Al Campania Teatro Festival, Roberto Andrioli firma un testo per indagare ciò che è e ciò che appare
Una delle cose piacevoli dell’andare in giro per teatri in generale – e del farlo nelle rassegne festivaliere in particolare – risiede senz’altro nel gusto della scoperta, ossia la possibilità di incontrare compagnie che non s’era avuto mai modo d’intercettare e conoscere.
È il caso di questo lavoro de La macchina del Suono, collettivo artistico che fa base in Toscana e che ha portato in scena al Campania Teatro Festival uno spettacolo, “L’ultima fotografia”, che, pur nella tradizionalità del suo impianto, ha saputo costruire un meccanismo valido, godibile e incentrato su una tematica complessa, sviluppando un grappolo di domande da cui risulta difficile sciogliere il rovello in risposte definitive; interrogativi che vertono sui confini etici sempre più sfumati e sempre meno oggettivi, sulle morali cangianti che ammantano d’una opaca cappa di liceità ciò che spesso è invece riprovevole.
La scena è quella di un interno che rappresenta il raffazzonato studio/abitazione di un fotografo (Roberto Andrioli, che firma anche il testo) visibilmente in disgrazia, tanto che è costretto a imbacuccare un travestimento per rincasare evitando i creditori. Tra cassoni, scatole, un paio di lampade e qualche disordinata sedia, sembra scorrere l’esistenza disgraziata di un uomo che, insieme alla sua attrezzatura fotografica, pare debba aver conosciuto tempi migliori, costretto ora a vivere ai margini, nascosto dietro alle veneziane serrate sullo sfondo, da cui scrutare all’esterno, possibilmente senza essere visto.
Eppure, la desolata routine fatta di bollette non pagate e debiti insoluti, sta per essere spezzata dalla notizia che non ti aspetti: una fotografia scattata diciotto mesi prima ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale – comprensivo di un cospicuo premio in denaro, utile a dare ossigeno alle esangui finanze del fotografo – il ritiro del quale è previsto per l’indomani a Londra.
Da qui si dipana un intreccio che coinvolgerà dapprima una presunta amica del figlio, giunta all’improvviso a chiedere alloggio al fotografo, il quale scopriremo in corso d’opera essere stato un inviato di guerra. E’ svolgendo questo lavoro che si è trovato a confrontarsi con lo scivoloso concetto di verità, cangiante e malleabile per quante sono le prospettive da cui la si osserva e la si racconta, e anche per qual è il prezzo che stabilisce quale sia la verità da raccontare e quale invece quella da sottacere.
Nello sviluppo drammaturgico, la donna dai marcati caratteri orientali (Yeda Kim) si scoprirà non essere in realtà colei per cui si era spacciata, e lo stesso figlio del fotografo (Mattia Ricchiuti), sopraggiunto inaspettatamente in un momento successivo, si rivelerà in combutta con la ragazza per smascherare le nequizie del lavoro del fotografo, in un susseguirsi di colpi di scena che – pur molto probabilmente esagerando oltremodo il ricorso al coupe de théâtre – suggeriranno approfondita riflessione su verità e coscienza, racconto della storia e relativa manipolazione.

Lo spettacolo contempera in un omogeneo ritmo ascensionale tanto la misurata ironia iniziale quanto il progressivo climax drammatico: la tensione cresce parallelamente al graduale disvelarsi delle dinamiche tragiche che sono alla base dell’evento per cui la foto sarebbe stata premiata, in un senso del dramma crescente che però mai rinuncia del tutto a quel caustico umorismo che sa molto di cinico disincanto, e che porta il fotografo, messo alle strette e posto davanti alle proprie responsabilità, a dover ammettere di non essere stato semplice testimone di un eclatante fatto di sangue (l’assassinio di un primo ministro orientale e della relativa famiglia, con tanto di contorni trucidi), ma addirittura complice di quel delittuoso evento.
Il susseguirsi degli eventi porta a un continuo cambio di prospettiva, da cui lo spettatore resta momentaneamente spiazzato e indotto a ragionare sulle sfumature dell’etica, la cui essenza non appare monolitica, ma sfrangiarsi come un ventaglio di sfoglie, in cui ogni velo che cade cambia, ora in una direzione, ora nell’altra, il senso profondo delle cose, inducendo una riflessione ponderata sull’ambivalenza coscienziale di ciò che a un primo superficiale sguardo può apparire nitidamente incontrovertibile.
In ciò, la regia di Fabrizio Checcacci si mette silenziosamente al servizio della storia, lasciando che questa emerga nei suoi dettagliati episodi con mera evidenza fattuale; gli attori fanno la loro parte, caratterizzando i personaggi in maniera tale da rendere focale anche il conflitto generazionale, tra il disilluso e cinico fotografo interpretato da Roberto Andrioli (“bambini, animali e vecchi bucano l’obiettivo”, dirà come a voler giustificare il mezzo col fine), e l’idealismo ingenuo e intransigente (e anche cocciutamente limitato) dei due ragazzi interpretati da Yeda Kim e Mattia Ricchiuti, la cui purezza d’intenti finisce per cozzare contro il muro di gomma di una realtà costretta a derogare a più d’un compromesso.
Nel complesso ne viene fuori un lavoro interessante, onesto e tutto sommato ben costruito, al netto di qualche eccesso drammaturgico troppo eclatante per risultare completamente credibile. La fotografia non mente e, anche se manipolata dall’uso politico (strumentale e demagogico) che se ne può fare, finisce per essere il riflesso fedele e la dimostrazione plastica di quanto sfumato possa essere il confine tra realtà e verità, tra ciò che è e ciò che appare.
L’ultima fotografia
testo Roberto Andrioli
regia Fabrizio Checcacci
con Roberto Andrioli, Yeda Kim, Mattia Ricchiuti
luci e scena Roberto Andrioli, Fabrizio Checcacci
foto di scena Chiara Camèra
produzione Associazione Culturale La Macchina del Suono
durata 1h 30’
applausi del pubblico 4’ 20’’
Visto a Napoli, Teatro Nuovo, il 28 giugno 2026
