Carrozzeria Orfeo. Per un teatro orgogliosamente pop – 2^ parte

Gabriele Di Luca in Sul confine

Gabriele Di Luca in Sul confine

In un modo di ‘sentire’ che Krapp in qualche modo trova molto vicino a sé (incline ad un teatro che sia anche pop – ma non commerciale – nel suo avvicinare un pubblico più ampio ed eterogeneo), prosegue oggi la nostra lunga chiacchierata con Gabriele Di Luca, tra i fondatori di Carrozzeria Orfeo.

In un lavoro come “Thanks for Vaselina” c’era il pericolo di sfiorare la retorica e lo stereotipo. Pensi di esserci riuscito?

A me piace andare a prendere le persone nel luogo comune, nello stereotipo, lo trovo un meccanismo giusto. Quante volte abbiamo sentito dire che le ciccione sono anche stupide? A volte è vero, a volte no, però io non ti porto in scena una cicciona stupida e basta. Io ti porto in scena una cicciona stupida che, per un grande atto di amore inconsapevole, masturba un fratellino handicappato, e nell’arco di tutta la storia compie il suo percorso di iniziazione alla vita, trasformandosi lentamente da ragazza in donna. La faccio entrare in scena col vestito da principessa e con un crick in mano… questo potrebbe essere uno stereotipo ma, se mi dicessero che lo è, direi che è uno stereotipo molto originale, e parto da lì, perché è proprio da lì, con te che mi stai guardando, che posso partire a costruire un terreno immaginario comune. Parto dal nostro immaginario comune per condurti dentro al mio.
Thanks for Vaselina

Thanks for Vaselina

Vi dichiarate apertamente pop e dite di voler avvicinare la gente al teatro…

Il discorso sul pop è per noi è un punto di onore. È molto importante e bello vedere come ai nostri spettacoli la gente ride, piange, si emoziona e, soprattutto, non si annoia, ma anzi si diverte, per poi scriverci che ha sentito di aver speso bene quell’ora e mezzo.
Chiunque potrebbe dirmi che anche per certi filmacci di Natale è così. Anche lì la gente si sbellica dalle risate. Vero. Allora come si fa a comprendere le differenze? È un fatto di onestà con se stessi e di coscienza.
Io, ad esempio, mi sento molto diverso da quel tipo di esperienze, perché sono convinto che i miei testi, sebbene facciano anche tanto ridere e avvicinino la gente al teatro, abbiano anche spessore, coraggio e obiettivi molto differenti e qualitativamente superiori a quei tipi di film che non chiamerò pop, ma commerciali.

Definiscici allora il teatro pop, quello commerciale e il suo opposto.
Pop significa usare il teatro per creare relazioni con altri esseri umani, formare una collettività critica, diffondere la cultura trasversalmente e indipendentemente dalle classi sociali, dalla ricchezza, dall’educazione e dal credo di appartenenza di ognuno…
Commerciale significa “sfruttare” altri esseri umani e talvolta strumentalizzare i principi e la parole per fare incassi. Il teatro commerciale ha distrutto anche parole come “leggero” e “intrattenimento”, ormai diventati dispregiativi.
L’estremo opposto è il teatro intellettuale, dove lo spettatore si sente (e viene più o meno volontariamente messo nella posizione di credersi) intellettivamente e culturalmente inferiore all’artista.
Succede allora che il pubblico, non comprendendo i viaggi mentali e certe masturbazioni intellettuali di alcuni che usano il teatro più per curare se stessi che per altro, cominciano a pensare “non sono abbastanza intelligente, non ho letto i suoi libri,  non ho studiato storia dell’arte, non potrò mai capire certi riferimenti…”.
L’unico modo per comprenderli (a grandi linee), anche per me che faccio questo mestiere, è in effetti leggere e rileggere bene il programma di sala. Mi spiace, ma non ci siamo.
Su questo sono molto duro, ma credo anche che in certe cose nella vita si debba essere un po’ estremi. Soprattutto in un momento storico dove il pubblico teatrale cala rovinosamente.

