Non ti posso far male per finta. Le Presidentesse di Nerval Teatro

Maurizio Lupinelli in Le presidentesse

Maurizio Lupinelli in scena per Le presidentesse (photo: Guido Mencari)

Chi conosce Werner Schwab sa che non si può edulcorare. Sa che non si può sostituire la parola ‘merda’ con nessun altro più nobile vocabolo. Che non ci si può figurare un’immagine diversa da quella di una persona-personaggio che, a mani nude, fruga nel water, il water di una casa d’altri, una casa di ‘persone distinte’, per tirar fuori tutto, appunto, dalla merda. E che non si possono ‘migliorare’ i corpi, far finta che non ci sia quel senso di animalesco o bestiale (che in realtà è forse la nostra salvezza), quel così poco celestiale avere odori, umori, quello spezzare, mordere, leccare, mangiare, quel desiderare, quell’impulso che porta a strattonare, spingere, tirare, sforzare, infilare, innervare di respiro e di sangue, irrorare, irrobustire, tutto quel carnesco e quasi carnevalesco ribaltamento ferino, così lontano dal cartesiano e cristiano precetto del separare.
Alto e basso, carne e spirito, naturale e innaturale, umano e animale.

Per Schwab la parola è una delle possibilità attraverso cui manifestare un disagio verso un certo paesaggio umano che cerca il – se vogliamo usare una considerazione già fatta da Kundera – kitsch, ovvero che cerca di negare la merda. Il nostro mondo dove al posto del valore c’è il valutato, al posto dell’uno c’è il prevalere sull’altro, al posto del corpo come possibilità dell’anima e dunque dell’anima come questione del corpo c’è una sorta di ipocrita negazione e privazione.

Schwab non è un autore della mediazione e può stomacare. Può infastidire e irritare, i suoi testi sono aggressivi e violenti. Questo può anche suggerire una questione che potremmo dire di filosofia, ovvero se la violenza è una forma di verità.
Si può in qualche modo far finta di fare il bene, ne è pieno il mondo di questo esempio, dalla macroscopica ‘esportazione della democrazia’ al microscopico del quotidiano ricevere briciole sindacalizzate dalla tavola dei padroni. Si può far finta col bene. Ma si può far finta di fare il male? Se io ti faccio male, se io ti violento, ti aggredisco, posso forse farti male ‘per finta’?


E’ questa una questione che, col nostro mondo, ha molto a che fare, e lo ha sia da un punto di vista del linguaggio, che da un punto di vista politico, che da un punto di vista etico. E quindi anche estetico.
Parliamo qui di un’estetica del brutto: le tre Presidentesse di Maurizio Lupinelli sono maschere crudeli, quasi clown mostruosi che parlano in un vuoto pneumatico e, per tutta la prima parte dello spettacolo, illuminate quasi solo dalla luce di un televisore. La seconda scena è invece ribaltata: vediamo, ma non c’è nulla da vedere perché la drammaturgia crea una scena immaginata attraverso il racconto, ed è per questo che dalla voce naturale si passa a un’amplificazione che avvolge intrecciando tre diverse storie inesistenti. 

Per tale ragione la dimensione dello spazio nel quale si è svolto questo debutto al Festival Inequilibrio è forse stata inadatta (una grande platea, piena, di un pubblico a tratti attonito, a tratti indagatore) a compiere fino in fondo la violenza, pure presente e chiara espressione di una volontà di andare incontro per scuotere per – e questo è Schwab, come tutti i dannati condannati – dimostrare il proprio amore attraverso l’aggressione.

Il testo descrive qualcosa a tratti disgustoso per parlare del disgustato senso di vergogna verso chi si pone a giudicare i buoni e i cattivi come se fosse vero, come se fosse possibile distinguere davvero e fino in fondo i buoni e gli assolutamente puri, mettersi dalla parte della ragione, di chi ‘sa’.

Lo spazio troppo ampio pone forse una distanza inadeguata fra le tre mostruose figure in scena e chi guarda, che immediatamente diventa quindi spettatore distaccato, che può quindi giudicare e, invece di entrare e lasciarsi violentare ascoltando queste parole crude, usa la testa per distinguere compiti di regia e prestazioni attorali; invece di farsi parlare si mette nella testa a fare domande su scelte ed esiti.

Tutto è perfettibile naturalmente, ma è anche vero che ad oggi impegnarsi nel costruire qualcosa che chiede così tanto a chi si siede per fare insieme teatro è un atto di coraggio, che diventa un tentativo di agire pubblico, qualcosa che rimette il teatro in discussione non in quanto formale possibilità di linguaggio artistico, ma in quanto forma di azione nel mondo attraverso un linguaggio artistico.
Le forzature attuate, con anche i limiti che un tentativo come questo può portare con sé, sono qualcosa di molto interessante per quanto riguarda le possibilità del teatro di parola.
Come una volta ha detto Attilio Scarpellini, ci sono opere che non si sa se sono belle o brutte, ma si sente che sono importanti. Ad avviso di chi scrive questa è una di quelle.

LE PRESIDENTESSE

di Werner Schwab
adattamento drammaturgico: Rita Frongia
con: Elisa Pol, Federica Rinaldi, Maurizio Lupinelli
regia: Maurizio Lupinelli
assistente alla regia: Michele Bandini
costumi: Maria Chiara Grotto
disegno luci: Giacomo Gorini
un ringraziamento particolare per la collaborazione a Claudio Morganti
produzione: Nerval Teatro, Armunia/Festival Inequilibrio, Sistema regionale dello spettacolo dal vivo Regione Toscana
con la collaborazione di Comune di Guardistallo, Centro Artistico Il Grattacielo

durata: 1h 10′
applausi del pubblico: 1′ 50”

Visto a Castiglioncello (LI), Tensostruttura, il 30 giugno 2012
Prima assoluta


 

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