Nephesh. Alessandro Renda e Tahar Lamri nel legame tra vivi e morti

Ph: Eduardo De Matteis
Ph: Eduardo De Matteis

Al Cimitero dell’Osservanza di Faenza il nuovo cammino del Teatro delle Albe

Poco prima dell’imbrunire, insieme ad altri 19 viandanti, arriviamo al Cimitero dell’Osservanza di Faenza, un luogo di sepoltura monumentale istituito a inizio Ottocento, muniti di cuffie e di un fiore da deporre a nostro piacimento su una tomba, preferibilmente dove non c’è, per vivere insieme l’esperienza di “Nephesh”.
Davanti a noi ci conduce Alessandro Renda del Teatro delle Albe, che l’ha pensata, insieme allo scrittore e drammaturgo algerino Tahar Lamri (anche lui ad accompagnarci), attraverso un percorso segnato da mille suggestioni che ci condurrà in mezzo alle tombe, che punteggiano il camposanto, per riflettere sulla vita e sulla morte, come deve e dovrebbe fare anche il teatro.

“Nephesh” è una parola ebraica che, a seconda dei contesti in cui è usata, assume diversi significati. Può indicare “soffio”, “respiro”, “anima”, “vita”, “essere vivente”, “persona”, “desiderio”. La nostra non è una visita guidata, ma una vera e propria esperienza di due ore che, collegando i vari concetti proposti da questa parola dal sapore magico, ci porta, attraverso un percorso sonoro e a piccoli atti significanti, a riconsiderare i legami che intersecano gli esseri viventi e la memoria, collegando la morte con la vita e con la necessità di assaporarla pienamente. Tutto ciò avviene attraverso una congerie di riverberi, non solo testuali, provenienti da diverse ambiti e culture.

Ph: Fabio Fiandrini
Ph: Fabio Fiandrini

Le parole che ascoltiamo in cuffia scaturiscono essenzialmente da un dialogo tra Renda e Lamri, che spesso ci conduce meritoriamente su lidi molto lontani dalla nostra cultura, a cui si aggiunge la voce di Gemma Hansson Carbone, che da lontano ci riconsegna poesie, nenie, cataloghi di modi di dire che hanno come oggetto la dipartita da questo mondo.
Il suono e la musica, sempre evocatrici, sono collegati in modo significante da Francesco Tedde.

Terminati i rumori incessanti della città, che risuonano anche nelle cuffie, finalmente è il silenzio ad esserci amico e, se pur vissuto insieme ad altri 19 compagni, “Nephesh” si conforma ben presto come un viaggio molto personale: ognuno, fin da subito, leggendo i nomi sulle lapidi, rimanda a persone conosciute o amate, come con quel Bandini, così ripetuto, che ci ricollega al poeta nato vicino a questi luoghi, e di converso alla tomba di Pasolini a Casarsa e poi, anche, quella fuggevole lettura del nome Armida che ci fa tornare indietro al funerale di nostra madre.

Il legame tra morti e vivi, nucleo fondamentale nel nostro cammino, ritorna anche nel racconto, più volte palesatosi, di una figlia morta a quattordici anni, Elisabetta, e di un padre, il cui dolore piano piano trova pace in un percorso interiore che spesso attraversiamo anche noi, quando ci lascia qualcuno vicino, come accaduto da poco con Stefano, compagno di 40 anni di teatro.

Il cammino del pensiero che intanto si sviluppa tra Renda e Lambri, incessante nel nostro sentire, approfondisce i concetti di morte rispetto ai sensi, ai cicli della vita, ai corpi e alla loro decomposizione, alle guerre (davanti al monumento in onore ai caduti) e al lutto che ci sconvolge come un terremoto quando percepiamo nitidamente davanti alla morte improvvisa di un amico che non lo vedremo più.
Il sapore dell’aldilà, la cura dell’ombra, la vicinanza del nostro primo respiro a quello dell’ultimo, il rapporto infine con la pietra di cui sono fatte le tombe, e di converso con la natura, osservando gli alberi che nascono nel cimitero e le montagne lontane, che a un certo punto irrompono nel nostro sguardo.

Ph: Fabio Fiandrini
Ph: Fabio Fiandrini

E poi ci sono anche le azioni: i dadi sparsi da Renda che ricordano la fatalità della morte, con i bigliettini che ricordano quelle improvvise e curiose accadute a personaggi celebri, e gli accenni liberatori della danza sufi.
Infine siamo invitati ad accogliere i profumi – raccolti in alcune boccette – che ci possono far ricordare persone che ci sono state vicine, o osservare sulle tombe gli spazi vuoti da riempire, interrogandoci sulla fotografia che vorremmo usare per la nostra.

Latente c’è la sensazione che ci ha sempre attraversato in queste due ore di cammino: la consapevole accettazione dell’incompiutezza come fatto intrinseco del nostro essere al mondo, così forte man mano che passa il tempo, e che provoca un grande e intimo rimpianto di non poter più fare ciò che avremmo voluto.

Intanto il buio poco alla volta invade il Cimitero dell’Osservanza, e le luci rosse che illuminano le lapidi nei sotterranei che percorriamo risplendono più forte, proteggendo le ombre che conservano i resti degli occupanti, che nelle carni si consumano ma restano nel ricordo di chi li ha amati.
Fuori dal camposanto, sazi e saziati dai mille stimoli ricevuti, risuonano ancora le ultime parole de “La Passacaglia della vita”, che abbiamo da poco ascoltato e verso il finale in qualche modo diventa un inno al teatro, baluardo che può vincere quella carogna della morte: “Si muore cantando Si muore sonando La cetra o sampogna Morire bisogna Morire bisogna, morire bisogna Si muore danzando Bevendo, mangiando Con quella carogna Morire bisogna Morire bisogna, morire bisogna O come t’inganni Se pensi che gli anni Non hanno a finire Bisogna morire Bisogna morire, bisogna morire Bisogna morire, bisogna morire Bisogna morire, bisogna morir”.

NEPHESH
ideazione, regia, drammaturgia Alessandro Renda
dramaturg, assistente alla regia Tahar Lamri
testo Tahar Lamri, Alessandro Renda
voci Gemma Hansson Carbone, Tahar Lamri, Alessandro Renda
design del suono, musiche e montaggio Francesco Tedde (Antropotopia)
produzione Albe/Ravenna Teatro

Visto a Faenza, Cimitero dell’Osservanza, il 14 ottobre 2026

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