Processo Galileo. Al via la stagione di TPE con la direzione di Andrea De Rosa

Processo Galileo (ph: Masiar Pasquali)
Processo Galileo (ph: Masiar Pasquali)

Il debutto a Torino dello spettacolo scritto da Angela Dematté e Fabrizio Sinisi con la doppia regia di De Rosa e Carmelo Rifici. In arrivo a Modena dal 24 al 27 novembre

“Processo Galileo” ha inaugurato Buchi Neri, la nuova stagione teatrale della Fondazione TPE – Teatro Piemonte Europa, al Teatro Astra di Torino. Tra gli obiettivi della rassegna, diretta per il primo anno da Andrea De Rosa, vi è quello di indagare il rapporto tra scienza e potere e, nello specifico, il nostro rapporto di uomini e donne del ventunesimo secolo con la verità scientifica, con quelli che avvertiamo come limiti della conoscenza rispetto a quanto sappiamo esistere ma non ancora spiegare.

Il processo a cui allude il titolo della prima produzione del TPE è ovviamente quello a cui fu sottoposto nel 1633 Galileo Galilei, matematico e fisico, uomo di lettere e filosofo, rappresentante di un tempo in cui la cultura scientifica era inscindibile da quella umanistica, ma è anche il processo di ribaltamento del paradigma innescato dallo scienziato, un processo storico che, nonostante l’abiura estorta dal tribunale della Santa Inquisizione, una volta avviato, si è rivelato inarrestabile e ha portato a un progressivo allontanamento dalla dimensione filosofica originaria e all’apparire, invece, dello spettro del governo delle macchine.

Al genio di Galileo si deve, è noto, oltre a una serie di intuizioni e scoperte scientifiche che hanno posto le basi della scienza moderna, l’importanza accordata al metodo sperimentale, e “Processo Galileo” è uno spettacolo in cui la sperimentazione trova piena espressione, messa concretamente in atto da una nutrita e inusuale squadra di artisti, composta da due registi (lo stesso De Rosa e Carmelo Rifici), due autori (Angela Dematté e Fabrizio Sinisi), una dramaturg (Simona Gonella), giovani e talentuosi attori (Catherine Bertoni De Laet, Giovanni Drago, Roberta Ricciardi e Isacco Venturini) accanto ad altri di lunga esperienza (Luca Lazzareschi, Milvia Marigliano) e raffinati artigiani della scena che meritano tutti di essere citati: Daniele Spanò per le scene, Margherita Baldoni per i costumi, Pasquale Mari per le luci e GUP Alcaro per il progetto sonoro.


Ne nasce uno spettacolo complesso e ambizioso che, a dire il vero, fatica a essere contenuto in una sola forma. Scritto e diretto a più mani, diverse per formazione, esperienza, linguaggio ed impronta stilistica, che cercano di amalgamarsi, pur mantenendo spazi di autonomia, “Processo Galileo” non è uno spettacolo lineare, né forse è nelle sue intenzioni esserlo.
La drammaturgia si compone di più parti, distinte tra loro per temi, stile e linguaggio. Resta fermo il perno della riflessione che ruota intorno a Galileo, inteso nel prologo come personaggio storico, lo scienziato che nella matematica individua il linguaggio della natura, ma che poi innesca e letteralmente incarna, nella seconda parte dello spettacolo, quel processo irreversibile per cui la scienza poco alla volta soppianterà le verità aristoteliche e ogni convinzione affidata alla fede o alla tradizione, senza più possibilità di ritorno, mandando in crisi cultura, religione, società e certezze sul futuro.

Il prologo attinge agli atti processuali del 1633, ai carteggi e alle lettere di Galileo. Il linguaggio è secentesco; i personaggi sono la Santa Inquisizione, Galileo, la sua devota figlia Virginia, monaca di clausura, e il discepolo Benedetto; il tema è lo scontro tra scienza e potere, più ancora che tra scienza e fede. Scorre rapidamente il prologo, come per ricordare che da lì tutto ha avuto inizio, che non vi è bisogno di soffermarvici a lungo, perché ciò che interessa è piuttosto capire cosa è accaduto dopo.

