La riscrittura con la dramaturg Piera Mungiguerra mette in risalto l’attualità del testo, che rimanda ad un presente di precarietà ed incertezza
È da innumerevoli anni che Olga, Mascia e Irina, come del resto Ljuba, Nina e Sonja, ci stanno accanto a comunicarci i loro pensieri, le disillusioni e le speranze per un futuro diverso. E nonostante tutto desideriamo ancora ascoltare le loro istanze, quelle voci che ci risuonano dentro, per avere un’altra volta la possibilità di immergerci, magari in modo nuovo e inaspettato, nei personaggi di quelle “Tre sorelle” che ormai sono parte indelebile del nostro immaginario.
Questa volta è Liv Ferracchiati che ci accompagna nella stessa piccola città della provincia russa per osservare da vicino, ancora una volta, Maša (Valentina Bartolo), moglie infelice del noioso e vuoto professor Kulygin (Marco Quaglia), l’insegnante Ol’ga, la maggiore (Irene Villa), e infine la più piccola, Irina (Livia Rossi): le tre iconiche sorelle provenienti del capolavoro di Anton Čechov.
Con loro c’è anche il fratello maggiore Andrea (Antonio Mingarelli), che purtroppo per lui ha sposato la volitiva e un poco irritante Natascia (Giordana Faggiano), la sola tuttavia in grado di interrompere, anche con i suoi differenti colori, la monotonia quotidiana di una vita sempre uguale, prendendo poco alla volta il possesso della casa.
Dovrebbero essere tutti e tutte felici, visto che la magione è frequentata dal fior fiore dei militari, che periodicamente alberga lì vicino, e dalla migliore nobiltà che stanzia in quella parte remota del mondo. Abbiamo davanti un mondo preso come esempio dal drammaturgo russo di una società che sta piano piano disfacendosi, ma che vuole salvarsi attraverso un grido che è ormai entrato nel nostro vocabolario comune, un grido melanconico che esprime il desiderio incessante delle protagoniste di scappare verso Mosca.

Insieme alla famiglia Prozorov ritroviamo il tenente colonnello Aleksàndr Ignàt’evič Veršinin, comandante di batteria (Rosario Lisma), il capitano Vasilij Vasíl’evič Solëny (Francesco Aricò), l’ufficiale medico Ivàn Romànovič Čebutykin (Giovanni Battaglia) sempre intento a leggere la Pradva, e il barone Nikolaj L’vocic Tuzenbach (Riccardo Martone).
La scenografia di Giuseppe Stellato, coadiuvato dai costumi di Gianluca Sbicca e dalle luci di Pasquale Mari, come sempre di semplice ma evocativa fattura, poggia su un piano inclinato in cui è allestito un tavolo circondato da una serie di poltroncine, con vicino un pianoforte di un legno corroso dal tempo. In verità, ogni cosa che osserviamo sul palco è come se fosse corrosa, come se le tre sorelle sapessero già che non si muoveranno mai da lì.
È questa scenografia ad accogliere i personaggi cechoviani, che possiamo osservare come maschere contemporanee, parte di una comunità che ci vive accanto per narrarci le medesime palpitazioni ed esigenze emotive, con “un antinaturalismo che vuole però sembrare naturalismo”, racconta Ferracchiati, che ripropone il testo nella riscrittura visionata dalla dramaturg Piera Mungiguerra e con la consulenza letteraria di Margherita Crepax.
Mentre gli uomini si muovono in modo incolore dentro a impermeabili verde militare, formando una sorta di coro, sono le donne a dettare legge con i loro diversi colori: l’innocente e pura Irina, di bianco, il casual per la più efficente Olga, il nero per Maša, che continuamente dimostra a tutti la sua intolleranza, con i piedi sul tavolo e fischiettando maleducatamente.
Osserviamo questo mondo desideroso di possedere “una furiosa voglia di vivere” sopravvivere invece nella continua ripetizione di desideri che non si avverano mai, come quel tè sempre chiesto ma che non verrà mai servito, e con il tempo che apparentemente si interrompe con false promesse, come quell’orologio che ogni volta si frantuma e ogni volta viene ricomposto.
La scena più esemplificativa, che ha la capacità di mettere finalmente termine a questa volontà inesausta di un cambiamento impossibile, avviene tra il terzo e il quarto atto, quando – mentre un incendio sembra mettere in cenere ogni cosa – vi è la rottura ossessiva del testo a mo’ di canone sincopato, in cui tutti i personaggi ci gridano i loro pensieri e desideri più nascosti.
Importanti nel lavoro registico di Ferracchiati anche gli intrecci del sottosuono sonoro di Giacomo Agnifili che si intreccia con i Joy Division e le parole di Pasternak, Esenin e Majakovskij.
La parte finale è invece agita a stretto contatto con il pubblico, con l’abbraccio, il pianto, e l’abbandono definitivo tra Maša e Veršinin, perchè l’incendio avverrà davvero: lui abbandonerà le speranze della ragazza lasciandola al suo insignificante marito e sapremo dal dottore che Tuzenbach, che intendeva restare con Irina, è stato ucciso in duello da Solëny.
Così alla fine, Olga, Mascia e Irina, con bella intuizione, le vedremo incarnarsi nello stesso, immutabile colore della casa e dei suoi oggetti, da cui ancora una volta non potranno distaccarsi.

Dopo “Platonov” e “Il Gabbiano”, in “Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?”, produzione del Teatro Stabile di Torino, Ferracchiati rilegge, attraverso una serie di precisi segni teatrali, l’amatissimo Čechov dirigendo in modo autorevole un ensemble di interpreti compatto e credibile, in grado di riconsegnarci, attraverso una sensibilità del tutto contemporanea, la melanconica condizione d’impotenza del mondo rappresentato dal drammaturgo russo.
Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?
da Anton Čechov
testo e regia Liv Ferracchiati
dramaturg Piera Mungiguerra
consulenza letteraria Margherita Crepax
con (in ordine alfabetico) Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Pasquale Mari
suono Giacomo Agnifili
produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale
Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 12 maggio 2026
