Napoli Fringe Festival 2011. Le briciole di ieri nella neve di oggi

Le briciole sulla tavola
Le briciole sulla tavola
Le briciole sulla tavola dei napoletani Teatro dei Sensi Rosa Pristina

Lo sguardo disincantato sul presente è il nucleo centrale attorno al quale le compagnie ospitate nella seconda parte del Fringe di Napoli hanno costruito i loro lavori.

Aida Talliente parte dal passato, e in “Sospiro d’anima (Storia di Rosa)” ripercorre la vita di Rosa Cantoni, protagonista della Resistenza friulana, tentando di far riemergere dall’oblio la voce di chi ha lottato con amore nella speranza di un futuro che è il nostro presente.
“Saluti da…” della compagnia torinese Con/cura è invece un’installazione in cui video e corpo diventano mappa emozionale di una città, Dakar o Napoli che sia, attraverso immagini e movimenti simbolici che intendono restituirne lo spirito contemporaneo.
Altra performance vista al Fringe è “IAI” di Alessandro Martinello/Tam Teatromusica, in cui le parole di Mishima guidano una ricerca quanto mai attuale sulla sintonia tra la realtà della corpo e la vaghezza dell’identità.
E’ la musica il mezzo attraverso cui in “Bestie feroci Revolution” il Teatro dallarmadio indaga le contraddizioni che caratterizzano la nostra epoca creando un percorso che mischia brani colti e trash a composizioni originali. Kronoteatro, in “Pater Familias”, affronta invece lo scontro generazionale tra padre e figlio e la via di fuga rappresentata, per quest’ultimo, dall’omologazione alle spietate regole del branco.

Tra le tante possibili declinazioni sceniche della complessità e del disagio del vivere quotidiano spicca la visione che Carrozzeria Orfeo propone in “Idoli”. La sequenza quasi danzata che apre lo spettacolo è resa onirica dal sottofondo di un piano che delicatamente, e non a caso, accenna a “Where is my mind?” dei Pixies, brano presente nell’emblematico finale del film “Fight Club”.
E’ proprio da quell’atmosfera che si vuole ripartire per disegnare un intreccio di storie di famiglie e di individui, assediati dalla neve di dicembre. Il grande freddo interiore provocato dalla mancanza di punti di riferimento si acuisce nella mercificazione della felicità, nell’inutile ricerca di uno sbuccia frutta o di una fidanzata virtuale a pagamento, nell’attaccamento barbaro alla squadra del cuore, nel delirio di un vecchio che si crede pirata.
Nessuno dei personaggi può fare a meno delle proprie manie, che diventano “malattie dello spirito” come sostiene Galimberti in “I vizi capitali e i nuovi vizi”, testo di riferimento per il drammaturgo Gabriele Di Luca. Lo spettacolo si distingue per la scrittura corposa, e al cinismo delle parole si contrappongono immagini allucinate che riescono spesso ad essere ancora più eloquenti di ciò che viene detto. In un contesto umano caratterizzato dal rovesciamento dei valori e dalla mediocrità delle ambizioni, la morte arriva come una liberazione consumata nell’indifferenza generale.


Il Teatro dei Sensi Rosa Pristina, gruppo di lavoro nato dal laboratorio che Enrique Vargas svolse al NTFI due anni fa, ha presentato invece “Le briciole sulla tavola”, un percorso sensoriale (cari a Vargas) dove gli spettatori, accolti uno per volta, diventano i veri protagonisti dello spettacolo.
E’ difficile raccontare con precisione ciò che avviene all’interno di questo labirinto di corpi, suoni e odori; l’obiettivo della regista Susanna Poole pare essere quello di riportare i “viaggiatori” all’infanzia, reale o immaginata. Un album di vecchie foto di famiglia, l’odore della coccoina, i rumori in lontananza come in una casa piena di bambini, la leggerezza dei semi fra le mani: la penombra in cui si entra diventa buio per lungo tempo; sono gli abitanti del luogo, che guidano i loro ospiti con una cura che raramente riconosciamo agli attori nei confronti del pubblico a cui si rivolgono. Così basta una mano sulla spalla, o un abbraccio, per cambiare stanza e ritrovare pezzi che si credevano perduti. L’espressione dei volti che, ogni 5 minuti circa, uscivano dal Ridotto del Mercadante, raccontava di stupore e tenerezza, a conferma che la ricerca di Rosa Pristina ha centrato il suo obiettivo.

