Santarcangelo 2025: Not yet. O l’arte di non finire, nonostante i tagli

Boujloud (ph: Helene Harder)
Boujloud (ph: Helene Harder)

Oltre 24mila presenze e 12.781 biglietti venduti per la 55^ edizione del festival concluso domenica

Not yet. Non ancora.
Non è solo il titolo scelto quest’anno dal Santarcangelo Festival: è un segnale che si ripete ovunque, con sfumature diverse, come un mantra stanco o un piccolo atto di resistenza.
Not yet è la condizione dei corpi che abitano le scene di Santarcangelo, corpi che non arrivano mai a un compimento definitivo, che restano in bilico, frammentati, attraversati da desideri e traumi che non trovano pacificazione.
Not yet è il respiro lungo di spettacoli che si prendono il tempo per non concludere, che non si lasciano chiudere in una drammaturgia rassicurante, preferendo restare aperti, persino incongrui.
Ma not yet è anche la fotografia di un sistema più vasto, quello economico e politico, che resta incagliato in un eterno “non ancora”: riforme che non arrivano, promesse che si consumano, un cambiamento strutturale che rimane sempre sul punto di accadere ma si ritrae, lasciando dietro di sé solo precarietà e attese.
E, in un modo che suona quasi beffardo, not yet è diventato anche il manifesto di Santarcangelo che – come se l’avesse saputo in anticipo – sembra rispondere ai tagli ministeriali con un rifiuto presagito: non ci chiedete di chiudere, perché non vogliamo finire. Non ancora. Forse mai. Santarcangelo quest’anno sembra abitarlo fino in fondo, questo “non ancora”: scegliendo di non pacificare, di non ricomporre, di non offrire redenzioni.
Il festival si adagia così in un presente fragile, fatto di fratture che non si ricuciono, e lascia che sia proprio questa precarietà a parlare – sulla scena, certo, ma anche fuori, nel tessuto vivo di una comunità artistica che continua a cercare, nonostante tutto.

Piacere, desiderio, appartenenza. Patriarcato, differenze culturali e di genere. Resistenza, identità, alienazione. Memoria collettiva, finitudine, colonialismo.
Sono linee di frattura che Santarcangelo dispone come si farebbe con tessuti lesionati, superfici corrose, frammenti di storie che si accumulano senza promettere redenzione. È un catalogo parziale, incompiuto, che non chiude il discorso, anzi lo prolunga. Senza emotività di facciata, senza finzioni di armonia.

Alla sua 55ª edizione, il festival si diffonde tra Santarcangelo, Rimini e Longiano, ospitando 38 compagnie, 140 proposte, 20 prime nazional, e poi concerti, talk, dj set nel bosco. Un corpo espanso che si radica nel territorio e insieme lo trascende, convocando artisti e pubblici in una geografia instabile che moltiplica traiettorie e collisioni.
E in un momento in cui i tagli del FUS riducono le risorse per lo spettacolo dal vivo, comprimono possibilità, dilatano precarietà, l’urgenza di un cambiamento smette di essere teoria e si fa gesto, responsabilità condivisa.
Not yet suona allora come avviso, ma anche come invito: ciò che non è ancora accaduto – la frattura vera, la rottura dei meccanismi che strangolano – resta una frontiera aperta. Non può essere rimandato all’infinito.
Lo ha sottolineato con lucidità Tomasz Kireńczuk, il direttore del festival, nel discorso inaugurale: qui non c’è pacificazione. Nessun compimento.
E questo si avverte in modo netto già nei primi giorni.

In “Rape Flower”, Hana Umeda porta in scena la propria nudità come necessità, non come provocazione. Una performance intensa e poetica che utilizza la danza giapponese tradizionale jiutamai per esplorare l’esperienza della violenza sessuale come fenomeno collettivo e generazionale, non solo individuale.
Hana Umeda accoglie il pubblico nuda, affinché la accompagni in un processo di riconnessione con sé stessa e con il proprio corpo. In questo caso la nudità non è solo un atto politico, ma una sottrazione consapevole: inizialmente avrebbe dovuto indossare un kimono, come sottolinea durante il talk del sabato, ma quel costume la trasformava in una sorta di bambolina giapponese, un oggetto delicato, quasi ornamentale. Spogliandosi, recide quel filtro rassicurante e costringe il pubblico a un incontro più crudo, frontale, con la carne viva del trauma. Non c’è distanza, non c’è protezione. Solo un corpo vulnerabile, dolente, che si offre come campo di battaglia.

