A Danae XXVI l’eredità del maestro giapponese di Butoh nella danza di Wakamatsu, Rampelli, Cristiani, Negro e Proia
Si sgela il Danae Festival dopo un anno di letargo. Rifiorisce di danza, performance, suoni e teatro nel giardino curato a Milano da Attilio Nicoli Cristiani e Alessandra De Santis. La XXVI edizione di Danae è nel ricordo di Masaki Iwana, maestro giapponese di Butoh mancato nel 2020.
Debutto all’insegna dell’ecologia con Leah Marojević in “The Second Body”, performance ideata dall’artista polacca Ola Maciejewska, che due anni fa ci aveva deliziato con le sue avvolgenti danze serpentine e la sua coloratissima dancing dress.
Qui una Marojević a torso nudo dialoga con una scultura di ghiaccio. Chili di gelo da abbracciare e manipolare, in un legame che si dissolve e si ricompone continuamente; in una catena di avvicinamenti e respingimenti, attrazioni e repulsioni. Un lavoro simbolico, che segna l’impatto tra il corpo umano e la materia cangiante. Avvertiamo il senso dell’arte, il suo percorso di dissoluzione. C’è il travaglio del processo creativo. C’è la fatica di plasmare, riparare, ripartire. C’è la resilienza del corpo e della mente, in un gioco di contrasti che rappresenta la vicissitudine stessa dell’artista. C’è l’abulia del tempo come inerzia produttiva.
La performer brancola, ansima, arpiona il ghiaccio con le mani e con i denti. Il ghiaccio è guanciale, culla, morsa, abbraccio letale. Questo lavoro è sfida e patimento. È metafora della creatività e della vita stessa, che si esaurisce goccia a goccia. Ma pensiamo soprattutto alla Terra, al pianeta che stiamo soffocando con il surriscaldamento climatico e lo scioglimento di calotte e ghiacciai.
Frigida e refrattaria è almeno in apparenza anche l’azione di Habillé d’Eau in “Chamber Music”, ideazione e regia Silvia Rampelli, con la danza di Valerio Sirna, Eleonora Chiocchini e Alessandra Cristiani. Lavoro paradossale a Spazio Fattoria (Fabbrica del Vapore) che ospita il primo weekend del festival. La performance è concerto senza musica. Gli strumenti sfilano in assolo. È una staffetta irrelata, che diventa orchestra procedendo per sottrazione.
Tre declinazioni del femmineo; Valerio Sirna e il suo immobilismo cadente, cristallizzato in un’attesa indefinita; Eleonora Chiocchini nascosta nella sua misteriosa e interminabile ciocca di capelli neri, refrattaria, indifesa nell’abisso di uno spazio vuoto. Infine Alessandra Cristiani libera da ogni orpello, nuda, essenziale, a spalmarsi nevroticamente un unguento, quasi a impermeabilizzarsi rispetto a un contesto già di suo alienante. Un anticlimax autoimmune, prossimo alla condizione asettica della nostra epoca.
Tra i giardinieri di Danae, come si diceva, Masaki Iwana, maestro di Butoh scomparso nel 2020, esattamente un anno dopo il suo ultimo laboratorio tenuto proprio a Milano al festival delle Moire. Che lo celebra in una due giorni fatta di parole scritte, immagini, video, film, suoni e danza. I germogli di Iwana si chiamano Francesca Proia, Cristina Negro e Alessandra Cristiani. Si chiamano Silvia Rampelli, che ricorda in una breve conferenza l’amico e l’artista: Iwana rigoroso e tagliente; Iwana estraneo a qualunque genealogia del Butoh. Resistente alla gerarchia e al concetto di maestro. Invitava a gettarsi nel corpo e nelle sue alchimie facendone esperienza, estraendone la vita, ricavandone una danza dagli esiti imprevedibili. Proiettandone il riverbero sugli spettatori. Per Iwana non contava la tecnica, ma la forza poietica dei corpi con le loro ferite, senza cesura tra passato e presente, maschile e femminile, spazio e materia, forma e sostanza.
La performance che inaugura il tributo a Masaki è quella della moglie Moeno Wakamatsu, accompagnata dal percussionista Lê Quan Ninh. “A tree on the other side” è il dialogo tra una musica stridente, a tratti cacofonica, e una danza cadente. Sibili sordi, fruscii, fragori suoni frastagliati ricavati da materiali di risulta. È il rito notturno di una creatura diroccata, esanime, invasata, che esplora la vita attraverso gli abissi. Essa trova la luce perché non esita a farsi carne con la notte. La terra è radice. I rami fendono il cielo. Questa danza è porta tra finito e infinito. Il corpo della danzatrice è ferita e fiaccola. E deflagra in un sogno serafico, liminale tra la vita e la morte. La musica via via solenne, celeste, proietta verso un altrove inattingibile.