Avete repliche dei vostri lavori già fino a maggio 2014. Non vi spaventa tutta questa attenzione? Non sentite la pressione, non credete che si crei un’eccessiva aspettativa che può “disturbare” nuovi progetti?
Noi viviamo nella paura. Il nostro lavoro è per sua natura instabilità, precarietà e incertezza. A differenza di altri mestieri non si può sbagliare. Tutti dicono che “sbagliare” in teatro è lecito, anzi è sano, è sintomo di ricerca, sperimentazione e curiosità autentica, “l’onestà del percorso” ti dicono… “ricordati che un momento di crisi precede la maturità… considera il processo…” e bla bla bla… ma alla fine la verità è che:
1)    quando vengono a vederti, la prima impressione è sempre quella che conta e a poche, pochissime persone interessano i tuoi intenti e il tuo processo. Vogliono vedere spettacoli belli. Punto.
2)    se sbagli due/tre spettacoli di seguito rischi di essere in breve escluso dal sistema e poi dimenticato, soprattutto in Italia dove governano meccanismi spietati e modaioli.
Detto questo è anche assolutamente vero che la paura, quando e se impari a gestirla, può diventare una risorsa e una grande alleata. Ti tiene sveglio, ti dà il senso dei  limiti e delle proporzioni, ti fa dare il massimo e vivere sia successo che sconfitte con più misura. L’importante è davvero tirare dritti per la propria strada, rispondendo alla propria coscienza e a quella di chi lavora con te.


Il vostro ultimo lavoro ha ottenuto molti consensi di pubblico e critica.
Abbiamo molto consenso di pubblico e di diversi operatori che hanno notato come le persone che vedono i nostri spettacoli generalmente ne escono entusiaste. Abbiamo, però, anche molti detrattori: critici importanti, teatri autorevoli, festival prestigiosi che non ci considerano. Ogni giorno è una lotta per migliorarsi, convincere gli altri della validità del proprio progetto e rimanere in piedi. Noi, naturalmente, siamo convinti dell’onestà e della bellezza del nostro lavoro e quindi lo difendiamo in ogni contesto, e poi si vedrà… Le priorità, ora come ora, sono la nostra maturazione artistica e la ricerca di un nostro pubblico.
Un problema che ci teniamo a segnalare rispetto alla critica è che, a parte rare eccezioni, non c’è un rapporto di confronto e scambio grazie al quale il critico, cerchi realmente di comprendere un percorso, ti cammini di fianco con la voglia e la volontà di restituirti un continuo feedback indicandoti (a te che da dentro le cose non puoi sempre vederti) a che punto sei del cammino, quali scelte stai facendo. Sarebbe bello, sì. Troppo spesso, invece, la critica si limita alla recensione, al “mi è piaciuto, non mi è piaciuto”, e questo è molto poco interessante.

Sul confine

Sul confine

Sul vostro sito è possibile acquistare felpe, borse e magliette. Anche questo fa pop?
Anche questo fa parte del nostro teatro pop, sì. Parola sulla quale torno volentieri per difenderla e svincolarla da concetti e parole come “massa”, “televisione”, “superficiale”. È una parola molto nobile, democratica e inclusiva.
In teatro pop viene inteso da quasi tutti come essere ruffiani col pubblico, strizzargli l’occhio, compiacerlo: per quanto ci riguarda, questo non ci interessa minimamente. Non vogliamo né far leva sui bassi istinti delle persone né sulla rabbia e la frustrazione sociale. In questo momento delicato della politica, sarebbe facile fare spettacoli su Berlusconi o sul Pdl o sulla crisi… spettacoli dove, se ben confezionati, il consenso è garantito.
Se “pop” è cercare una vicinanza col pubblico, interrogarsi sulla comprensibilità della proposta (cosa complicata perché bisogna fornire agli spettatori strumenti di comprensione, ma allo stesso tempo lanciargli una sfida, cercare di alzare il livello culturale del discorso…) preoccuparsi  che il pubblico ti segua nel tempo, allora sì, noi siamo assolutamente pop. E naturalmente ci sta anche cercare di fidelizzarlo vendendogli, come facciamo,  felpe, magliette, portafogli… Sia chiaro, non ci stiamo inventando nulla vendendo gadget.  Semplicemente è una cosa più difficile da vedere a teatro perché il nostro è un ambiente dove si tende a fare di più gli snob e generalmente quasi nessuno si “abbassa” ad un’attività così superficiale e commerciale come vendere magliette.
Noi, grazie a Dio, non siamo degli intellettuali, e quindi ci possiamo permettere di farlo. E dirò di più: potete ordinare le nuove felpe e le nuove magliette con i disegni originali degli spettacoli sul sito!
 

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