Dalla Toscana alla Puglia, il teatro a scuola prova a rispondere dove la sola educazione civica rischia spesso di fermarsi: nell’esperienza concreta dell’incontro con l’altro
La scuola è appena finita, ma il dibattito pubblico continua a interrogarsi su come contrastare il bullismo, il cyberbullismo, la violenza giovanile e il crescente disagio relazionale che attraversa le scuole italiane. Forse la domanda da porsi non è quante nuove materie aggiungere ai programmi in vista di un nuovo anno sui banchi, ma quali esperienze concrete offrire ai ragazzi.
Negli ultimi mesi la cronaca ha restituito immagini che hanno colpito profondamente l’opinione pubblica: docenti aggrediti, insegnanti umiliati e ripresi con gli smartphone, episodi di violenza sempre più precoce e diffusa. Dai casi di aggressione ai professori fino al fenomeno delle baby gang e dei cosiddetti “maranza”, emerge una difficoltà crescente nel riconoscere l’altro come persona, nel comprendere le conseguenze delle proprie azioni e nel costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco.
Di fronte a questo scenario, la risposta prevalente delle istituzioni sembra spesso essere la stessa: nuove ore di educazione civica, nuovi percorsi di cittadinanza. I più illuminati propongono nuovi moduli sull’affettività. Per il governo, la soluzione immediata è spesso quella del pugno duro: ispettori mandati nelle scuole, giro di vite punitivo, sospensioni, cinque in condotta, con conseguente perdita dell’anno scolastico. Il risultato è spesso la dispersione scolastica o, nei casi peggiori, uno stigma che rischia di accompagnare il ragazzo anche nell’età adulta, aggravando anziché risolvere il problema. Questo non significa negare le buone intenzioni che animano tali iniziative. Tuttavia occorre chiedersi se l’empatia e il rispetto possano davvero essere trasmessi attraverso una lezione frontale e se una scuola che educa prevalentemente all’obbedienza, piuttosto che alla responsabilità, possa davvero formare cittadini consapevoli.
L’empatia non si insegna ex cathedra. Si vive
Nessun adolescente impara a mettersi nei panni dell’altro compilando una scheda o ascoltando una conferenza. Tanto meno incassando una ramanzina. L’empatia nasce dall’esperienza, dalla condivisione, dalla possibilità di assumere punti di vista differenti dal proprio. Ed è precisamente qui che il teatro si rivela uno strumento educativo straordinario.
Frequentare un laboratorio teatrale, recitare significa entrare nella vita di qualcun altro. Significa comprendere motivazioni, paure, desideri e fragilità di personaggi spesso lontani dalla propria esperienza personale. Significa imparare a fidarsi, a rispettare i tempi altrui, a chiudere gli occhi e ad affidarsi al buio, ad ascoltare un compagno perché il successo della scena dipende anche da lui. Significa accettare il confronto, la collaborazione, l’errore e la correzione. Significa accoglienza della corporeità propria e altrui, ed è riconoscimento di emozioni condivise. In altre parole, significa allenare quotidianamente quelle competenze relazionali che nessuna lezione teorica può trasmettere con la stessa efficacia.
Non è un caso che proprio mentre il Paese discute di educazione civica e cittadinanza attiva, alcune amministrazioni abbiano deciso di investire concretamente nel teatro scolastico.
La Regione Toscana rappresenta oggi l’esperienza più avanzata a livello nazionale. Con la Legge Regionale n. 56 del 22 agosto 2025, intitolata “Disposizioni per la promozione delle attività teatrali nelle istituzioni scolastiche”, è stata introdotta la prima normativa italiana che punta a rendere le arti sceniche parte integrante del percorso formativo curricolare. L’obiettivo non è semplicemente organizzare spettacoli o laboratori occasionali, ma costruire un sistema stabile e diffuso che riconosca al teatro un valore educativo strutturale.
I numeri dimostrano che non si tratta di una sperimentazione marginale. Andrea Carlino su “Orizzonte Scuola” parla di un progetto che coinvolge 99 istituti scolastici distribuiti in 46 comuni delle dieci province toscane. Nella stagione 25/26 sono state realizzate 109 iniziative articolate in 788 appuntamenti tra laboratori, workshop, lezioni e spettacoli, con un investimento complessivo di circa 247 mila euro. Le attività coinvolgono 47 compagnie teatrali.
Colpisce soprattutto il contenuto dei percorsi proposti. Non si tratta di un semplice avvicinamento allo spettacolo dal vivo. I laboratori affrontano temi come inclusione, cittadinanza, contrasto al disagio giovanile, educazione alle relazioni, rispetto reciproco e prevenzione del cyberbullismo. Tematiche che spesso vengono affidate a singole ore di educazione civica e che qui, invece, diventano esperienza vissuta attraverso il linguaggio teatrale.
