Iacozzilli e Dalisi sono andate a Montevideo incontrando alcuni dei sopravvissuti al disastro aereo del ’72 per costruire uno spettacolo che si chiede fino a dove siamo pronti a spingerci pur di sopravvivere
Cosa abbia spinto Fabiana Iacozzilli a impegnare le sue energie e quelle della dramaturg Linda Dalisi attorno al tema del disastro aereo andino del 1972, è domanda che, prima o poi, occorrerà porci. Certo, la lunga intervista inserita nelle note di regia ci dà molte tracce: l’hanno scelto perché “è una storia piena d’amore, in cui ci sono dei figli che cercano di tornare dai loro padri e che come Amleto si interrogano sull’essere o il non essere, perché ci sono dei padri che decidono di salire in groppa a un cavallo per andare a riprendere ciò che resta del corpo di un figlio e che ci ricordano Priamo in ginocchio che rivuole il corpo di Ettore, perché è la storia tragica di famiglie che si spezzano e che sono costrette a ricercare nei corpi dei sopravvissuti dei pezzettini dei propri cari”.
Dopo i tre lavori della “Trilogia del vento“, che insistevano sull’interiorità dei rapporti e sulle intime conseguenze del correre del tempo, sulla vita, la crescita, la morte, l’educazione alla sofferenza e la malattia in un modo che si potrebbe dire assoluto, ora uno specifico evento e l’oggettività delle parole dei protagonisti costituiscono un recinto invalicabile, una serie di dati incontrovertibili: occorre scavare nel perimetro che essi disegnano.
Così, in scena, la carlinga semidistrutta dell’aereo uruguaiano schiantatosi forse per un errore del pilota a 4200 metri, con la scritta ben visibile sotto gli oblò, segnerà sempre il confine posteriore dello spazio d’azione: l’aereo si muoverà, si aprirà, mostrerà il suo interno e il bivacco dei 29 dispersi (solo in 16 si salveranno), ma non abbandonerà mai la sua posizione. Né, dall’altro lato, il secondo confine fisico, la ribalta, sembrerà mai valicabile, un confine altrettanto strutturalmente tangibile.
In questo corridoio un po’ angusto, contrastante con le immense ma inattingibili, ostili immensità degli spazi andini, si muovono i protagonisti.
E anche qui, come altrove in Iacozzilli, la figura umana è sostituita (si vedrà: affiancata) da quella dei puppet. In quest’occasione essi mostrano fisionomie e connotati stilizzati, spigolosi nei volumi, allusivi ora a un’estrema magrezza, come quella raggiunta dopo i più di sessanta giorni di permanenza sul ghiacciaio, ora a una regressione materica e quasi minerale, un emergere di ossature, zigomi, rotule.

Questo gruppo di creature a dimensioni naturali, calcaree e leggerissime, capaci in alcune sezioni liriche di spiccare il volo, è affiancato, più che meramente manovrato, da una compagnia di abilissimi performer, la cui caratteristica è la presenza, non l’assenza scenica, nonostante la tradizionale tenuta in nero. Essi affiancano i propri pupazzi con un senso di costante pietas, di partecipazione all’avventura disgraziata; sanno sostenerne le povere carni asciugate e svuotate, li incoraggiano nelle decisioni più ardue, si frappongono se occorre, sono ombre tutelari impotenti ma vigili, accorate, con uno sguardo che, pure dalle file più lontane della platea, pure nel buio del palco, è impossibile non sentire tremante e vigile, alla pari di un coro greco, di una impotente divinità, di uno spirito-tramite fra la terra dura e l’indurita carne degli uomini.
A queste due compagini, i puppet e i manovratori, si unisce il terzo attore di Iacozzilli, il suono. Come in “La classe” e, non di meno, in “Una cosa enorme“, il suono, ripreso e trattato in quei casi da un meraviglioso specialista come Hubert Westkemper, qui curato da Franco Visioli, assume principalmente il carattere del soffio, che è in fondo il suono della presenza intangibile: l’affannato respiro dei superstiti, scosso dai brividi di freddo, e quello della montagna, il vento di tormenta che li percuote, li asciuga e, spesso, uccide.
Tale respiro quasi incessante, insieme al bianco dei puppet, della carlinga abbandonata e della neve per lungo tempo solo evocata ma che, a un certo punto, comincia a cadere davvero; e insieme al nero del fondo del palco, delle divise dei manovratori, di tutto quello spazio d’ignoto che circonda l’isola casuale dove i ventinove sono precipitati; insieme infine ai due confini citati prima (il noto, inservibile apparecchio alle loro spalle, l’abisso insondabile della platea) racchiude “Oltre”.
