“Una settimana di bontà 1975” di Emanuele Conte: il racconto d’un tempo passato che risuona nel presente

Ph: Donato Aquaro
Ph: Donato Aquaro

Un testo inedito di Tonino Conte per i 50 anni del Teatro della Tosse di Genova

“Una settimana di bontà 1975” apre uno squarcio inatteso su una pagina di storia relativamente recente, in un anno – il 2025 – che celebra il mezzo secolo di vita del Teatro della Tosse di Genova. Recente per molti, ma non per tutti, certamente non per i giovani interpreti di questo spettacolo, che diventano testimoni e interpreti di un non vissuto.

La sua genesi affonda nel 1975, data di nascita sia del testo (firmato da Tonino Conte) e del teatro stesso: quasi un doppio legame alchemico. A cinquant’anni dalla stesura, e a novanta dalla nascita di Tonino Conte, questo testo inedito trova voce nella regia di Emanuele Conte, figlio erede e portavoce di un’eredità artistica che rinasce e si rinnova grazie a un cast di sei attori, capaci di dar corpo a sette episodi tanto assurdi quanto vitali.

C’è un’eco, più che casuale, che rimbalza dal titolo: “La settimana di bontà”, che richiama il volume-collage di Max Ernst (“Une Semaine de Bonté”, 1934), un libro d’artista scandito in sette giornate, ciascuna dedicata a un elemento e popolata da personaggi surreali, scene illogiche e rimandi iconografici irriverenti, a ritrarre e svelare le violenze e le contraddizioni della “bontà” di regime, quello fascista in primis, fatto di telefoni bianchi e manganelli.

Torniamo alla messa in scena dello spettacolo alla Tosse, di cui si è assistito alla prima assoluta: appena si entra in Sala Campana, si è accolti da un’architettura che svela, anziché nascondere; nessun sipario, niente quinte, gli attori a prepararsi nel retroscena a vista.
Un’imponente impalcatura – come ponteggi di un cantiere sospeso – domina lo spazio scenico, firmato dallo stesso regista Emanuele Conte: evoca una città, ancora decisamente non metropolitana, in divenire, in veloce, potente e potenziale sviluppo, negli anni della Liguria post “rapallizzata” con le sue coste inghiottite dal cemento. È, l’impalcatura, una metafora potente: gli anni di piombo a Genova sono lontani, eppure la riflessione è che siamo ancora in una città fatta di impalcature, per ristrutturazioni, eco-bonus, coibentazioni, un lavorio architettonico sempre in sottofondo, a cinquant’anni di distanza, in uno spazio, la città, che ha cambiato molto – ove possibile – la sua fisionomia, ma che è rimasta fedele alla sua sostanza, la genovesità, molto sottolineata in questa messa in scena.

Tonino, genovese d’adozione e per questo quasi più genovese dei genovesi, oltre a raccontare la contraddittorietà del suo cum-tempore, canta, disegna, ritrae un luogo fatto di eroina, di pistole, di rapimenti, ma lo fa lasciando spazio al riso, alla goliardia e in alcuni momenti ad una vera e propria farsa (con tanto di parrucche e pance finte), sotto la costante presenza-non presenza di un nano (così detto, e scritto, in tempi in cui chiaramente il politically correct e la inclusion diversity erano sconosciute), che aleggia trasversalmente nei sette quadri proposti.
La tensione e il senso di precarietà emergono in ogni anfratto scenico, come un’eco di quei tentati rapimenti, di quel clima fosco e contraddittorio – si pensi ai film di Carlo Lizzani, di Nanni Loy, ai poliziotteschi in generale – in cui tutti, in qualche modo, risultano partecipi e spettatori al tempo stesso.

È questo il panorama su cui si annuncia trionfalmente una “Settimana di bontà”. Un titolo che risuona come réclame, una trovata pubblicitaria, un proclama politico o sociale che promette benevolenza e si scontra con la realtà spietata e caotica. Una programmatica settimana di bontà che si rivela un almanacco sovversivo, proprio come nel lavoro sopra citato di Ernst, sulla cui falsariga Tonino Conte costruisce e ricama la sua narrazione, lavorando sull’esatto rovescio della bontà sbandierata, ovvero sulla paura scatenata dalla cattiveria vera e propria, non tanto quella dei governi o dei piani alti, né tantomeno degli eserciti dei conflitti mondiali, alle prese con l’impasse del deterrente nucleare, ma con la paura di quello che abita la quotidianità piccolo-borghese, la società stessa, la crudeltà misera del contemporaneo, l’homo homini lupus che al tempo stesso detona e implode la costruzione sociale e il suo precario equilibrio dall’interno; l’annunciata bontà, per tanto, non è che uno specchio capovolto, dove l’ipocrisia viene mostrata con ironia feroce e sprezzante disincanto.

Da Ernst, Conte lavora sull’idea di suddividere l’azione in quadri quasi estemporanei, richiamando una struttura frammentata e provocatoria: un’agenda che lavora senza soluzione di continuità sul sovversivo e sulle policromie, traslando sul palcoscenico il carattere divertito ma straniante del collage.
Siamo nel regno di un assurdo post-ioneschiano, dove il politicamente scorretto diventa pungolo costante: battute irriverenti che oggi farebbero alzare più di un sopracciglio, personaggi pronti a rivelare il lato torbido di quella società spaccata, implosa nel post- boom economico sotto lo spauracchio onnipresente della minaccia nucleare, guerra fredda e sangue caldo, in tempi per antonomasia plumbei.

