The Pyre. Nell’universo soffocante e astratto di Gisèle Vienne

Gisèle Vienne
Gisèle Vienne
Gisèle Vienne (photo: Isabelle Meister)
Una lenta ma progressiva immersione in un mondo colorato ed ignoto accoglie lo spettatore di “The Pyre”, ultima creazione dell’artista franco-austriaca Gisèle Vienne, classe 1976, in scena la settimana scorsa a L’Eplanade du Lac di Divonnes-les-bains, nell’ambito del festival ginevrino La Bâtie, che prosegue fino al 14 settembre.

Dapprima, dicevamo, è un tuffo in un tunnel in continua trasformazione, nella piacevolezza del perdersi nello spazio sconfinato, in un misto tra paura e curiosità: il voler andare al di là, tentare una esplorazione verso spazi fisici sconosciuti o stati d’animo inesplorati dentro di noi, nel corpo; poi, col passare dei minuti, tutto si trasforma.

Così nasce “The Pyre”, performance con la quale la Vienne continua la collaborazione con lo scrittore Dennis Cooper, autore del testo, i musicisti Peter Rehberg e Stephen O’ Malley, e Patrick Riou per le luci. Non a caso. Sì, perché in “The Pyre” si mescolano inscindibilmente parole, musiche e luci. L’intenso testo di Cooper è come soffocato, giace nascosto nell’impossibilità di espressione; mentre le musiche e le luci, bellissime, accompagnano costantemente l’asfissia, la solitudine, l’angoscia, la chiusura, amplificando alla perfezione ogni singolo gesto del corpo in scena della brava Anja Röttgerkamp, la donna-corpo, che giace per terra estraniata dalla realtà, annullata da qualcosa.


Gisèle Vienne confessa di essersi ispirata per questa performance al film “La luna” di Bernardo Bertolucci, per scandagliare al meglio un rapporto madre-figlio complicato, disturbato. Il tema è a lei caro, ossessionata come è da sempre dall’infanzia, dal desiderio sessuale, dall’erotismo e dalle pulsioni di morte. Poco importa se la donna in scena è anche madre; ciò che colpisce lo spettatore in questo canto muto è assistere alla lenta consumazione del corpo che, come posseduto o allucinato, esegue l’ultima danza, nel frastuono che scuote e soffoca il respiro.

Questo canto di dolore disturba, occorre digerirlo e metabolizzarlo prima di poterne apprezzare la complessità. È un canto che stona lo spettatore, lo spiazza e, soprattutto nella prima parte, lo travolge di emozioni trasportandolo in zone a lui sconosciute.
Questo trasbordo convince di più nella prima parte piuttosto che nella seconda, in cui la presenza in scena di un bambino fuorvia e smorza l’intensità. Musiche e luci sono comunque travolgenti, un po’ meno le coreografie, che appaiono meno dinamiche ed esplosive, diversificanti.

The Pyre

creazione, messa in scena, coreografia e scenografia: Gisèle Vienne
creazione musicale, interpretazione e diffusione live: KTL (Stephen O’ Malley et Peter Rehberg). La canzone Back Eyed Dog è invece di Nick Drake dall’album Made to love magic
testo: Dennis Cooper
luci: Patrick Riou in collaborazione con Robin Kobrynski
con: Anja Röttgerkamp e Kamiel Van Looy
voce: Dennis Cooper  
costumi: José Enrique Ona Selfa
trucco: Mélanie Gerbeaux
spazializzazione del suono: Ircam  Manuel Poletti
decori: Leds Designgroup professional GmbH/LED Lightdesign
altri elementi del decoro: Espace et Cie
regia generale: Richard Pierre
regia scena: David Jourdain
regia suono: Gérard d’Elia regia suono/video Arnaud Lavisse
concezione piano 3D: Rémi Brabis
produzione, diffusione e amministrazione: PLATÔ Séverine Péan, Carine Hily e Julie Le Gall
produzione e diffusione internazionale: Alma-Office/Bruxelles

durata: 75′
applausi del pubblico: 2’30”

Visto a Divonnes-Les-Bains (Francia), L’Esplanade du Lac, il 4 settembre 2013


 

0 replies on “The Pyre. Nell’universo soffocante e astratto di Gisèle Vienne”
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *