L’Amleto in divenire di Danio Manfredini

Disegno per 'Amleto' di Danio Manfredini
Disegno per 'Amleto' di Danio Manfredini

Disegno per ‘Amleto’ di Danio Manfredini (daniomanfredini.wordpress.com)

Seguendo gli appuntamenti dell’ultimo VIE Scena Contemporanea Festival, abbiamo visto i debutti di tre maestri contemporanei. Oggi ripercorriamo lo studio di Danio Manfredini su “Amleto”.

Ciò che colpisce, in questo confronto tra l’attore-autore e il testo shakespeariano, è l’esplorazione di un linguaggio scenico, una cifra espressiva che non si preoccupa solo di fornire un’interpretazione (l‘ennesima) della tragedia, ma soprattutto di un modo di costruire la dimensione teatrale. Come a dire che la possibilità di accedere al senso, a una nuova percezione di battute e personaggi, si apra percorrendo un registro con regole precise.

La sensazione è che il processo in corso, attraverso cui prenderà forma l’intero spettacolo, riguarda un’indagine sulle possibilità recitative all’interno di certe costrizioni, sull’uso di un codice: è nel filo sottile tra visione estetica e sensazione suscitata che si creano significati.


Sfoltite di molto le scene originali, Manfredini riduce il parlato e dilata i passaggi, cura una composizione figurativa tesa verso l’astrazione, anche attraverso luci e costumi.
Per entrare in questo universo, a tratti spiazzante, non è ammessa la fretta.

Tutto comincia al buio con la sola melodia di un violoncello e una figura (Giovanni Ricciardi) che si avvicina suonando, col volto coperto – elemento che contraddistingue tutti i personaggi – da una maschera bianca.
Ouverture inattesa, come l’arrivo delle guardie che attraversano lo spazio vuoto con i corpi protesi in avanti, anche loro col volto coperto da maschere che ricalcano e fissano nell’immobilità il viso reale dell’attore.

Fuori dal realismo, fuori dalla psicologia. Precisione coreografica, con gli attori che assumono posture innaturali e si muovono come sospesi ai fili di un invisibile burattinaio.

In un’atmosfera che si fa impalpabile ed evocativa affiorano momenti intensi: il primo monologo di Amleto-Manfredini, un principe di Danimarca col candore di un bambino, avvilito e disarmato di fronte alla sofferenza dello stare al mondo, solo a rannicchiarsi su una sedia nel mezzo del palco deserto; la sfilata in postura da danza indiana di Ofelia, che appare come una marionetta, una bambola tragica sballottata e scomposta dalle pressioni di Laerte. E l’apparizione dello spettro ad Amleto: nel nero della scena padre e figlio avanzano insieme come un’unica figura in cui si distingue solo il livido pallore delle maschere, con lo spettro che sovrasta in altezza il principe tenendolo davanti a sé: un’immagine fortissima che esplicita tutto il senso del legame paterno, e quasi dispiace quando i due si distaccano lasciando intravedere i trampoli dello spettro, che parla attraverso una bellissima voce off (di Angelo Laurino). Ma anche la scelta di svelare l’artificio è coerente con il linguaggio costruito e la sua dichiarata convenzionalità.

Non tutti i momenti, però, raggiungono questa intensità: ci sono alcuni cali di tensione, spesso relativi alla pronuncia delle battute, resa difficoltosa dalle maschere, e non avvantaggiata dalla scelta delle voci strozzate.
In certi casi sembra che l’intenzionalità, il senso di quanto pronunciato, non sia chiarito fino in fondo, e l’immagine si svuoti; anche certe azioni non producono la chiarezza necessaria, come ad esempio i passaggi delle guardie in apertura.

Lo spettacolo produce sensazioni contrastanti, attimi di impazienza quando ci ritroviamo in cerca di spessore oltre il visivo, e altri in cui ci assorbe nel suo ritmo. Ma, alla fine, rimaniamo col desiderio di andare avanti per restare ancora all’interno della dimensione in cui ci ha immersi.

AMLETO-STUDIO
regia: Danio Manfredini
con: Guido Burzio, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Angelo Laurino, Danio Manfredini, Amerigo Nutolo, Giuseppe Semeraro, Giovanni Ricciardi
aiuto alla regia: Vincenzo Del Prete
adattamenti ed esecuzioni musicali: Giovanni Ricciardi
traduzione: Amerigo Nutolo, Danio Manfredini
produzione: Danio Manfredini e La Corte Ospitale
coproduzione: Theatre du Bois de L’Aune (BLA)
con il sostegno di: Espace Malraux, Scène nationale de Chambéry et de la Savoie – CARTA BIANCA (programme communautaire Objectif 3, Coopération territoriale européenne 2007 – 2013 France –Italie “Alcotra”) e Emilia Romagna Teatro Fondazione
durata: 50’
applausi del pubblico: 2’ 40’’

Visto a Rubiera, Teatro Herberia, il 15 ottobre 2011
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