Endgame: Giacomo Verde

Di un’emozione interrotta, portata alla sue estreme conseguenze, vissuta fino in fondo. Di domande mai poste. Un omaggio e un saluto.
Cosa può l’arte? Cosa vuole?
Letteratura+malattia= malattia, diceva poco tempo fa Pippo Di Marca citando Roberto Bolaño.

Cosa di meglio per quella sempre più pressante esigenza del teatro d’oggi – di programmatori e operatori forse più che degli artisti? – di andare incontro al pubblico. E/o di non lasciar troppo separati i momenti e i ruoli. Come può irrompere la vita durante uno spettacolo?
Come misurare l’efficacia di uno spettacolo? Misurarlo sul corpo dello spettatore/partecipante è ciò che sempre più viene richiesto e proposto.

Non so come sia finito “Il piccolo diario dei malanni”, l’ultimo lavoro di e con Giacomo Verde. Perché a due terzi della performance, fatta di narrazione, di video e di convivialità, appena dopo aver ascoltato il nostro cantastorie digitale raccontare di come la madre fosse morta per un trauma cranico dovuto a caduta accidentale domestica, ho sentito le forze abbandonarmi, sono svenuto e – mi dicono – ho sbattuto pesantemente la testa a terra.
Rinvenuto e prontamente soccorso nel foyer di Carrozzerie NOT, dove si stava svolgendo l’anteprima circa un anno fa, Giacomo Verde venne ad accertarsi che la cosa non era poi così grave e tornò in sala per continuare.

Finito lo spettacolo – sentita una musica e poi gli applausi – mentre la gente usciva dalla sala arrivava l’ambulanza a soccorrermi. Un coup de théâtre che avrei voluto suggerire di provare a replicare in ogni futura occasione. Quali migliori eccezionali coincidenze, tra l’arte e la vita?

Questi miei interrogativi, in comunione di spirito con la sua ironia, Giacomo Verde non li ha mai letti, perché poi quell’accidente aveva tralasciato il resto. E perché oggi, 2 maggio, è morto, dopo una lunga malattia che, dall’ascolto, stordito ma allegro, della musica che concludeva “Il suo piccolo diario”, pensavo avesse felicemente superato.

Giacomo Verde è stato un creatore e fautore di piccolo grandi eroi tragicomici, di soldati senza nome carichi di umiltà e umorismo. È stato uno dei pionieri italiani dell’arte visiva digitale, iniziando in strada, carico d’ironia ribelle, tra musica, animazione e teatro di strada e successivamente, soprattutto, videoarte. Era un videoArtivista, come si autodefiniva e come lo descrive bene Carlo Infante.

Citando dal comunicato stampa diffuso da Aldes, con cui a Lucca collaborava dal 1998, Verde è stato autore di oper’azioni incentrare su un utilizzo critico, consapevole e creativo della tecnologia “povera”, realizzando così numerose tecno-performance, installazioni, laboratori, e poi tele-racconti, interazioni digitali e net-art, proponendo un’indomita e ludica riflessione sulle mutazioni tecno-antropo-logiche connesse al mondo contemporaneo.

Del mio svenimento la scienza poi non ha trovato causa, ma il videoArtivista toscano, interpellato per tempo, forse avrebbe saputo dirmi qualcosa in più.

Un percorso fuori dai cosiddetti circuiti ufficiali. “L’opera di Giacomo Verde [64 anni, ndr] non può essere descritta attraverso un genere o una tipologia artistica, ma si caratterizza invece per la contaminazione e l’attraversamento di più generi con il costante uso creativo di tecnologie a “basso costo”.

Così la definiva lui stesso la sua arte, che “nasce dall’esperienza teatrale e va alla ricerca della radice del teatro. Io la chiamavo ultrascenica, un’arte che va oltre la scena. E che utilizza le tecniche e i saperi teatrali ma in un altro modo, andando a ripescare qualcosa di più antropologico, di più antico, di più profondo e anche di più banale, ma che io considero più interessante e più vitale”.

Roberto Castello e gli amici di Aldes lo hanno voluto ricordare sulla loro pagina Facebook:
“La scorsa notte Giacomo Verde se ne è andato. Uno dei nostri amici più cari, un artista e intellettuale caparbiamente anticonformista, profondo, generoso e tenero, una delle persone cui più vogliamo bene ha – come lui ha detto in occasione della scomparsa di un amico comune – bucato le nuvole. L’ha fatto con la leggerezza di sempre dopo una lunga malattia”.
Ma non sono i soli. Tantissimi i tributi, in queste ore, da parte del mondo del teatro.

Eppure lui, un po’ di anni fa, ci aveva raccontato, in totale onestà, come “Purtroppo nel teatro italiano c’è un egoismo, un protagonismo di fondo, molto sviluppato. Sono pochi gli amici teatranti di cui mi posso davvero fidare e coi quali mi sento in sintonia. E’ più facile essere amici di artisti che di teatranti”.

Vi riproponiamo quella videointervista.

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