Il lavoro segue, per ottanta minuti, le vicende che porteranno, in un finale consumato in fretta e un po’ sciupato dalla proiezione brandizzante del titolo sul fondo, a rompere, almeno in parte, quei confini: l’aereo si dilata in un sogno di verde pianura, la platea è coraggiosamente affrontata, scalata, le mani fragili dei puppet sulle spalle e nelle mani degli spettatori.
Dobbiamo allora rimodulare la domanda d’apertura: perché abbandonare l’uso di una lente quotidiana per armarsi di un binocolo puntato sulle vette di un fatto straordinario, di un evento noto ed eccezionale?
Qualcuno potrebbe rispondere che anche Iacozzilli ha ceduto alla convinzione secondo la quale nel caso singolare emergono elementi dell’umano altrimenti sepolti, che nel sublime di una anormale sofferenza si leggono reazioni significative e non altrimenti riscontrabili. Eppure la mano di Iacozzilli non è quella di un’autrice alla ricerca dell’eccezione: lei fa parte di quella schiera di autori e autrici che non ne hanno bisogno, non cercano la divagazione, la storia nuova o il nuovo contesto, il “qualcosa di completamente diverso”, la reazione a situazioni estreme, a trame lambiccate, a trovate. Le sue doti di narratrice ed esploratrice delle cose non sono in orizzontale, in vastità, ma in verticale, in profondità. Basti segnalare le ricorrenze tematiche e persino letterali che trapuntano i suoi lavori precedenti.

Eppure, come il primo lavoro della regista romana raccontava la “carnuzza” dei bambini costretta nei banchi, a volte pizzicata o percossa, il secondo l’avvizzita e pesante del vecchio/bambino, il terzo la pencolante carne d’attrice sformata e persa per il dedalo della memoria e in quello delle stanze di una casa a lei stessa irriconoscibile, anche qui, in “Oltre”, il corpo è al centro di tutto, la carne degli uomini e delle donne. Una carne che si confronta con Dio. Costretta ad andare oltre.
È una carne umiliata, scavata, imputridita dalle cancrene, a cui il dio, costantemente invocato dai giovani dispersi, sottopone l’assurdo di una condizione incompatibile con la vita. La carne sotto cui si contano sempre più infallibilmente le costole, che si ritira con le gengive sui denti, la carne che “piscia nero”. Dio non abbandona, insistono i naufraghi del cielo, Dio è anzi lì dentro: il corpo è il luogo di Dio; l’obiettivo, dicono i superstiti, è “salvare un piccolo pezzo di Te in noi stessi”, dove “pezzo” non sempre è metafora, è anzi traduzione della scelta, tragica in senso letterale, dell’antropofagia.
Ed è come se, alla ricerca di questo Dio, i corpi siano frugati, smembrati, disassemblati, tanto nelle conseguenze dello schianto e del congelamento (dita, gambe perse, volti sfigurati), quanto nell’operazione indagatoria della regista. Come sempre nelle opere migliori, infatti, forma e contenuto si rispecchiano e anzi sono la stessa cosa: ecco là il corpo, mosso dai manovratori, ecco laggiù la voce, ora udibile, ora no, stampata nei sovratitoli; ecco i pensieri, affidati a stralci di lettere, i ricordi resi dalle interviste, sbattuti dal vento in un luogo imprecisabile. Da qualche parte ci sarà pure quello che chiamano Dio.
In scena stasera al Teatro Menotti di Spoleto, e dal 26 al 30 novembre al Teatro Morlacchi di Perugia.
OLTRE
Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande
ideazione e regia Fabiana Iacozzilli
con Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli
dramaturg Linda Dalisi
scene Paola Villani
musiche e suono Franco Visioli
luci Raffaella Vitiello
cura dell’animazione Michela Aiello
aiuto regia Cesare Del Beato
assistenti alla regia volontari Matilde Re e Francesco Savino
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Cranpi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
con il sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival
con il sostegno di Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale, Teatro Biblioteca Quarticciolo
con il contributo di Istituto Italiano di Cultura di Montevideo
Durata: 1h 20′
Applausi del pubblico: 3′ 30”
Visto a Roma, Teatro Vascello, il 16 novembre 2025
Prima nazionale
