Il coreografo greco porta in scena a Parigi un’umanità in bilico tra rabbia, ritmo e desiderio di ricominciare
Siamo nella Sala Sarah Bernhardt del Théâtre de la Ville di Parigi, restaurata di recente, con una hall moderna, imponente, distribuita su più livelli, dal respiro quasi nord-europeo. Il teatro è pieno, in sold out per una settimana, e nell’aria si avverte quella sospensione particolare che precede gli spettacoli attesi: un misto di curiosità, fiducia e aspettativa, soprattutto quando sta per iniziare lo spettacolo di Christos Papadopoulos, uno dei coreografi greci più conosciuti della scena contemporanea europea, autore di una danza ipnotica e corale.
“My Fierce Ignorant Step” si apre su dieci interpreti in scena, vestiti in modo non uniforme, come se ciascuno portasse già addosso una propria temperatura, un passato, una memoria fisica. All’inizio c’è quasi solo un beat metallico, secco, regolare, simile a un metronomo. Eppure l’impressione, fin da subito, è che quel suono non scandisca soltanto il tempo musicale, ma un tempo in senso più ampio: quello storico, biologico, il tempo ostinato di ciò che continua ad avanzare anche quando non sappiamo più verso cosa.
I performer sono rivolti verso il pubblico. Si muovono appena. Un piccolo scatto del volto, un gesto asciutto, quasi meccanico, come se il corpo fosse attraversato da un impulso elettrico minimo, trattenuto, ancora incapace di espandersi. Qualcosa ricorda la marionetta, ma senza mai scivolare nella caricatura: si avverte piuttosto una tensione trattenuta, nervosa, il corpo umano colto nel momento esatto in cui comincia ad essere mosso da una necessità, prima ancora che da una volontà riconoscibile.
Alcuni interpreti hanno un microfono: lo usano per amplificare il respiro, per trasformarlo in suono netto, frammento vocale, pulsazione. Il fiato diventa materia, la voce entra nel ritmo, il movimento sembra nascere da una zona ancora più interna della danza, da qualcosa che precede la forma e la spinge fuori. È come assistere al momento in cui un corpo, prima ancora di esprimersi, sente l’urgenza di non restare fermo.

Papadopoulos parte da una condizione molto riconoscibile del nostro presente: un’epoca attraversata dall’instabilità, dalla paura, da guerre e tensioni politiche sempre più cupe, dall’incertezza, dall’egoismo, dalla proliferazione di falsi miti e illusorie promesse. Di fronte a questo paesaggio, non costruisce un discorso esplicito, non cerca la denuncia frontale. Sembra piuttosto mettere i suoi interpreti davanti a una domanda fisica: cosa resta del corpo quando il mondo intorno produce paura, frustrazione, disorientamento? E dove può andare quell’energia che non trova più un luogo in cui depositarsi?
Da un lato c’è l’urgenza di espellere rabbia, frustrazione, energia compressa. Dall’altro il desiderio di ritrovare una forza più antica e meno plasmata: quella dell’adolescenza, quando si è forse più inconsapevoli, ma anche più capaci di entusiasmo, fiducia, ideali, slancio. Quella stagione in cui si crede ancora che il corpo possa spostare il mondo, o almeno incrinarne l’inerzia.
Il “passo feroce e inconsapevole” del titolo nasce forse proprio da questa contraddizione: avanzare senza sapere, ma avanzare comunque; non avere ancora una forma piena di consapevolezza, e tuttavia sentire dentro una forza che spinge, chiama, pretende di esistere. Non è un passo eroico, né un passo trionfale. È piuttosto un movimento ostinato, imperfetto, vitale. Un gesto che porta con sé rabbia e innocenza, fragilità e resistenza.
La musica originale di Kornilios Selamsis diventa un elemento decisivo della costruzione drammaturgica. A ogni passaggio si aggiunge un suono nuovo, una vibrazione ulteriore, una variazione del ritmo. Il beat iniziale si apre progressivamente a un crescendo sempre più incalzante, che scuote la scena e finisce per coinvolgere anche la platea. Corpo, respiro e suono costruiscono un paesaggio quasi estatico, in cui gli interpreti sembrano strumenti prima ancora che figure danzanti. La danza non accompagna la musica: la produce, la respira, la incarna.
Anche le luci di Stefanos Drousiotis partecipano a questa espansione percettiva. A tratti illuminano la platea, come a includerla dentro il dispositivo, a ricordarle che non è solo osservatrice, ma parte dello stesso campo di tensione. Altre volte arrivano come tagli improvvisi, quasi fulmini, fenditure luminose che sorprendono lo sguardo e modificano la percezione dello spazio. La scena non si limita a mostrarsi: pulsa, chiama, investe.
La costruzione coreografica procede per dettagli minimi: piccoli scarti del volto, vibrazioni del busto, variazioni quasi impercettibili del passo. Ma quando questi segni si propagano tra i dieci corpi, acquistano una forza sorprendente. Ciò che all’inizio sembrava trattenuto, quasi imprigionato, comincia lentamente a liberarsi. I danzatori iniziano a guardarsi, cercarsi, riconoscersi nello stesso ritmo. Come se, dopo una lunga fase di isolamento, il corpo ricordasse improvvisamente che la presenza dell’altro non è soltanto minaccia ma possibilità.
Non si tratta però di nostalgia per la stagione dell’adolescenza. O almeno non soltanto. C’è qualcosa di più concreto, quasi politico, nel modo in cui questi corpi cercano insieme un equilibrio, una direzione, una forma di gioia condivisa. Papadopoulos sembra invitare a ritrovare il meglio dell’essere umano: la capacità di accordarsi agli altri, di ascoltare un ritmo comune, di trasformare la frustrazione in movimento, la paura in presenza, l’isolamento in relazione.
Ed è proprio qui che “My Fierce Ignorant Step” trova la sua parte più luminosa. Non quando la struttura si mostra nella sua precisione, ma quando dentro quella precisione comincia a filtrare qualcosa di più caldo, più fragile, più esposto. I corpi, prima quasi chiusi dentro una partitura severa, iniziano a lasciarsi attraversare da una stessa energia. Non diventano una massa indistinta, non perdono la propria singolarità. Al contrario, sembrano trovare una forma comune proprio nel momento in cui ciascuno resta visibile nella propria differenza.

Chi osserva sente quella gioia crescere dentro. A un certo punto si avrebbe voglia di scendere dalla platea, o meglio ancora di salire sul palco, e mettersi a ballare con loro, tanto è forte l’energia che l’ensemble riesce a generare. Non una gioia facile, non una gioia esibita, ma qualcosa che arriva dopo una pressione, dopo una tensione rimasta a lungo sottopelle. Merito anche del carisma degli interpreti, da nominare uno a uno: Georgios Kotsifakis, Themis Andreoulaki, Maria Bregianni, Amalia Kosma, Sotiria Koutsopetrou, Tasos Nikas, Spyros Ntogas, Ioanna Paraskevopoulou, Danae Pazirgiannidi, Adonis Vais. Dieci presenze che non si annullano mai nella struttura, ma la abitano, la incrinano, la rendono viva, andando a creare quel momento raro in cui un insieme di individui sembrano ricordarsi che muoversi può ancora voler dire credere in qualcosa.
Ed è forse in questa innocenza feroce del movimento, in questo passo che non sa ancora tutto ma continua ad avanzare, che lo spettacolo trova la sua forza più limpida: non una risposta al disordine del presente, ma un gesto ostinato di vita, una possibilità di ritmo comune, un invito a non dimenticare quella parte di noi che, prima di essere addomesticata dal mondo, credeva ancora di poterlo cambiare.
My Fierce Ignorant Step
Ideazione e coreografia Christos Papadopoulos
Consulenza drammaturgica Alexandros Mistriotis
Musica originale Kornilios Selamsis
Assistente alla composizione musicale Jeph Vanger
Scenografia Clio Boboti
Costumi Angelos Mentis
Luci Stefanos Drousiotis
Vocal coach / preparazione vocale Apostolis Psichramis
Assistente alla coreografia Sevasti Zafeira
Collaborazione e interpretazione Themis Andreoulaki, Maria Bregianni, Amalia Kosma, Georgios Kotsifakis, Sotiria Koutsopetrou, Tasos Nikas, Spyros Ntogas, Ioanna Paraskevopoulou, Danae Pazirgiannidi, Adonis Vais
Durata: 60’
Visto a Parigi, TDV – Sarah Bernhardt_Grande salle, il 29 maggio 2026