In “Boujloud”, Kenza Berrada affronta un rito marocchino di iniziazione maschile (uomini mascherati con pelli di montone incarnano spiriti animaleschi per favorire la fertilità) che trascina con sé echi di violenza, raccontati attraverso un intreccio di rituale intimo e mostruoso che finisce per sovvertire il rito stesso. Indossando lei stessa le pelli, Berrada diviene narratrice e portavoce di vittime silenziate, trasformando la performance in un vero e proprio rituale espiatorio che libera finalmente il silenzio.
Il risultato è un solo evocativo, potente, radicato nella tradizione ma carico di un’urgenza femminista profondamente contemporanea.
Ma ciò che davvero colpisce è l’approccio quasi realistico con cui vengono raccontati i fatti, visti attraverso gli occhi dell’innocenza – un’innocenza violata, deturpata – che osserva il contesto che circonda la vittima: la madre, i parenti, la comunità adulta che avrebbe dovuto proteggere e si fa invece complice, silente, talvolta persino partecipante.
È una narrazione intessuta di pudore, lo stesso pudore che ha trovato spazio anche nel talk del giorno dopo, moderato da Chiara Bersani, dove le artiste si sono interrogate su come mettere in scena la violenza senza tradire chi la porta ancora impressa nella pelle.
A rendere tutto ancora più incisivo contribuisce una scenografia curatissima e di grande effetto, che alterna essenzialità e simboli forti: valigie, pelli, una sedia di plastica, uno schermo, diventano frammenti di memoria e insieme cassa di risonanza per le voci che abitano la scena.
E proprio alla fine, quasi a suggello di questo percorso di dolore e di riscatto, Berrada racconta di quando si è fatta tatuare sul braccio la parola che nella sua lingua significa “amore”. Il tatuatore le chiese se doveva rivolgere la scritta verso di sé o verso gli altri. Lei rispose: “Verso gli altri”. Come a dire che, nonostante tutto, nonostante le ferite, resta aperta una possibilità di dono, di apertura, di affidamento reciproco: un amore che, alla fine, è forse l’unico atto davvero rivoluzionario.

Con “L’œil nu”, Maud Blandel trasforma il palco in una capsula di risonanze intime e cosmiche, dove la memoria sonora diventa la vera protagonista. Sin dai primi istanti, la sala si riempie del suono fragile di un vecchio registratore: una vocina alterata, stridula, quasi ridicola nella sua tonalità da cartone animato, che però si rivela essere l’unico frammento rimasto di un episodio violento – la morte improvvisa del padre della coreografa. Quel piccolo loop di voce diventa il fantasma che aleggia su tutta la pièce, un memento acustico che strappa il pubblico a ogni sicurezza, spalancando un varco nell’emotività collettiva.
Ma è con l’irruzione del glitch elettronico, firmato in collaborazione con Denis Rollet, Flavio Virzì e il misterioso “feat X Steven”, che lo spazio sonoro esplode davvero. L’elettronica si fa materia, attraversa il corpo degli spettatori come onde di pressione. I suoni si spezzano, si ripetono, scivolano nell’errore digitale, generando un campo magnetico che cattura la sala intera in un rito di vibrazione.
In questo paesaggio instabile, la partitura coreografica disegna traiettorie ipnotiche.
I performer si muovono inizialmente come singolarità isolate, ognuno avvitato su sé stesso, quasi a proteggere un nucleo intimo. Poi, gradualmente, si attraggono in costellazioni di corpi che si intrecciano, creando un organismo collettivo, pulsante, che si espande e si contrae. Fino al momento in cui, come pulsar ormai esauste, questi corpi si lasciano andare a un collasso gravitazionale, sospesi sull’orlo di un abisso, in un equilibrio che pare reggersi solo per miracolo.
Il pubblico, disposto su tre lati, vive tutto questo come un’esperienza immersiva, investito da una drammaturgia sonora e fisica che non racconta – ma imprime. “L’œil nu” è un campo di forze: il ricordo di un battito che si arresta, amplificato fino a diventare una galassia sonora, e i corpi che si fanno stelle in bilico tra luce e implosione.

