondo un principio brechtiano , la rifugge.

    Il Bread and Puppet ci invita nei suoi spettacoli a riscoprire una lentezza “saggia” che abbiamo forse perso, a riconnettere opinione pubblica e teatro, a rifuggire ogni orpello estetizzante o anche solo estetico. In un certo senso è archeologia teatrale che richiede al pubblico consapevolezza, consapevolezza che credo come Festival Incanti abbiamo offerto non solo grazie ad articoli esaustivi su tre importanti quotidiani italiani ma anche attraverso un incontro pubblico con Peter Schumann stesso.

    Alberto Jona
    Direzione Artistica Festival Incanti

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