Con la direzione di Maxime Pascal, Debussy incontra il teatro visionario di Castellucci
Dopo aver ascoltato per la prima volta alcuni anni fa, seppur in streaming a causa della pandemia, “Pelléas et Mélisande”, di Claude Debussy, abbiamo assistito questa volta dal vivo, al Teatro alla Scala, al capolavoro del musicista francese, dove mancava da 21 anni, con un allestimento assai particolare. La regia è stata infatti assegnata a Romeo Castellucci, che cura anche scene, costumi e luci, alla sua prima volta al teatro milanese, un regista che seguiamo con molto piacere e interesse sin dal suo esordio, tanti anni fa, con la compagnia Raffaello Sanzio, qui in sintonia con la drammaturgia di Christian Longchamp e la collaborazione artistica di Giulia Giammona.
Siamo davanti, insieme alle musiche di scena per “Le Martyre de Saint Sebastien”, all’unica opera lirica (un dramma in 5 atti e 12 quadri) del compositore francese, noto soprattutto per le sue opere sinfoniche e pianistiche, che fu ispirato da Maurice Maeterlinck, da cui è tratto il libretto, essendo stato affascinato dalle suggestioni lì presenti, che gli parevano assai vicine alla sua estetica musicale.
Purtroppo dopo una iniziale entusiastica adesione dello scrittore belga, piano piano si arrivò addirittura alla minaccia – da parte di Materlinck, per nulla soddisfatto della resa del suo testo – di sfidare a duello il compositore. La gestazione dell’opera durò, fra queste traversie, ben 10 anni, ma “Pelléas et Mélisande” riuscì comunque a debuttare il 30 aprile del 1902 all’Opéra-Comique di Parigi, pur tra forti contrasti, come del resto accade per le opere considerate troppo innovative.
Nelle serate successive, il consenso andò tuttavia sempre più rafforzandosi e alle ultime repliche il pubblico ne decretò il successo, riempiendo il teatro.
Come la quasi contemporanea “Salomè” straussiana (del 1905), questo capolavoro rappresenta una forte cesura con la tradizione ottocentesca, connettendosi fortemente alla contemporaneità, e ponendosi al contempo distante sia da Wagner che da Berg.
Debussy conservò pressoché intatto il dramma di Maeterlinck così com’era stato pensato, “inventando un modello originale di declamato lirico, capace in tutto di rispettare la prosodia del testo, con il risultato di dar vita a un’intonazione estremamente scorrevole e ‘parlante’, ma ricca d’incredibili sfumature. Nel tracciare questo nuovissimo stile vocale, il musicista fece tesoro delle sue mélodies per voce e pianoforte”, descrive Alberto Batisti nel “Dizionario dell’Opera 2008” (a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai).

L’opera mette al centro il tragico rapporto amoroso tra Pelléas, giovane fratellastro di Golaud, nipote di Arkël, re di Allemonde, e la misteriosa Mélisande.
L’opera inizia con Golaud che, inoltrato in un bosco per la caccia, incontra l’eterea, giovanissima Mélisande, perdutasi nei pressi del suo castello. La donna è molto misteriosa, non gli dice da dove viene e come mai è capitata lì. Prima molto reticente, Mélisande decide poi di seguirlo al castello. Qui la donna vivrà come sposa di Golaud una vita apparentemente serena.
Ma al castello abita anche Pelléas, fratellastro di Golaud, che, attratto dalla cognata, finisce per innamorarsene, ricambiato. Il momento fatale avviene quando le loro mani si sfiorano, mentre i due sono sul bordo di una fontana, intenti a recuperare la fede nuziale di Mélisande, caduta nell’acqua.
In un’altra scena dal forte simbolismo, Mélisande si scioglie i capelli alla finestra del castello e Pelléas, ai piedi della torre, si abbandona ad un sensuale contatto con l’amata, accarezzandone la lunghissima chioma.
Golaud diventa molto sospettoso e avverte il fratellastro che non deve avere nessun desiderio d’affetto per la moglie. Ma intanto, geloso, chiede informazioni anche al piccolo Yniold, il figlio di primo letto di Golaud.
Pelléas, per rispetto verso il fratello, vorrebbe quindi partire, ma durante il loro ultimo incontro Golaud, ormai sicuro del cambio dei sentimenti della moglie, pazzo di gelosia, uccide il fratellastro, che si era frapposto all’amata, ferendo anche Mélisande.
La donna morirà successivamente, donandogli una figlia, e lasciando il marito nell’incertezza dell’avvenuto tradimento.
Ad accompagnarci nella vicenda vi sono anche la madre dei due fratelli, Geneviève, il già citato piccolo Yniold, e Arkël, l’imbelle re di Allemonde.
Tutti questi avvenimenti non sono restituiti dalla musica di Debussy in modo realistico, ma vengono circondati da un’aura idilliaca, sospesa tra sogno e realtà. È in questo modo che Castellucci, tra il forte simbolismo di Maeterlinck e la musica rarefatta di Debussy, con belle intuizioni interpreta “Pelléas et Mélisande”. Ciò avviene fin dalla prima scena, quando da una nebbia persistente emergono la foresta e il lago che circondano il regno d’Allemonde, sospeso nell’illusione del tempo: e proprio la dimensione del tempo, nella regia di Castellucci, torna frequentemente attraverso diversi simboli, spesso sferici ma non solo, che rimandano ad orologi.