In “This resting, patience”, Ewa Dziarnowska costruisce una forma di ipnosi collettiva, ripetendo ossessivamente la canzone «What the world needs now is love» finché la frase non si svuota di ogni sentimentalismo, diventa un mantra spoglio, quasi anestetico. Alcuni spettatori, convinti di aver decifrato il meccanismo, si alzano e se ne vanno dopo pochi minuti. Chi resta viene lentamente catturato, abbandonato in uno spazio che sembra sospendere la relazione ordinaria con il tempo, con il corpo, persino con il proprio stesso sguardo, in una scena che si modifica, lascia entrare elementi estranei, come un cane che abbaia (a un certo punto un gatto, che ha trovato il portone aperto, entra in scena a rendere ancora più dubbia la percezione della realtà) e si dilata fino allo sfinimento.

“Temporale – a lesbian tragedy”, di Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, trascina chi guarda dentro un paesaggio frammentato, popolato da microclimi emotivi che evocano le camere psichiche dei Peeping Tom. È un universo di glitch percettivi, di spazi liminali dove l’azione non si sviluppa mai in modo lineare, ma si incrina in brevi esplosioni affettive.
Qui l’evocazione di Lynch diventa inevitabile. Si avverte un tempo slabbrato, dove ciò che è familiare si carica di una minaccia improvvisa; un’estetica retro, segnata da dettagli fuori moda che sembrano emergere da un VHS scolorito; la capacità di trasformare corridoi, stanze o oggetti domestici in trappole dell’inconscio.
Calderoni e Caleo costruiscono un “temporale” che attinge a un archivio disturbato di memorie collettive, restituendo stati di meraviglia e malessere allo stato grezzo. Il loro ancoraggio queer fa del corpo e della sessualità un territorio di spaesamento, sempre sfocato tra attrazione e paura.
Anche loro, alla fine dello spettacolo, ribadiscono il rifiuto dei tagli al FUS. Sul palco, Francesca Turrini legge un lungo comunicato che denuncia la sparizione di parole chiave come contemporaneo, rischio culturale, transdisciplinarietà e innovazione dal nuovo bando ministeriale per i finanziamenti. È un rifiuto chiaro, soprattutto contro una linea politica che vuole ridurre il teatro a semplice tradizione e intrattenimento.

In “Cinema impero” di Muna Mussie si osserva una scissione simile tra il corpo e la sua storicità, tra la dimensione privata e quella collettiva. L’opera ci proietta in una tensione tra memoria storica e emozioni. Mussie utilizza il cinema come strumento di rilettura del proprio passato etiope, utilizzando il mezzo in modo non convenzionale. La performance diventa un confronto tra l’eredità storica della diaspora e l’esperienza personale, un gioco di specchi che riflette e distorce la memoria e le sue riscritture. Il “Cinema Impero” è un atto di recupero e di smembramento, un paesaggio che si frantuma ma che, proprio per questo, genera uno spazio di riflessione profonda su come il passato non si possa mai possedere del tutto, ma si debba costantemente ricostruire.

Il pubblico in piazza Ganganelli (ph: Margherita Caprili)
Il pubblico in piazza Ganganelli (ph: Margherita Caprili)

Alla fine, Santarcangelo non offre definizioni. Non cerca nemmeno di trovarle.
Questo not yet non è un semplice rimando, ma un dispositivo che lascia scoperte le ferite, che espone la vulnerabilità senza chiuderla in una catarsi. A volte si arena in un’ambiguità che può sfinire, altre volte si trasforma in tensione necessaria. Non promette redenzione. E forse è proprio questo a renderlo così indispensabile: il coraggio di lasciare il dolore, la memoria, il desiderio in esposizione, senza fingere che la ferita possa ricomporsi.
Come a dire che, per la durata di un festival – e chissà, forse anche oltre – possiamo accettare di stare qui, nella frattura, senza pretendere che diventi subito altro.

L’OEIL NU
direzione e coreografia Maud Blandel
con Bilal El Had (in alternanza), Karine Dahouindji, Oscar M Damianaki (in alternanza), Maya Masse, Tilouna Morel, Ana Teresa Pereira (in alternanza), Romane Peytavin, Simon Ramseier (in alternanza)
suono Flavio Virzì, Denis Rollet, Maud Blandel
luci Daniel Demont, Florian Bach
mixaggio, diffusione del suono Denis Rollet
sguardo esterno Anna-Marija Adomaityte
costumi Marie Bajenova
produzione I L K A
produzione, distribuzione Parallèle, Pratiques artistiques émergentes internationales Marsiglia
amministrazione Alexandra Nivon,
coproduzioni Arsenic – Centre d’art scénique contemporain, Pavillon ADC – Genève & La Bâtie-Festival de Genève, Bonlieu Scène nationale Annecy, Centre chorégraphique national de Caen en Normandie, nel quadro di l’Accueil-studio / Ministère de la Culture
con il sostegno di CNDC – Angers nel quadro di l’Accueil Studio
supporto Etat de Vaud, Ville de Lausanne, Loterie romande, Fondation suisse pour la culture Pro Helvetia, Fondation Ernst Göhner, Pour-cent culturel Migros
la compagnia I L K A beneficia di un contratto di collaborazione con la città di Losanna (2024-2027)