La differenza è sostanziale
Un ragazzo può ascoltare per un’ora una lezione sul bullismo e dimenticarla il giorno dopo. Difficilmente dimenticherà, invece, un laboratorio teatrale in cui si è trovato a interpretare la vittima, il bullo, il testimone silenzioso o il genitore coinvolto. Il teatro offre, anche attraverso il semplice training o i giochi di ruolo, uno spazio nel quale possono nascere relazioni autentiche. Costringe a vedere il mondo da prospettive diverse. Ed è proprio questa capacità di decentramento cognitivo ed emotivo che costituisce uno degli antidoti più efficaci alla violenza e all’indifferenza.
Anche dal punto di vista culturale il teatro offre qualcosa che la scuola contemporanea rischia di perdere: la dimensione della comunità.
La parola civiltà deriva dal latino civis e richiama l’appartenenza alla comunità, la cittadinanza, la costruzione di legami sociali. La parola cultura, invece, deriva dal latino cultus, a sua volta legato al verbo colere, cioè coltivare. Due concetti apparentemente distinti che nel teatro trovano una sintesi perfetta. Da un lato il teatro educa alla partecipazione civile; dall’altro coltiva sensibilità, immaginazione e pensiero critico.
Per questo la coniugazione fra teatro civile e teatro colto appare ineludibile. La scuola ha bisogno di entrambi. Ha bisogno di un teatro da vedere, da fare e da vivere. Di un teatro che aiuti a comprendere il presente e di un teatro che metta gli studenti in contatto con il patrimonio culturale. Ha bisogno di Shakespeare e di Pirandello, ma anche di laboratori che affrontino il linguaggio dell’odio online, le discriminazioni, la violenza di gruppo e le dinamiche del branco.
L’esperienza toscana non è isolata. In Lombardia è stata avviata l’iniziativa “Palchi di classe”, che mira ad avvicinare gli studenti al teatro attraverso percorsi educativi strutturati e gratuiti che partono dalla visione di spettacoli teatrali. L’Emilia-Romagna ha promosso politiche di accessibilità culturale con biglietti teatrali per studenti a due o tre euro, abbattendo una delle principali barriere alla partecipazione. Si tratta di esperienze differenti ma accomunate da una stessa intuizione: l’educazione culturale non è un lusso, bensì una componente essenziale della formazione della persona.
Ancora più significativa è l’esperienza di Lecce. Il Liceo Artistico e Coreutico “Ciardo-Pellegrino” ha avviato, in collaborazione con l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, uno dei primi percorsi scolastici italiani con un vero e proprio indirizzo teatrale. Non più solo laboratori extracurricolari, ma un percorso organico che riconosce alle discipline della scena una dignità formativa pari a quella delle altre arti.
Questa scelta, presente anche in altre città (Torino, Busto Arsizio, Parma, Salerno, Palermo) indica una direzione precisa: il teatro non come attività complementare, ma come linguaggio educativo centrale.
Naturalmente nessuno sostiene che il teatro possa risolvere da solo problemi complessi come la violenza giovanile, il disagio sociale o la dispersione scolastica. Tuttavia appare sempre più evidente che le sole risposte normative o disciplinari non bastano. Ogni volta che un episodio di cronaca scuote il Paese, si invocano nuove regole, nuove sanzioni, nuovi protocolli. Più raramente ci si interroga sulle occasioni concrete offerte ai ragazzi per imparare a stare insieme.
La scuola italiana rischia spesso di affrontare i problemi relazionali con strumenti prevalentemente cognitivi: spiegare il rispetto, l’empatia, la cittadinanza. Ma le relazioni non si spiegano: si praticano.
Il teatro è uno dei pochi spazi educativi nei quali questa pratica può avvenire in modo sistematico. Sul palcoscenico si impara a parlare e ad ascoltare. Si impara che ogni ruolo è importante, dal protagonista al tecnico delle luci. Si sperimenta la responsabilità individuale all’interno di un progetto collettivo. Si scopre che il successo personale dipende anche dal successo degli altri. Si apprendono il silenzio, l’attesa, la capacità di sostare nella penombra.
In un’epoca dominata dagli schermi e dalle relazioni mediate dagli algoritmi, il teatro restituisce centralità alla presenza fisica, allo sguardo, all’ascolto reciproco. Costringe a confrontarsi con persone reali e non con profili digitali. Insegna che l’altro non è un bersaglio, un follower o un nemico, ma una persona.
Forse è proprio qui la lezione più importante che il teatro può offrire alla scuola contemporanea. Non tanto insegnare qualcosa in più, quanto permettere ai ragazzi di vivere ciò che troppo spesso viene soltanto spiegato.
Se davvero vogliamo contrastare bullismo, cyberbullismo, violenza e disagio giovanile, la strada potrebbe non essere l’ennesima materia aggiunta all’orario scolastico. Potrebbe essere, invece, la costruzione di esperienze educative capaci di trasformare le relazioni. E tra queste, il teatro rappresenta una delle risorse più potenti, inclusive ed efficaci di cui la scuola dispone oggi.
