Non un’opera buona: il Lutero di Servomuto Teatro fra ribellioni e incontinenze

Non un'opera buona (photo: servomutoteatro.com)
Non un'opera buona (photo: servomutoteatro.com)

Quella di Martin Lutero, monaco, teologo e poi ribelle, eretico e riformatore, fondatore della Chiesa protestante, è una figura che non lascia indifferenti.
Un’infanzia tra busse paterne e sogni di gloria. Una giovinezza tra libri, peccati, rimorsi e penitenze. E poi la decisione di indossare il saio nel convento agostiniano di Erfurt. Fino alla denuncia della corruzione nella Curia romana, alla stigmatizzazione della vendita delle indulgenze, allo strappo con il papa, alla scomunica che lo estromise dal cattolicesimo. E infine la Riforma, che lacerò l’Europa cristiana con conseguenti guerre, stragi e un numero incalcolabile di morti.

Narrazione vuole che fosse un temporale e la paura di una morte imminente a indurre Lutero alla via religiosa. Proprio da uno scroscio di pioggia, con i rumori della tempesta, con le tortuosità luminescenti di una folgore, nasce lo spettacolo “Non un’opera buona” di Servomuto Teatro, drammaturgia e regia di Michele Segreto, che ha vinto l’edizione 2017 di Teatri del Sacro e poi il bando Next 2019/20. Il lavoro, che vede in scena Roberto Marinelli, Michele Mariniello, Marco Rizzo e Camilla Violante Scheller, è arrivato al Piccolo Teatro Grassi di Milano.
La genesi ed evoluzione di “Non un’opera buona” si lega alle ricorrenze. Nel 2017, quando lo spettacolo è stato proposto a Teatri del Sacro, si celebravano i 500 anni delle novantacinque Tesi che diedero il via alla ribellione contro la Chiesa cattolica. In questo 2021 ricorrono invece i 500 anni della scomunica comminata contro Lutero da papa Leone X e della successiva Dieta di Worms che sancì lo scisma.

“Non un’opera buona” è uno spettacolo teatralmente assai riuscito, ben recitato, costruito in maniera intrigante, come un’inchiesta che considera più punti di vista. Con l’aiuto di video storici e della computer grafica, con le luci disegnate da Martino Minzoni, si dipana una decina di quadri in ordine sparso, con continui flashback e flashforward.
La biografia di Martin Lutero si alterna a varie scene in cui la focalizzazione del regista avviene su altre figure: il predicatore domenicano Johann Tetzel, protagonista della famigerata vendita delle indulgenze; la monaca Katharina von Bora, destinata a sposare Lutero; Filippo Melantone, teologo sodale di Lutero, principale artefice della traduzione della Bibbia in tedesco; papa Paolo III, che indisse il concilio di Trento nel tentativo di ricomporre lo strappo con i protestanti; l’imperatore Carlo V. E c’è anche spazio per la rivolta dei contadini, che Lutero condannò auspicando che fosse sedata con forza cruenta dalle autorità civili.

La scenografia è fatta di seggiole, valigie e bauli da attori usati come scrivanie, cassapanche o piedistalli. Gli attori sono in pantaloni e maglietta. Lo spettacolo si gioca proprio in questa dimensione dualistica di autenticità e messinscena, di nudità e travestimento. Ha il merito di evitare sia la beatificazione facile di Lutero, sia la sua damnatio memoriae.
Nella visione di Servomuto, emerge anche la consapevolezza che le ribellioni spesso superano le intenzioni degli stessi rivoltosi. Con le 95 Tesi Lutero intendeva solo creare l’occasione per un confronto col papa: ne nacque lo scisma più lacerante e cruento della storia del cristianesimo.

Sullo sfondo, videoproiezioni rapide, flash istantanei che hanno come protagonisti altri personaggi rivoluzionari, da Lenin a Che Guevara, da Martin Luther King (un nome un destino) a Malcolm X. E poi Peppino Impastato, o il rivoltoso sconosciuto davanti ai carri armati in piazza Tienanmen. Un pot-pourri ardimentoso, che ricorda il Jovanotti di “Io penso positivo”: Io credo che a questo mondo / Esista solo una grande chiesa / Che passa da Che Guevara / E arriva fino a madre Teresa / Passando da Malcom X / Attraverso Gandhi e San Patrignano […] Tanti input e domande in questo spettacolo, le cui ragioni profonde si aggrovigliano. La forza sta nella costruzione a quadri, nella distorsione teatrale realizzata con l’abilità degli attori, con la voce effettata metallica grazie a microfono e compressore, con l’uso del riverbero, mescolando le frequenze con l’equalizzatore, utilizzando il distorsore e l’autotune a creare personaggi deformi e situazioni grottesche.

Qualche concessione alla leggenda. La normale trita focalizzazione su Lutero rigoroso fustigatore della Chiesa. L’attenzione alle debolezze di Lutero incontinente, narcisista, superbo – vizi peraltro riconosciuti dallo stesso monaco agostiniano e anzi perfettamente coerenti con la sua dottrina – come se queste défaillance lo rendessero più umano e dunque più vicino a noi.
Per cogliere le contraddizioni di Lutero, sarebbe stato interessante piuttosto concentrarsi sulla sua teologia. Lutero peccava perché ogni uomo non è altro che massa damnationis: «Pecca fortemente, ma credi fortemente», ripeteva. Non a caso osservava che «in questa vita non saremo mai così puri da compiere un’opera buona senza compiervi insieme anche un peccato», come riportato correttamente nelle note di regia. Lutero riteneva la salvezza raggiungibile per sola Grazia. Sminuiva l’importanza delle opere. Negava il libero arbitrio. Credeva nella predestinazione. La traduzione della Bibbia in tedesco e l’approccio personale alla Scrittura, se in Germania favorì l’istruzione di massa, d’altra parte fomentò una miriade d’interpretazioni e contrasti in seno allo stesso mondo protestante, negando il divenire della rivelazione nella storia. Ma soprattutto, Lutero, con la pubblicazione del libello “Degli ebrei e delle loro menzogne”, rinfocolò in Germania l’odio antigiudaico: profilando e sostenendo – con tragica lungimiranza – le derive antisemite dei pogrom, della notte dei cristalli (avvenuta il 10 novembre del 1938, giorno del compleanno di Lutero, tanto per rimanere in tema di ricorrenze), dei roghi di libri, infine della stessa Shoah.
Aberrazioni. Al cospetto delle quali qualche sbornia per un bicchiere di troppo, a pensarci bene, è davvero piccola cosa.

NON UN’OPERA BUONA
produzione ServomutoTeatro | con il sostegno di Federgat
drammaturgia e regia Michele Segreto
con Roberto Marinelli, Michele Mariniello, Marco Rizzo, Camilla Violante Scheller |
disegno luci: Martino Minzoni
si ringrazia Associazione Franco, Goethe-Institut Mailand, Chiesa Evangelica Luterana In Italia, Consolato Tedesco – Milano, Biblioteca Valvassori Peroni, Teatring, PIME

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’ 30”

Visto a Milano, Piccolo Teatro Grassi, il 23 settembre 2021

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