RAPEFLOWER
concept, regia, coreografia, testo, performance Hana Umeda
drammaturgia, collaborazione al testo Weronika Murek
video Martyna Miller
musica Olga Mysłowska
disegno luci Aleksandr Prowaliński
sguardo esterno Joanna Nuckowska
produzione Olga Kozińska
produzione Komuna Warszawa come progetto selezionato di Open Call for performance 2024
ricerca condotta nell’ambito del programma MA “SoDA” all’interno di HZT Berlin, Università delle Arti di Berlino, Ernst Busch Academy of Dramatic Arts Berlin, e durante la residenza “Thinking Through the Museum” presso il Museo della Storia degli Ebrei Polacchi POLIN
realizzato con il supporto finanziario dell’Unione Europea
progetto realizzato con il supporto di Adam Mickiewicz Institute e cofinanziato dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia
con il sostegno di Istituto Polacco di Roma

BOUJLOUD
di e con Kenza Berrada
video Maud Neve
suono Kinda Hassan
disegno luci Rima Ben Brahim
produzione Les Bancs Publics
progetto realizzato con il supporto di Institut français
MUNA MUSSIE – CINEMA IMPERO
“Cinema Impero” è un progetto scritto e diretto da Muna Mussie
con la collaborazione del filmmaker / editing video Luca Mattei, dell’ant(i)ropologo africanista Simao Amista, della curatrice d’arte contemporanea Martina Angelotti, del musicista Matteo Nobile, del sound designer SimonLuca Laitempergher e della traduttrice Susan Zuckerman
grazie a Filmon Yemane per la condivisione della tecnologia di intelligenza artificiale dedicata a persone cieche e ipovedenti
sostenuto da Passage Festival, IIC Strasburgo
coprodotto da Museo delle Civiltà di Roma
progetto sostenuto da blOOm network per creazioni one-on-one sviluppato da Fondazione Armunia, Primavera dei Teatri, Santarcangelo Festival, Sardegna Teatro, Triennale Milano Teatro
all’interno di LANDING, progetto sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale realizzato da Santarcangelo Festival
si ringrazia l’area Export di ATER Fondazione per il prezioso supporto

THIS RESTING, PATIENCE
di Ewa Dziarnowska
con Leah Marojević
suono Krzysztof Bagiński
luci Jacqueline Sobiszewski
costumi, styling Nico Navarro Rueda, Franziska Acksel
supporto drammaturgico Jette Büchsenschütz
dialogo artistico Suvi Kemppainen
foto Spyros Rennt
documentazione video Margarita Maximova
grazie a Maciej Sado
una produzione di Ewa Dziarnowska in coproduzione con Sophiensæle – the 33° Tanztage Berlin è una produzione di Sophiensæle, finanziato da Senate Department for Culture and Social Cohesion e Capital Cultural Fund (HKF)
con il supporto di Tanzfabrik Berlin e. V., Theaterhaus Berlin Mitte
progetto realizzato con il supporto di Adam Mickiewicz Institute e cofinanziato dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia
con il sostegno di Istituto Polacco di Roma

TEMPORALE (A LESBIAN TRAGEDY) 
di Silvia Calderoni e Ilenia Caleo
con Silvia Calderoni, Ilenia Caleo, Ondina Quadri, Francesca Turrini
atmosfere sonore Martina Ruggeri
Sonetti della Disperazione di Ilenia Caleo, ispirati da La forma delle nuvole di J. W. Goethe
traduzione Paola Bono
consulenza organizzativa Elisa Bartolucci
residenze PARC Firenze, BASE Milano, Residenza Centrale Fies con il sostegno di Passo Nord, Atelier Sì – Bologna, Lavanderia a Vapore Torino, Istituto di Cultura Italiano Paris
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane
coproduzioni VIELNURVIEL (Ghent), Motus Vague, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
grazie a Alessandra Indolfi, Roberta Indolfi, Paola Granato, Eva Bruno, Vilma Carlini, Ulisse Poggioni

Visti a Santarcangelo di Romagna, 4-6 luglio 2025

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