L’Ipazia di Pacta dei Teatri, icona del pensiero libero

Ipazia (photo: Andrea Balossi Restelli)
Ipazia (photo: Andrea Balossi Restelli)

Gli spettacoli di Maria Eugenia d’Aquino e della compagnia milanese Pacta dei Teatri hanno un merito non da poco: quello di unire arte e scienza in conformità a una ricerca accurata delle fonti, a uno studio e a un’analisi approfondita dei testi. Segue la messa in scena, che prova a divulgare contenuti ostici eludendo il rischio della semplificazione. Preservando l’aspetto artistico, così da non trasformare la drammaturgia in una conferenza-spettacolo.

Si potrebbe parlare di “ricerca al quadrato”. Ne scaturisce un teatro scientifico non solo per l’argomento degli spettacoli (che spazia dalla matematica alla filosofia, dalla musica alla tecnica, passando per la letteratura); ma anche per l’approccio critico, un impianto drammaturgico rigorosamente documentato, un linguaggio espressivo mai banale.

Trattando di Ipazia, matematica, astronoma e filosofa alessandrina neoplatonica uccisa da alcuni fanatici cristiani nel 415, era facile fermarsi allo stereotipo anticlericale “politicamente corretto” oggi in voga. Invece lo spettacolo “Ipazia – La nota più alta” proposto sui Navigli di Milano nell’ambito del progetto DonneTeatroDiritti (che prosegue il 5 marzo alla Casa delle Donne con il recital “Da Ipazia alle onde gravitazionali”) non ricama su fonti inesistenti. Non spaccia per vero ciò che è solo frutto di ricostruzioni posticce più o meno verosimili. Non scimmiotta il film “Agorà” (2009) di Alejandro Amenábar, che di quegli stereotipi si nutriva fino all’esasperazione.

Diretta da Valentina Colorni su testo di Tommaso Urselli, D’Aquino vira decisamente verso il romanzesco. Raggiunge così un duplice scopo: quello (meditato) di proporre un personaggio metastorico ma autentico, umano, credibile oltre ogni personalizzazione ideologica; e quello (accidentale) di non esporsi a stigmatizzazioni e strumentalizzazioni bipartisan.

La scenografia di Andrea Ricci gioca su due semplici elementi: una sfera armillare che simboleggia sapienza e conoscenza; e una teoria di rotoli di pergamena, che creano un reticolo puntiforme, sottofondo di mega-aghi perpendicolari evocativi di una sorta d’iperspazio. Siamo proiettati da luci oniriche in una dimensione notturna, fantascientifica, metatemporale, resa ancora più astratta dalla vertigine creata dalle musiche originali di Maurizio Pisati.

Scalfiamo il personaggio eccentrico di Ipazia, allegoria del pensiero libero, moderna eroina dell’emancipazione femminile, simbolo della scienza eclettica sospesa fra terra e spazi siderali.
In assenza di scritti autografi, anche il pensiero di Ipazia diventa guscio di una città-conchiglia e si riverbera in un cielo a specchio. Vaghiamo nella vita della scienziata greco-alessandrina. Incontriamo personaggi che l’avevano conosciuta e circondata, come Sinesio e Oreste, o archetipi filosofici indefiniti, frequentati solo attraverso i libri, come Aristarco, Democrito o Plotino. Ecco anche farneticazioni atemporali o astoriche, come l’incontro tra Ipazia e sant’Ambrogio, di fatto mai avvenuto, usato per accennare all’editto di Teodosio che elevò il cristianesimo a religione di stato, sopprimendo ogni rigurgito pagano.

Altra invenzione è l’impasto linguistico ibrido nella bocca del vescovo Cirillo, qui presentato come macchietta comica, misogina e retrograda. Una licenza di derivazione letteraria (il “Baudolino” di Umberto Eco), sono invece le gambe caprine di Ipazia, il terrigno contrappasso satirico di una mente di bellezza eccelsa.

Maria Eugenia d’Aquino giostra con ironia e personalità tra varie figure. I numerosi travestimenti facilitano al pubblico il compito di orientarsi in una drammaturgia incorporea, suggestiva, a tratti fumosa. Buono il ritmo narrativo, che rende omaggio a una vittima non tanto dell’oscurantismo cristiano, quanto piuttosto di quel fanatismo ad ampio raggio che molte vittime continua a mietere anche nella terra di Ipazia. Non ultimo, il ricercatore e giornalista italiano Giulio Regeni.

IPAZIA. LA NOTA PIÙ ALTA
Ideazione di Maria Eugenia D’Aquino
Drammaturgia: Tommaso Urselli
Con Maria Eugenia D’Aquino
Regia di Valentina Colorni
Assistente alla regia: Claudia Galli
Musica originale: “Ai limiti dell’aria” di Maurizio Pisati
Spazio scenico: Andrea Ricci
Luci: Emanuele Cavalcanti
Costumi: Mirella Salvischiani e Alessandro Aresu
Supporto scientifico: Tullia Norando, Paola Magnaghi – Politecnico di Milano, Stefano Sandrelli – INAF Osservatorio Astronomico di Brera

durata: 1h
applausi del pubblico: 1’ 30″

Visto a Milano, Teatro Alfredo Chiesa, il 5 febbraio 2016

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