Ha inizio quindi la prima parte (scritta da Angela Dematté) e ambientata ai giorni nostri.
Una giovane donna intellettuale, figlia e madre, deve scrivere un articolo per una rivista divulgativa sul rapporto tra scienza e società. Scrive su una tastiera, non quella di un computer ma quella di un pianoforte. Scorrendo sui tasti dello strumento, le sue dita cercano risposte. Nel frattempo, la donna interloquisce con uno scienziato, forse lo stesso Galileo, e con la madre, che si inserisce nella conversazione.
Il pianoforte, uno strumento in cui rigide regole meccaniche e inafferrabile bellezza incredibilmente coesistono, è qui posto al centro del palco, al servizio della donna, che inizialmente pare conoscerne il linguaggio, ma che progressivamente ne perde il controllo, incapace di trovare risposte alle sue domande, ai suoi dubbi e al suo smarrimento.
Centrale in questa prima parte è il personaggio della madre, che incarna la tradizione, la saggezza popolare, la natura, il corpo (di cui si libererà scegliendo la cremazione, all’insaputa della figlia). Solo evocato il figlio, assente in scena. Chi è? Dov’è? Un futuro che alla donna sfugge e di cui ella sembra non preoccuparsi, immersa nei suoi studi, ma ancora visceralmente attaccata alla madre, al passato.
Morta la madre, a questa giovane donna, privata del conforto della fede, del rito per elaborare il lutto, non resta che un immenso, inaccettabile e incomprensibile dolore. Chi gliel’ha tolto quel conforto: Galileo?

Questa prima parte scorre con naturalezza, senza grandi fratture. Il dialogo con i morti non intacca l’impostazione sostanzialmente realistica della drammaturgia e l’ironia che si coglie nelle battute della madre regala un po’ di piacevole leggerezza. Urta il solito dualismo che, pur in maniera sottile, si coglie sullo sfondo e che vuole contrapposti i concetti di donna/corpo/natura a uomo/logos/scienza.

Nella seconda parte, scritta da Fabrizio Sinisi, assistiamo a un netto cambio di registro. Saltano anche i riferimenti temporali.
Il testo si compone di una sequenza di invettive a sé stanti contro Galileo o contro il processo da lui innescato, da parte di personaggi che appartengono a epoche diverse: uno studente alle prese con la mancanza di certezze innescata da Galileo, una ragazza intenta nella vana impresa di contare le stelle, una donna del Seicento che, dopo aver assistito all’esplosione di una supernova (su cui Galileo tenne effettivamente una lezione a Padova), vede il suo mondo cambiato e non se ne capacita, un giovane che incarna il ribelle e militante politico di ogni tempo, che accusa la scienza di aver assegnato il controllo di ogni aspetto dell’esistenza umana alle macchine. L’invettiva di ciascuno è costruita in un crescendo che rimane tuttavia sospeso, come la scenografia, prima battuta e scompigliata, infine ribaltata e sollevata. Amplificazione, digitalizzazione e distorsione dei suoni contribuiscono a caratterizzare questa seconda parte in maniera antirealistica, spettacolare e imprevedibile.

Qual è il finale? Ce lo indica una luce, la luce di una candela portata in scena a inizio spettacolo, paradossalmente proprio dalla Santa Inquisizione, e poi amplificata dalla luce riflessa su pannelli sospesi, una luce divenuta abbagliante, che prende il sopravvento e incarna quel processo di cui si è detto, irrevocabile. Per un attimo viene da pensare alla luce purissima che quasi acceca Dante in Paradiso, tuttavia questa non genera pace né possibilità di ritorno al passato, ma solo inquietudine e smarrimento di fronte all’ormai noto ignoto.

La scenografia ha un carattere installativo. Tutto è a vista, potrebbe essere la sala di un museo come un laboratorio scientifico o una serra. Tessere rettangolari di compensato ricoprono il palco, pronte all’occorrenza a essere spostate. Su queste tessere poggiano vasche rettangolari, ripiene di materiale organico (terra, foglie, verdure, piante), illuminate dall’alto da fari sospesi a poca distanza da loro. Un linguaggio, quello delle luci, che si aggiunge ed amplifica quello della parola e dei suoni, prima armonici e poi sempre più spezzati e digitalizzati.
Magnifici nella loro essenzialità i costumi, dalle linee semplici e scelte cromatiche nette che, per i personaggi storici, attingono ai colori dell’iconografia secentesca.

Grande plauso agli attori per una recitazione intensa e allo stesso tempo duttile, in grado di adattarsi alle varie modalità espressive, drammaturgiche e registiche che compongono il lavoro.
Lo spettacolo arriverà al Teatro Storchi di Modena per ERT, che lo coproduce, da giovedì 24 a domenica 27 novembre. 

Processo Galileo
di Angela Dematté, Fabrizio Sinisi
dramaturg Simona Gonella
regia Andrea De Rosa, Carmelo Rifici
con Luca Lazzareschi, Milvia Marigliano e con Catherine Bertoni de Laet, Giovanni Drago, Roberta Ricciardi, Isacco Venturini
scene Daniele Spanò
costumi Margherita Baldoni
progetto sonoro GUP Alcaro
disegno luci Pasquale Mari
assistenti alla regia Ugo Fiore, Marcello Manzella
una produzione LAC Lugano Arte e Cultura, TPE – Teatro Piemonte Europa, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con Associazione Santacristina Centro Teatrale

durata: 1h 40′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Torino, Teatro Astra, il 13 novembre 2022
Prima nazionale

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