Molte le scene da ricordare; per fare solo due bellissimi esempi, quella della torre, coi lunghi capelli di Mélisande trasformati in rivoli d’acqua (altro simbolo ricorrente, dove la fontana viene rappresentata da due ampolle ricolme), e quella del secondo atto, quando Mélisande e Pelléas dichiarano il loro impossibile amore, trasformandosi in due iconici Pierrot.
La vendetta di Golaud è raffigurata con il buio che d’improvviso irrompe in una scena piena di luce, terreno dei due amanti. Del resto luce e buio si rincorrono sempre nell’allestimento, con il rosso che a volte si incunea nello sguardo del pubblico per testimoniare il colore della vendetta.

Incarnando l’innocenza, Pelléas e Yniold (e poi anche Mélisande) sono vestiti rigorosamente in bianco, mentre Golaud sempre in nero, spesso rimandando ad un’armatura.
Molto bella anche la metafora della speranza, resa scenicamente da arance che fanno la loro comparsa diverse volte.
Il tutto è spesso immerso in una luce soffusa, da sogno, sottolineata da Debussy con efficacia nei momenti in cui la parola tace. Ogni sentimento è accompagnato da una musica che esprime i contrasti e le passioni.
Nulla da eccepire sui tre interpreti principali. Bernard Richter esprime benissimo, nel ruolo di Pelléas, tutta la baldanza inquieta giovanile del personaggio, mista alla delicatezza dovuta alla nascita di un amore di cui accetta le sfaccettature, sapendo di non poterlo raggiungere.
Simon Keenlyside, come Golaud, è davvero bravissimo a esternare – tra rabbia e pentimento, con il canto e le movenze – il carattere di un uomo tradito, colmo di una gelosa ossessione.
Sara Blanch è infine una fragilissima ed efficace Mélisande, capace di esprimere tutta la misteriosa essenza del suo personaggio.

Insieme all’Axel del basso John Relyea e alla Geneviève di Marie-Nicole Lemieux dobbiamo ricordare assolutamente la prestazione di Alessandro De Gaspari, il piccolo Yniold, l’innocente figlio di Golaud (voce bianca dell’Accademia del Teatro alla Scala) impegnato in due scene molto impegnative.
Maxime Pascal dirige l’orchestra del Teatro alla Scala con pertinenza questo difficile e anomalo capolavoro, restituendoci con efficacia le sue atmosfere sognanti, attraversate da barlumi di ferocia e amore impossibile, grazie anche al contributo del coro sommesso diretto da Giorgio Martano.
Pelléas et Mélisande
Claude Debussy
Dramma lirico in cinque atti e dodici quadri
Libretto di Maurice Maeterlinck
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Nuova Produzione Teatro alla Scala
Direttore MAXIME PASCAL
Regia, scene, costumi e luci ROMEO CASTELLUCCI
Drammaturgia CHRISTIAN LONGCHAMP
Collaborazione artistica GIULIA GIAMMONA
Pelléas Bernard Richter
Mélisande Sara Blanch
Golaud Simon Keenlyside
Geneviève Marie-Nicole Lemieux
Arkel John Relyea
Le petite Yniold Allegra Maifredi** (22, 26, 30 apr.) / Alessandro De Gaspari** (3, 9 magg.) / Alberto Tibaldi** (6 magg.)
Un médecin Zhibin Zhang*
Le Berger Geunhwa Lee*
* Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala
** Solisti del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
durata: 3h 10′ circa incluso intervallo
Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 9 maggio 2026