Altro discorso merita “Yes, grazie!” scritto e diretto da Alice Bever e coprodotto da Teatri 35, Off Square Theatre e RiotActInc. Lo spettacolo vorrebbe trovare un punto d’incontro fra la tradizione americana del vaudeville e quella partenopea del café chantant, proponendo quindi numeri musicali e siparietti da varietà. E’ intrigante e piacevole trovare all’interno di una rassegna di teatro contemporaneo un lavoro che, sulla carta, pare quasi controcorrente, proiettato verso un genere poco battuto dalle giovani compagnie. L’impresa però si rivela ancora più ardua del previsto: dopo una divertente introduzione e un’iniziale partecipazione del pubblico, il lavoro pare svogliato. La sensazione è che manchi una struttura narrativa compiuta, per cui alcune intuizioni spiritose non vengono sviluppate, perseguendo invece una traiettoria che si fa sempre uguale a se stessa: introduzione – cambio d’abito – ironica rivisitazione (spesso in playback) di classici americani anni ’20. L’incontro con il varietà nostrano non avviene mai, quello col pubblico non va oltre brevi scambi di battute con le luci di sala accese. La grande simpatia dell’attrice/regista purtroppo non basta a in-trattenere gli spettatori presenti, che si limitano a canticchiare vecchie melodie senza convinzione. La leggerezza del passato ha bisogno di un supporto robusto, c’è da sfidare la neve.

Si è conclusa così la seconda edizione della rassegna off del Napoli Teatro Festival. Chi ha selezionato gli spettacoli ha preferito, come impone la moda e con risultati alterni, dare spazio alla performance più che al teatro di parola, probabilmente per differenziare ancor di più il Fringe dal cartellone ufficiale.
La distanza tra le due componenti del NTFI però è stata segnata soprattutto dalla poca visibilità data alla rassegna organizzata dai volenterosi membri di Interno5. Ciò si è verificato non soltanto per la comprensibile difficoltà, da parte delle compagnie, di promuovere autonomamente i lavori, ma ancor di più per la carente pubblicizzazione, da parte della Fondazione Campania dei Festival, dell’evento in sé.
Si dirà che il festival, quest’anno, è stato organizzato in fretta e che presumibilmente l’unica alternativa sarebbe stata la soppressione del Fringe. Ma certo è un dispiacere vedere compagnie che investono, anche economicamente, su questa possibilità per poi ritrovarsi con un pubblico di poche decine di persone.

Nel complesso va sottolineato lo scarso interesse destato in città dall’intero festival, che sembra quasi essersi appiattito sul suo evento conclusivo, “L’Opera da tre soldi” diretta da De Fusco. Il continuo botta e risposta fra gli attuali vertici del festival e i suoi precedenti amministratori ha ulteriormente distolto l’attenzione dagli spettacoli; chiunque abbia seguito la manifestazione lo scorso anno può ricordare invece un fermento che congiungeva artisti e pubblico anche solo nelle strade del centro.

E’ dal reale coinvolgimento della città che bisognerebbe ripartire: da preparazione, informazione e partecipazione dei cittadini all’evento, senza tralasciare la necessaria trasparenza su questioni come quella degli stipendi non ancora pagati, dei licenziamenti e delle assunzioni sospette.
In questo contesto il Fringe (da sempre fratello povero dell’evento principale), se sostenuto fattivamente, potrebbe indicare una nuova rotta e rappresentare, sotto la spinta propulsiva di energie giovani e indipendenti, un’occasione di rilancio per Napoli e l’intero festival.

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