Giancarlo Santelli, tra maschere e burattini ecco l’ultimo artigiano del teatro

Il laboratorio di Giancarlo Santelli
Il laboratorio di Giancarlo Santelli

Il laboratorio di Giancarlo Santelli (photo: Ugo Micheli)

Arrivato a Mentana, piccolo comune alle porte di Roma, chiedo informazioni a una vecchietta che stende il bucato. A sentire lei, poco prima di arrivare al municipio mi si dovrebbe aprire sulla destra un grande portone che “è a metà tra un castello e una stalla”. Lì dentro c’è lo studio di Giancarlo Santelli.
In effetti il portone c’è. Un cartello recita “vietato l’accesso; entrate a costro rischio e pericolo, il Comune declina ogni responsabilità”. Attraverso la soglia e sulla destra vedo, finalmente, l’indicazione che cercavo: “Il Trovatore – Teatro dei Burattini di Giancarlo Santelli”. Una scaletta di pietra, un cortiletto buio che ospita, immobile, una vecchia bicicletta, una seconda porta. La fitta zanzariera lascia indovinare l’interno. Dentro, una luce. Busso. “Oh, finalmente una voce giovane”. Giancarlo Santelli, in jeans e maglietta bianca, mi porge una mano grossa e ruvida. Quando la stringo già so di potergli dare del tu.

Il laboratorio somiglia più a un museo. Le pareti alte e malandate ospitano decine di esemplari tra maschere e burattini. Ciascuno con accanto una piccola scheda che ne racconta la storia. Tra i pupazzi spicca una marionetta di Pinocchio a grandezza naturale. Toccare il suo lungo naso è un’esperienza impossibile da raccontare. Avvicinando gli occhi riesco a vedere i segni dello scalpello, lo stesso che Giancarlo sta usando in quel momento, mentre mi invita a sedere, ché lui ha ancora un attimo da fare. Mentre affila un minuscolo pezzo di legno, mi chiede del mio cognome asserendo che, fosse o no mio parente, Ettore Lo Gatto era un grande studioso di letteratura russa. Rispondo che tutto sommato era un mio prozio e Giancarlo, per tutta risposta, si mette a parlarmi di Bertold Brecht e Walter Benjamin, lo scrittore e il filosofo ebreo tedesco morto suicida nel tentativo di fuggire ai tedeschi, come a dire che anche lui ci sapeva fare. E mi elenca tre o quattro opere di Benjamin di cui io non so nulla, concludendo il discorso con: «Sapevi che lui scriveva pezzi per la radio? Aveva delle piccole trasmissioni radiofoniche in cui li leggeva. Uno di quei pezzi parlava di teatro dei burattini». Tutto torna. «Studiando ci si accorge che il teatro di figura è alla base di tutto» è la mia frase di attacco, quella che mi rippeto in testa da quando sono entrato. Lui mi risponde ridendo che forse è il caso che provi a rifilargliela “agli uomini di teatro”. Santelli gli uomini di teatro li conosce bene, lui che dopo aver frequentato l’Accademia dei Filodrammatici è stato attore in compagnie di giro per quasi dieci anni (1968-1979).
E prima di questo? “Sono nato nel 1944 e negli anni della mia adolescenza ho frequentato le botteghe del fabbro e del falegname per imparare a saper fare. Quindi ho acquisito una certa capacità artigianale”. Poi Santelli dalla Puglia se ne va a Parma e vi resta dal 1960 al 1966, dove conosce personalità del calibro di Cesare Zavattini, Giovanni Guareschi, Bernardo Bertolucci e i burattinai Otello Sarzi e Giordano Ferrari.

Come da attore sia diventato burattinaio e mascheraio, per lui è un “passaggio molto naturale. Le due attività si sono sovrapposte. Macario mi raccontava che lui in teatro, da giovane, aveva fatto di tutto: dal piantar chiodi alla costruzione delle scene fatte di carta con la colla di farina. Esisteva davvero la valigia dell’attore con la quale si girava l’Italia. L’attore si faceva i suoi costumi, realizzava le sue maschere. Io ho iniziato realizzando maschere perché sono attore, costruisco scene perché sono attore, cucio costumi perché sono attore”. Dopodiché la nostra conversazione procede in libertà sul teatro, la letteratura, soprattutto l’impossibilità di realizzare un certo tipo di progetti a causa della sordità delle istituzioni. Rispondo che purtroppo la situazione è disperata, che ormai combattiamo con questa sordità giorno per giorno. Una cosa che Giancarlo ripete spesso, nell’ora e mezza che dura il nostro incontro è: «Io non costruisco burattini per i bambini, non costruisco burattini per gli anziani, ma nemmeno per gli adulti. Io costruisco burattini per tutti». Il sapore tautologico e insieme enigmatico di questa affermazione ci rimanda a un paradosso insopportabile di questi tempi: più la cultura si accorge di star mandando all’estinzione alcuni angoli del proprio patrimonio e meno riesce a fare concretamente per ostacolare questo processo.
“E’ tutto morto, qui, tutto fermo”. E se gli chiedo se ci siano e quali siano gli ambiti in cui far rinascere una cultura del teatro lui risponde che è tutto “troppo preso in un vortice, all’interno del quale non hai tempo per riflettere, non hai tempo per imparare. Ti senti ignorante”. Eppure a parlare è la stessa persona che un’ora fa saltava dai russi a Brecht e da Benjamin a Goethe, a Schiller, a Garcia Lorca. Certo è che lo schema “a bottega”, quello rinascimentale che sembra abbia dato vita anche all’arte di Giancarlo Santelli, non esiste quasi più. Che sia un bene o un male non lo sappiamo, ma passando qualche mezz’ora in un laboratorio come il suo ci rendiamo conto che certe cose non si possono imparare sui libri.
Mentre comincia a farsi tempo di andare, mi rendo conto di non aver appuntato niente se non l’indirizzo del Théàtre Guignol di Parigi, di Josè Gonzalez, cui il mascheraio mi chiede di portare i propri saluti. E nemmeno so perché me li abbia dettati, ché io non sto andando affatto a Parigi.

Eppure so di essere in grado di descrivere che cosa ha significato incontrare un personaggio come Giancarlo Santelli. Senz’altro muoio dalla voglia di chiedergli a che cosa gli servirà quel minuscolo pezzo di legno che appuntiva quando sono entrato dalla porta. Ma sento che lui mi risponderebbe: «che importa? Sto lavorando, niente di magico». E, mentre ci salutiamo, sento che non cercherò di spiegare a Giancarlo Santelli quale onore e quale gioia quest’incontro abbia rappresentato per me, perché io stesso lo capirò solo rileggendo tutto questo. Ho incontrato uno degli ultimi veri artigiani italiani. E la forza che ha portato Giancarlo Santelli a essere quello che è sarà la mia speranza che in un modo o nell’altro il lavoro di quelli come lui non andrà perduto.

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  • Simone ha detto:

    Ormai i tuoi articoli si capisce che sono tuoi dall’attacco in home page…stile è forza degli scrittori. Ottimo lavoro!

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