“Aplomb” vede ancora in scena il percussionista Lê Quan Ninh, stavolta con il sassofonista Michel Doneda. Un dialogo improvvisato, come la quotidianità di chi vive alla giornata. Graffi, borbottii, suoni adulterati. Centrifughe di trilli. I due musicisti interagiscono allungando o accorciando le distanze. Nel rimbalzo tra suoni e spazi percepiamo il rapporto della musica con la velocità e il tempo. Lambiamo, senza afferrarla, la nostra epoca minata da squilibri e vertigini, risucchiata da un inesorabile vuoto.
Anche per tradurre la danza in immagini bidimensionali occorre talento. “The newborn touch” è il breve video di Francesca Proia con Danilo Conti. A danzare è più la macchina da presa che il corpo. La performance è sublimazione della musica che l’accompagna. È solennità di gesti lenti, ieratici, e intensità di emozioni che trasudano da occhi bassi, spenti, estranei, ripresi anche dall’alto dal videomaker con uno sguardo che si addentra nella nostra coscienza.
Ciò che traspare in questi lavori dedicati a Iwana è la sospensione tra bellezza e dolore. È la focalizzazione su un’umanità mai centrale, brancicante fra cieli impervi e ferite da rammendare.
In “La rose habite dans notre coeur comme une ortie” Cristina Negro alla danza incontra Michel Doneda al sax. Un mazzo di fiori secchi dentro un vaso senz’acqua. Una danza sofferta e slabbrata. L’attrazione verso un’armonia perennemente imperfetta. La rosa qui è alba iniziatica e preludio al rinnovamento. È mistero. È enigma vivo e sensibile.
La danza di Negro mai del tutto liberata, il sax illanguidito di Doneda, sono un invito a spogliarsi di regole e convenzioni per incontrare la bellezza mistica. Lasciando che si esprima il potere dell’arte.
Ma gli slanci di noi umani sono sempre velleitari. La musica esala. Calano le luci. Il movimento infiacchisce. Non resta che un abbraccio solidale. Scriveva Victor Hugo che «la vita è un campo di ortiche dove solo la rosa è amore». Cristina Negro innaffia quella rosa con lacrime di gioia e afflizione.
Il giardino di Danae è anche quello autunnale di un creato che è oblio. Nudo femminile degno di Schiele, assorbito da un mucchio di foglie secche. Con “Entrana”, Alessandra Cristiani dismette ogni orpello per stabilire il dialogo con una natura sopita e silente, primo passo per il regresso nel proprio corpo. “Entrana” è sosta, viaggio interiore, anelito a carpire ogni residuo vitale di un mondo vegetale distante dalla vita come Dynamis, che della vita conserva memorie indelebili. È il rigurgito delicatissimo di un’umanità perdente ma mai rassegnata, che custodisce con dedizione quel minimo di scintilla creativa.
Prosegue la ricerca di Paola Bianchi sul mondo del lavoro. Il corpo si modifica in relazione ai movimenti che compie anche in ambito produttivo. Dopo Vicenza e Genova, l’indagine della performer torinese (accompagnata da Stefano Murgia, con le luci di Paolo Pollo Rodighiero) si rivolge a Milano. L’ex sindaco Gabriele Albertini sosteneva che «se Roma è “la” capitale, Milano è “il” capitale». Proprio il rapporto tra cittadini e capitalismo, con le sue infinite ambivalenze, finisce sotto la lente dalla danzatrice e coreografa. Al centro di “Fabrica 20100 [Milano]”, il lavoro del giardinaggio in una città di cemento asfissiata dallo smog, che pure contempla parchi e giardini, il Bosco Verticale, la Biblioteca degli Alberi. La performer si presenta in costumi scuri, un grembiule, scarpe antiscivolo. I movimenti sono in apparenza rotondi, armonici. Eppure affiora qualche tic, e una sorta di stretching rimette a posto muscoli e spina dorsale. È la Milano da bere produttiva e spaccona. Quella della “pubblicità anima del commercio”. Quella rassicurata da un’immagine green illusoria che vende come brand.
“Fabrica 20100 è una performance in perenne movimento come la città che corre. L’adrenalina dissimula lo stress sbilenco, la routine meccanica, il ritmo stordente che si ripete all’infinito. Il lavoro alienante è mascherato del rito settimanale dell’happy hour e dal ritmo martellante della discoteca. E mentre contempla narcisisticamente sé stessa, la città ubriaca non si accorge dei derelitti che urlano afoni la propria solitudine. E cercano pertugi nella società come i virgulti nel cemento, come fili d’erba negli interstizi dei marciapiedi. Senza giudizi, con la forza assertiva della poesia, “Fabrica 20100” è un atto di resistenza dentro una civiltà sussiegosa che asfalta i deboli.
Chiusura del festival da mercoledì 30 ottobre a domenica 3 novembre, con Pierre Piton, Teatringestazione, Titta Cosetta Raccagni, Fabrizio Saiu, Rita Frongia, Paola Tintinelli, Antonio Tagliarini e il trio musicale Faravelli, Malatesta e Lopez.
