PNRR e periferie: Milano è viva. E anche un po’ arrabbiata

Shitstorm, regia e drammaturgia Daniele Turconi, in scena per Risveglio di periferia
Shitstorm, regia e drammaturgia Daniele Turconi, in scena per Risveglio di periferia

Il capoluogo lombardo ottiene dal ministero della cultura oltre 2 milioni e mezzo di finanziamenti per lo spettacolo dal vivo nelle periferie. Ma su 111 progetti presentati, ne passano solo 47. Premiata La Scala. Bocciati Linguaggicreativi, Atir, Teatro della Contraddizione

È proprio vero che ognuno vive al centro della propria vita. E la periferia è sempre quella degli altri. Ma chi abita a Milano, il concetto di periferia ce l’ha ben presente. La città si espande per cerchi concentrici: siete in Duomo o a Brera, allora siete in centro; siete a Gratosoglio o alla Barona, allora siete in periferia.
«Nato ai bordi di periferia, dove i tram non vanno avanti più…» cantava Ramazzotti. Al crepuscolo degli anni Ottanta, quando studiavo in Cattolica, vivevo in un collegio a Porto di Mare, periferia Sud lontanissima dalla Madonnina. Il metrò non ci arrivava, l’eroina sì. Dalla finestra, osservavo la nebbia alzarsi dalla campagna vicina, mentre in centro splendeva il sole.
Diceva Totò che a Milano la nebbia c’è ma non si vede. Forse quella nebbia arriva ai nostri giorni, e la ritroviamo nelle scelte di chi ha deciso la direzione per gli oltre 2,5 milioni di euro del PNRR per lo spettacolo dal vivo da destinare «in prevalenza nei quartieri della città collocati oltre la circonvallazione (quella percorsa dalla linea 90/91)».

«In prevalenza». In Italia siamo maestri negli artifizi retorici. Quell’«in prevalenza» diventa il salvacondotto perché enti che nulla hanno a che fare con i sobborghi ricevano finanziamenti da 15mila, 45mila e 90mila euro, pur essendo lontani chilometri e chilometri dalla circonvallazione.
Forse per Palazzo Marino è periferico tutto ciò che è distante dal proprio ombelico. Ed ecco che persino i dirimpettai del Teatro Alla Scala hanno ottenuto 90mila euro. Vogliamo evidenziare che La Scala ha un budget di 120 milioni di euro per la stagione 2022/23. Ebbene, il Comune sente l’urgenza di finanziarla con altri 90mila euro. Parimenti, boccia il festival “Risveglio di Periferia” organizzato da Teatro Linguaggicreativi alla Barona. Un cartellone ricco di titoli. Il teatro «creato in mezzo al nulla», per usare le parole di una spettatrice. Quaranta giorni di spettacoli, performance, stand up comedy, concerti, laboratori per ragazzi, attività aggregative bocciati dal Comune. Non parliamo di qualcosa che potrebbe esserci, ma di qualcosa che abbiamo visto. Con tanto di partecipazione popolare e riscontri positivi del pubblico. È solo un esempio, ma ci aiuta a stare sul pezzo.

Spiace. Spiace perché la forza progettuale di spazi artigianali come Linguaggicreativi, o Atir o AltaLuce è poca cosa rispetto alla capacità di intercettare fondi di un colosso come La Scala. Spiace, perché per il celebre teatro costruito da Piermarini, 90mila euro sono un’inezia (lo 0,075 percento del budget) mentre per piccole realtà artigianali anche 15mila euro sarebbero stati una boccata d’ossigeno. Spiace, perché scegliere di premiare un grande ente significa non rischiare: un po’ come pronosticare la vittoria della Juve sull’Albinoleffe.


Milano si sciacqua la bocca con le “periferie”, e poi toglie ai poveri per dare ai ricchi. Ed è plausibile che la Scala e il Piccolo (altro ente finanziato) abbiano presentato progetti validi, inappuntabili, perfettamente in grado di agganciare le periferie. Ma forse bisognerebbe uscire dalla logica un po’ snob (e neocolonialista) di Golia che fa l’elemosina a Davide dopo averne risucchiato i proventi. Occorrerebbe semmai valorizzare la capacità progettuale e in autonoma delle periferie stesse. Snidarne l’anima, scavando dal didentro.
Beninteso: amiamo La Scala. Adoriamo il Piccolo. E giusto per evitare malintesi, deploriamo anche e soprattutto il fatto che tra i soggetti finanziati figurino teatri che da anni si trascinano in una programmazione stanca. Con un pubblico di quattro gatti annoiati, spettacoli senz’anima e ospitalità oziose. Che sembrano funzionare quel tanto che basta per accaparrarsi i soldi (anche) del Fus. Basta saperci fare con la burocrazia. Magari rimarcando la propria identità off che è puro specchietto per le allodole. E lo è anche per certi festival che neppure garantiscono il rimborso spese alle compagnie che invitano.

Non intendiamo enfatizzare il concetto di periferia in modo talebano. Per quanto ci riguarda, è periferico anche un teatro come la Contraddizione, collocato in una strada nascosta della circonvallazione interna, in una zona intermedia, con una sala di pochi posti, che prova a barcamenarsi tra due giganti come il Franco Parenti e il Carcano. Anche Expolis, validissimo progetto della Contraddizione, non è stato finanziato: non perché inadeguato, ma per esaurimento dei fondi disponibili. Il danno, la beffa, l’accanimento.

Potremmo citare altri enti penalizzati, che pure fanno parte della storia del teatro milanese: Farneto, Pim, Tertulliano, Incamminati. Non vogliamo emettere sentenze, tanto più di condanna. Ci poniamo delle domande. Proveremo nei prossimi giorni a sentire l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi. Forse ci darà risposte convincenti oltre ogni ragionevole dubbio. Riconosciamo che si è insediato in giunta da troppo poco tempo per conoscere in modo capillare la realtà delle periferie e gli artisti che ci lavorano.
Qualche riflessione, tuttavia, è doverosa perché in futuro si ridimensioni il più possibile il club degli scontenti. E non ci si fermi a premiare i soliti noti o i soliti ricchi. L’arte, le maestranze che ci lavorano, le persone e i luoghi che ne beneficiano, sono troppo importanti perché siano ridotti a un modulo da riempire o a una risposta da protocollare.

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