La drammaturga irlandese rilegge Goldoni in chiave femminista a quasi 300 anni dalla prima rappresentazione de “La locandiera”
Marina Carr rilegge Goldoni nel 2026, e lo fa nell’unico modo possibile: trasformandolo in tragedia. Se Mirandolina rappresenta per il Settecento il primo personaggio proto-femminista, lo fa entro i margini sicuri della grazia e della locanda, cedendo tuttavia nel finale alle regole e allo sguardo patriarcale della società, accettando un matrimonio che pone fine alle critiche a cui viene costantemente sottoposta. In Goldoni Mirandolina è astuta, perspicace, accesa: gioca con la sua femminilità e il suo erotismo, costruendosi un ambiente in cui è in mano a lei, tutto sotto il suo controllo – fino a giocare con i sentimenti del misogino Cavaliere di Ripafratta, facendolo innamorare e successivamente umiliandolo.
L’opera di Marina Carr è ambientata in una locanda, un ristorante aperto dal bisnonno italiano in Irlanda. Un ambiente popolato di stereotipi maschili tossici che, lungi dall’apparire distanti dalla realtà, risultano stantii nella loro esibizione forzata. Mirandolina, interpretata da una vivace Gaja Masciale, gestisce la locanda insieme al fratellastro Fabrizio, anch’egli pennellato di tossicità e voluttà lascive. Qui assistiamo alle costanti avance dei clienti e del fratello verso la ragazza.
Del gioco originale di Goldoni non vi è traccia: la Carr pone l’accento sulla condizione femminile senza alcuna sfumatura. Trasforma la locanda in un qualsiasi luogo pubblico in cui la condizione ordinaria della donna è quella di aver paura, di ritrovarsi vittima costante di commenti e proposte indesiderate.
La pièce della Carr segue lo stesso iter dell’opera originale – con la decisione di Mirandolina di far innamorare il misogino di turno, per puro spirito di vendetta – ma il finale non è morbido come nella commedia goldoniana. È l’epilogo inevitabile di una riscrittura contemporanea: un femminicidio che è la somma di tutti gli atteggiamenti tossici visti sulla scena, reso esplicito anche dal passaggio in proscenio degli uomini, quasi a far sfilare le colpe una per una.

I “fantasmi” – la madre, il padre, il bisnonno – interrompono l’evoluzione narrativa come frammenti di memoria che irrompono nel presente. La madre apre e chiude lo spettacolo, disegnando un cerchio tra passato e presente: due donne, due epoche, la stessa rinuncia all’accettazione, la stessa perdita della vita come prezzo della ribellione. Eppure, proprio perché restano figure archetipiche, rischiano di addensare il dramma senza abitarlo davvero – ulteriori strati di significato in una drammaturgia già esplicita.
Tra queste figure spicca il bisnonno, che apre il secondo atto in un monologo magnificamente interpretato da Giancarlo Previati: un uomo che ha lasciato l’Italia senza più contattare la sua famiglia, portando con sé il peso di uno sguardo. Un affresco potente, che allarga il campo visivo dello spettacolo: la tossicità non è solo degli uomini sulle donne, ma dello sguardo stesso, quando giudica prima di comprendere.
La regia di Caitríona McLaughlin (per questa coproduzione del Teatro Stabile del Veneto con Abbey Theatre – Teatro Nazionale d’Irlanda e Teatro Nazionale Croato di Fiume) accompagna la scena con una visione estetica precisa. Le luci al neon, il locale ordinato, le piccole porzioni di realtà sovrapposte in coni di luce, i passaggi dei “fantasmi”: tutto si iscrive in un unico quadro visivo coerente, premiato dalle luci di Paul Keogan.
Il lavoro del cast – Alex Cendron, Denis Fasolo, Riccardo Gamba, Margherita Mannino, Massimo Scola, Andrea Tich, Sandra Toffolatti e i già citati Gaja Masciale e Giancarlo Previati – è essenziale. A loro il compito di dare peso e struttura a personaggi usati come veicoli di pensiero. Ognuno costruisce per il proprio personaggio un percorso coerente, talvolta giocando sull’assenza di alcuni aspetti con accenti goliardici. In una drammaturgia che relega i personaggi a strumenti espressivi, il loro apporto è fondamentale.
Quando nel monologo dell’atto I Goldoni fa dire a Mirandolina «voglio usare tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri», il potere che rivendica è pur sempre un potere attribuito dal desiderio maschile: per dirla con Bourdieu, un capitale simbolico concesso dall’ordine patriarcale precostituito.
La Mirandolina di Carr si libera di questo falso potere. È esplicita, quasi didascalica. E in questo c’è qualcosa di brechtiano: un’intenzione politica che attraversa l’intero dramma. I personaggi abbozzati, casi sociali che si muovono in una scena esibita: tutto è così esplicito da diventare una scelta. Ed è in questa lettura che si trova la forza del lavoro: riscrivere Goldoni rendendolo politico. L’azione poietica della Carr consiste proprio nel mescolare alla struttura narrativa goldoniana il pensiero femminista in maniera diretta e dichiarata, usando la composizione originale come scheletro, appoggiandosi all’autore, discostandosene, ma servendosene al proprio fine.
Mirandolina
di Marina Carr da La locandiera di Carlo Goldoni
dramaturg e traduzione Monica Capuani
regia Caitríona McLaughlin
scene e costumi Katie Davenport
luci Paul Keogan
musiche Anna Mullarkey
produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Abbey Theatre – Teatro Nazionale d’Irlanda, Teatro Nazionale Croato di Fiume – HNK Rijeka
in accordo con The Agency (London) Ltd, 24 Pottery Lane, London W11 4LZ, per gentile concessione dell’Agenzia Danesi Tolnay
spettacolo inserito nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026
Personaggi e interpreti:
Padre Alex Cendron
Fiori Denis Fasolo
Rip Riccardo Gamba
Ethel Margherita Mannino
Mirandolina Gaja Masciale
Bisnonno Giancarlo Previati
Fabrizio Massimo Scola
Alba Andrea Tich
Madre Sandra Toffolatti
durata: 2h 40′
applausi del pubblico: 1’ 30”
Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 12 marzo 2026
