Rendere uno spettacolo sempre attuale e non “musealizzato”, anche a distanza di tempo e se parla di fatti storicamente accaduti, è una sfida necessaria
Con “YOU. The Young city – I grandi racconti Under 35” lo spazio del teatro romano Centrale Preneste torna a farsi luogo di incontro di esperienze di giovani teatranti.
Non proprio e non più esordienti, molti degli artisti ospiti in questo scorcio di primavera sono promesse già in atto, i cui nomi circolano tra gli addetti ai lavori e spesso si sono guadagnati premi significativi o hanno scalato selezioni rinomate.
La rassegna, curata dal 2023 da Ruotalibera e Tiziana Lucattini, parte con il lavoro di un autore giovane, Alessandro Blasioli, formatosi nella recitazione e nella commedia dell’arte in Italia e all’estero, autore di “Questa è casa mia”, ma anche di “Sciaboletta. La fuga del re” (2018) e “L’avvocato di Matteotti” (2019).
“Questa è casa mia” racconta di due ragazzi, Marco e Paolo, al tempo del terremoto. I due protagonisti, a distanze diverse e da migliori amici, vivono la tragedia e i primi mesi del post-sisma. Ma un litigio, un’incomprensione, li divide; mentre la sommossa popolare contro le inadempienze dello Stato e della Protezione Civile di Bertolaso (Blasioli ne fa il nome più volte, apertamente) li riunirà.
Non mancano momenti comici, come quello dedicato alla terrificante musica popolare abruzzese; o di scrittura della realtà asciutta come la catabasi dal decimo al primo piano degli sfollati all’Hotel Provence di Silvi Marina; né momenti di liquido patetismo, come i retorici “perché?” sulle costruzioni antisismiche in “questo Paese”.
Il tutto poggia sulle qualità comunicative di Biasoli, sulla sua instancabile presenza di palco.
Per uno spettacolo che ha quasi dieci anni di vita (era stato scritto nel 2017) e un palmarès di diciassette premi nazionali, come rivendica la presentazione, sarebbe un po’ sterile segnalare i suoi punti forti (la sicurezza dell’impaginazione in relazione all’allora giovane età dell’autore) o deboli (la tendenza all’automatismo linguistico e a un certo compiacimento semicolto: “scrosci d’applausi”, “le recinzioni metalliche nulla possono”, “lamentazioni a mezza bocca”, “lavare la città dall’onta subita”). O, ancora, sottolineare le caratteristiche che felicemente disegnano se non proprio un’effrazione, una deviazione rispetto al genere del teatro di narrazione puro (una certa attenzione alle atmosfere create sul palco, grazie alle luci e alle trovate scenografiche) o i cospicui debiti con i maestri del genere: Baliani, Celestini, Paolini. Sarebbe sterile perché “Questa è casa mia” ha vissuto pienamente la sua vita di palco dal suo debutto a oggi, attraverso riconoscimenti su scene diverse per contesto, affluenza, rinomanza, e si ha oggi come l’impressione che un giudizio meramente tecnico non possa prescinderne, che la parola del critico, con le sue arrovellate idiosincrasie e i suoi tecnicismi, suoni aprioristico, e che debba invece accettare di sottomettersi, appunto, alla vita.
Ecco perché forse è più interessante capire in che modo uno spettacolo come questo, costruito sull’attualità (un’attualità stranamente dilatata, nella fattispecie dalle difficoltà italiane a esprimere soluzioni in tempi brevi) debba avere la forza di fare i conti con la questione prospettica. Al di là dell’invecchiamento anagrafico di uno spettacolo, è non sul suo “valore” assoluto, ma sulla sua permanenza che l’autore dev’essere spinto a interrogarsi, a meno di non accettare di vedere “musealizzato” un lavoro che invece dovrebbe puntare su una vita sempre vibrante. O, peggio, vederlo attraversare la fase dell’inattuale, del kitsch.
Vero è che il teatro civile sconta, rispetto ad altri generi, una caducità più rapida, specialmente nella società della iper-informazione, laddove esso sia deputato a fornire l’antidoto a un giornalismo poco attento e spesso inaffidabile, letture più complete e informate di un evento, da trasmettersi attraverso un linguaggio che non sia meramente espositivo. E dove questo teatro sia chiamato, se non vuole semplicemente patetizzare (o “poetizzare”, come mi suggerisce il correttore di Google) le tragedie della storia e dell’attualità, a contestualizzarle o assolutizzarle, a renderle se possibile più dure e fatali – non più tenere.
Solo da quella precisione di cose, solo da quella tragicità, può elevare l’attualità a evento mitico, renderla insomma non più transeunte, donarle un eterno presente.
Rinnovarsi è eternarsi, attraverso la determinazione di uno sguardo sensibile e mobile, sempre mobile, sempre agganciato sotto i piedi del pubblico di oggi, nel fascio di rette che proietta in avanti il punto di fuga di una prospettiva verso il futuro.
Non si può esaurire il rinnovamento semplicemente nella necessità di un disclaimer che reciti: “Attenzione, otto anni sono passati dalla prima dello spettacolo a cui avete assistito, sedici dall’evento che narra”.
Rinnovarsi è stralciare e riscrivere per sperimentare, come diceva qualcuno, la vitalità di un testo. La forza di un teatro che lavora sopra la contemporaneità dovrebbe essere quella di accompagnare la mitopoiesi a cui quegli eventi vissuti dalla comunità dovrebbero auspicabilmente condurre. Dove siamo oggi? Cos’è rimasto oggi in noi, o in chi c’era, di quei drammi? Come eravamo allora e come siamo ora?
Dovrebbe insomma trovare al suo interno, nel lavorio sulle parole e sulla forma scenica, la sensazione di un continuo presente. Un presente doppio, ottenuto rinnovando l’urgenza che quello specifico fatto rivendicava all’indomani del proprio accadere e rispecchiando il qui e ora di chi è qui ora, elevandolo a exemplum, a eterno, irrevocabile.
