Primavera dei Teatri 2018. A caccia di stile

Calcinculo di Babilonia Teatri (photo: Angelo Maggio)
Calcinculo di Babilonia Teatri (photo: Angelo Maggio)

La parola ‘stile’ viene solitamente declinata, nel vocabolario della lingua italiana, come “insieme delle caratteristiche formali proprie di un’opera artistica, di un autore, di una scuola, di un’epoca”.
E’ in questo modo che, accingendoci a parlare di Primavera dei Teatri, festival delle arti sceniche che si svolge a Castrovillari, in Calabria, ormai da 19 anni, abbiamo posto sotto osservazione tre nuovi spettacoli (ancora in fase di rodaggio) in cui appare comunque ben riconoscibile lo stile della compagnia, del gruppo, dell’autore: parliamo di “Calcinculo” di Babilonia Teatri, “Overload” di Teatro Sotterraneo e “Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?,” di Roberto Latini / Fortebraccio Teatro.
Tre stili dunque, tre marchi di fabbrica, che immediatamente rimandano ad altrettanti precisi modi di stare in scena e di relazionarsi con il pubblico.

In attesa del debutto di agosto, “Calcinculo”, in questa anteprima calabrese, vede di nuovo sul palco, insieme dopo una pausa, Enrico Castellani e Valeria Raimondi con l’inseparabile muta, energica e fattiva presenza di Luca Scotton. Ma è come se questa pausa non ci sia mai stata, perché ritroviamo in scena un modo di procedere espressivo che ben conosciamo. Anche se non del tutto…
Qui, infatti, la parola ripetuta che tratteggiava il disincanto per un mondo (im)perfetto, cifra inconfondibile della compagnia, viene plasmata soprattutto in canzoni, appositamente scritte sulle note di Lorenzo Scuda, formando uno spettacolo in cui musica e teatro si contaminano e dialogano in modo ininterrotto e vorticoso. Una musica rock violenta, cantata da Valeria, mentre le bandiere con il Leone di San Marco navigano con il vento in poppa.

Sono canzoni che esprimono un disagio senza possibilità di riscatto: le speranze di una volta sono definitivamente scomparse. “Devo fare il tagliando ai miei ideali, senza manutenzione non c’è rivoluzione”: il mondo che parrebbe farci felice è in via di estinzione e soprattutto non ci riconosciamo negli altri. “Calcinculo ai prati”, “non è la mia guerra, non è la mia terra, non è la mia lingua”… L’unica risoluzione, invocando l’Isis come panacea di tutti questi mali, è distruggere ogni cosa, anche perché ora “mi serve un metro per misurare la realtà, sono rimasto senza unità”.
Sono queste le parole che intonano le voci degli alpini del coro Ana Valli Grandi di San Pietro di Legnago e degli iscritti al Centro di aggregazione sociale anziani A. Varcasia di Castrovillari.
Sono loro a imprimere la cifra pop allo spettacolo, insieme alla sfilata dei cani del Gruppo cinofilo Rendese, contraltare dei nani e del funerale di Pavarotti di “Made in Italy”.
Slabbrato e frastagliato come il loro spettacolo cult, il “Calcinculo” di Babilonia non vomita più addosso al Veneto ma su un’umanità intera, rea di aver perso un senso consapevole del proprio stare nel mondo.


Overload di Teatro Sotterraneo (photo: Angelo Maggio)

Overload di Teatro Sotterraneo (photo: Angelo Maggio)

“Overload” di Teatro Sotterraneo, come recita il sottotitolo, è invece un ipertesto teatrale sull’ecologia dell’attenzione. Anche qui tornano le caratteristiche precipue del gruppo: l’ironia paradossale che pervade la scena, il rapporto di sinergia e di sollecitazione con il pubblico.

Quanto può durare la soglia di attenzione dell’essere umano? Meno o di più di quella di un pesce?
Come cavia viene scelto lo scrittore americano David Foster Wallace, che entra in palcoscenico con le sue fobie, i suoi rimandi filosofici, frequentemente interrotto attraverso precisi avvertimenti da improvvisi accadimenti di grande divertimento, rapidi e stranianti, che il pubblico, alzandosi, può interrompere. Accadimenti repentini lontanissimi tra loro per consistenza e intensità, che rompono il flusso dei pensieri e che portano il pubblico verso mondi lontani da quelli evocati da Wallace.

Più straniante di tutti arriva il bellissimo finale, in cui il dovere dell’attenzione viene trasmessa in modo tragico, anche se ancora una volta paradossale, e a cui teatralmente partecipa l’intera compagnia che, finito lo spettacolo, in macchina, a causa di un incidente causato appunto dalla disattenzione, finisce tutta, incredibilmente, al creatore.

Uno spettacolo tragico non perché provoca morte, ma perché ci fa riflettere su come la mancanza di attenzione, in un mondo che va sempre più veloce, ci porterà inevitabilmente verso la distruzione e l’annientamento. Rimarrà solo un piccolo innocente pesce rosso?

“Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?”, nuovo lavoro di Roberto Latini, è invece una riscrittura per attore solo dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello.
Il titolo riverbera la famosa battuta con cui, nel capolavoro del drammaturgo siciliano, il personaggio Padre risponde al Direttore-capocomico, in un dialogo sulla vita propria dei personaggi, rispetto all’autore che li crea.

In scena stavolta non c’è Latini, ma PierGiuseppe Di Tanno, che avevamo già apprezzato a Castiglioncello in “Lucifer” di Industria Indipendente.
Eppure la presenza di Latini la si sente eccome! Anzi la sua a/essenza è voluta, dovendo lo spettacolo ragionare sul rapporto, autore / attore, finzione / realtà, morte / vita. Sì, soprattutto morte e vita. Infatti le scene del dramma pirandelliano che interessano a Latini sono quelle della morte dei due fanciulli- personaggi, in modo specifico quella della bambina che, annegata, viene subito ricondotta, teatralmente, da Latini all’Ofelia scespiriana.
E’ un teatro ancora segnatamente intellettuale quello di Latini che, come avvenuto nel recente “Teatro Comico” goldoniano per il Piccolo di Milano, presume uno spettatore attrezzato di rimandi e contaminazioni.

Sei. E dunque, perchè si fa meraviglia di noi? di Fortebraccio Teatro (photo: Angelo Maggio)

Sei. E dunque, perchè si fa meraviglia di noi? di Fortebraccio Teatro (photo: Angelo Maggio)

Di Tanno recita su una specie di piccolo piedistallo, stretto in un latex nero dalla cinta in giù; dietro a lui un fondale di stoffa bianco, mosso di tanto in tanto dal vento, che spesso l’attore utilizza per asciugarsi dal sudore, per lenire il dolore della fatica. L’attore, a differenza del personaggio, si affatica, urla le sue parole, coperto da una maschera bianca che di tanto in tanto si leva, come pure alla fine toglierà la maglietta, intrisa anch’essa d’acqua: realtà e finzione, finzione e realtà.
L’attore scenderà poi dal piedistallo e le parole portanti del dramma pirandelliano verranno proiettate su un velatino in proscenio, mentre luci e musiche dei fidi Mugnai e Misiti faranno espressivamente il loro dovere.
Alla fine di tutto, finalmente l’attore tornerà in scena e, finita la sua fatica, potrà muoversi a suo piacimento in un’acqua reale che non porta più morte ma godimento.

Tre modalità diverse e contemporanee, dunque, di porre in scena l’essere umano con le sue forze ma soprattutto con le sue fragilità, convergenti nel proporre al pubblico un’indagine su di noi e su ciò che ci circonda ancora vitale e potente.

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