La scelta di disvelare tutto – dagli abiti di scena ai camerini, dall’allestimento all’azione – funziona come un segnale: niente viene taciuto. Gli attori, un giovane gruppo molto ben funzionante (Ludovica Baiardi, Raffaele Barca, Christian Gaglione, Charlotte Lataste, Antonella Loliva, Marco Rivolta e Matteo Traverso) si preparano davanti agli occhi del pubblico, in una sorta di esposizione costante e quasi vouyeristica, per non ripetere velatamente e figuratamente pornografica, del backstage teatrale.

A risuonare nello spazio, poi, sono le musiche di quegli anni: canzoni che non narrano soltanto, ma quasi esortano lo spettatore a calarsi nello spirito di un’epoca contraddittoria, intrisa di libertà sognate e disillusioni tragiche. E qui, nell’amalgama fra colonna sonora e azione scenica, gli attori diventano testimoni di quel fermento, interpretando ora un’improbabile gang di vecchietti rapitori arrapati, ora uno strampalato gruppo di ladri, ora una compagnia di hippy perditempo, ladri, amanti, figure moraliste e viziate, oppure un bislacco quadretto famigliare pronto a esplodere davanti a uno scomodo invitato (o per dirla meglio un convitato): il fantomatico nano, invisibile e muto.

Tra i momenti più potenti, il tableau della “macelleria”, se così la possiamo chiamare: un dialogo serrato a due, come un duello, tra il macellaio e la cliente che si parlano rispondendo fuori tempo e fuori fase alle domande dell’altro, in una scompaginazione delle battute che estrania ed evoca con forte potenza, virando il dialogo da un mercato della carne a un banchetto di morte. Qui non si compra solo bistecca, ma si barattano corpi, si evoca una violenza inaudita, torbida, oscura e vagamente seducente, come se la città e i suoi abitanti fossero preda di un’epidemia mortifera. È un’allusione pungente a quegli anni infestati da siringhe, dall’eroina che dilagava nei vicoli di Genova e nelle periferie di mezza Italia, in cui le vite sembravano appese a un filo come quarti di bue sul banco.

Emanuele Conte, figlio e regista, lavorando sulla molteplicità dei piani di questa operazione, che è allo stesso tempo novità, celebrazione, ricordo, passaggio del testimone e rielaborazione personale, coordina il tutto con un piglio delicato che mescola affetto e sfrontatezza, restituendo al pubblico un teatro che si fa cantiere aperto: oltre all’architettura nuda, le tensioni storiche e personali sono in primo piano, e il testo di Tonino Conte rivela la sua natura corrosiva, capace di strappare risate e riflessioni a distanza di cinquant’anni. Non è un caso che il cast, giovane e quanto mai corale, si muova in maniera agile e affatto convincente all’interno di questo testo, con la stessa urgenza di chi sente il dovere di portare sulle spalle un’eredità (teatrale, culturale e – attraverso il passaggio da Conte senior a Conte junior – persino familiare) viva, fremente, urgente, non museale.

Insomma, un’operazione sospesa fra ieri e oggi, che racconta l’assurdo di allora in parallelo con le contraddizioni del presente. Nel giro di sette giornate (o sette quadri), la “bontà” promessa si rivela un amaro scherzo, eppure la risata prevale, a denunciare la nostra umanissima fragilità.
In questo spazio di mezzo secolo la distanza si fa sentire, ma la verità è che le nostre ipocrisie, e i nostri inciampi, continuano a pulsare anche oggi. “Una settimana di bontà 1975” è, dunque, uno specchio deformato e lucidissimo che frantuma ogni pretesa di rassicurazione, costringendoci a guardare le nostre menzogne, private e collettive, con un sorriso amaro, a denti stretti (parafrasando un famoso detto genovese) che è al tempo stesso divertito e inquieto.

UNA SETTIMANA DI BONTA’ 1975
Di Tonino Conte
Regia Emanuele Conte
Con Ludovica Baiardi, Raffaele Barca, Christian Gaglione, Charlotte Lataste, Antonella Loliva, Marco Rivolta e Matteo Traverso
Scene Emanuele Conte
Disegno luci Matteo Selis
Costumi Daniela De Blasio con la consulenza di Danièle Sulewic
Regista assistente Alessio Aronne
Movimenti coreografici Emanuela Bonora
Attrezzeria Renza Tarantino
Sarta Rocìo Orihuela Perea
Produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse

Durata: 1h 10’ circa
Applausi del pubblico: 3’ 30’’

Visto a Genova, Teatro della Tosse, il 23 gennaio 2025
Prima nazionale

1 Comment

  1. says: Lorenzo Calzoni

    Ciao! Bellissimo lavoro nel ricordare l’importanza del Teatro della Tosse per la cultura genovese. Una curiosità, le sei giovani voci riescono a catturare davvero l’essenza dell’opera originale di Tonino Conte, nonostante il suo contesto storico diverso? Le produzioni moderne possono sembrare distanti nel tempo, ma c’è ancora un collegamento emotivo percettibile? Grazie per il pezzo informativo!

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