Alcune cose sulle cose. Deflorian e Tagliarini nei diari di Janina Turek

Janina Turek
Janina Turek

Janina Turek (photo: realitydiario.tumblr.com)

Ho conosciuto una signora che conserva i barattoli vuoti. Barattoli di yogurt, di biscotti, di frutta secca, di formaggi morbidi, di caramelle. Tiene questa immensa riserva di piccole confezioni, non del tutto utili ma nemmeno inutili (potrebbe sempre servire un contenitore per mezzo limone, bottoni, perline, forcine) e le mette nelle ante della cucina, della credenza, nei cassetti, in altre scatole dentro gli armadi.

Mia nonna conservava ritagli di stoffa, spesso anche piccolissimi, il palmo di una mano di raso bordeaux, un avambraccio di ciniglia verde, un collo color rosa. Li ho trovati tra le sue cose quando la malattia l’ha portata lontano e io ho preso il suo posto nella sua casa.
Erano avvolti stretti in cordoncini e fettucce, a volte infilati tra i vestiti nei cassetti e negli armadi, altre volte stipati in grandi scatole di cartone, altre ancora dentro scatole di latta di prodotti che non esistono più da mezzo secolo.

Per giorni ho accumulato sacchi e sacchi di stoffe, e addirittura un’enorme quantità di scampoli di maglieria: la sorella di mia nonna, Ines, aveva un piccolo maglificio e da questi resti ho scoperto  che mia nonna aveva intrapreso, almeno cinquant’anni fa, un’opera certosina.
Si era fatta dare chili e chili di scarti, ritagli di lana intrecciata (forse resti di maglioni) e si era messa a disfare questa maglia ricavandone gomitoli stropicciati da cui, a sua volta, avrebbe potuto realizzare altri vestiti.


Qualcosa l’ha distolta (forse teneva l’opera per il tempo libero, il dopocena davanti alla tv con mio nonno) e non ha mai finito. Oltre tre, quattro gomitoli non è arrivata, e io ho trovato pezzi di maglieria sfilati da cui partiva un piccolo gomitolo lasciato a metà, come se fosse stato congelato il momento in cui mia nonna si è alzata dal dicano o dalla sedia e ha messo il lavoro nella borsa come a riprenderlo domani.

Quel domani non c’è mai stato; scampoli scarti e gomitoli sono stati messi nell’anta più alta dell’armadio, qualcosa di più urgente ha virato la vita e l’attenzione di mia nonna, una donna che ha vissuto riempiendo la casa di cose: oggetti ordinari, quotidiani, ma indubbiamente suoi, con chiare tracce del suo passaggio.
Il modo di catalogare le spese nei quaderni sul fondo dell’armadio, i bottoni spaiati nelle scatole di borotalco dentro i mobiletti della camera, le spille da balia dentro le scatole di lucido da scarpe degli anni ’50 ordinate nella specchiera del bagno… tutto questo parla tanto di lei, è in qualche modo lei.

Tutte queste cose saranno gettate via con senso di colpa dalla mano di una consanguinea, o conservate in posti remoti della casa ad accumularsi con altre cose, dividendo spazio e destino con oggetti di altre fatture, oggetti inutili di un altro tempo.

C’è una confessione intima e inconsapevole fra le brutte cartoline conservate per decenni, le bomboniere kitsch nascoste sull’ultima mensola in alto; un tenerissimo e umano e commovente segreto si affaccia dai fiori secchi regalati da chissà chi, colti chissà dove, il laccetto che teneva stretto cosa, la carta di un regalo dato da chi, il biglietto stinto tra le pagine di un libro, la fragile sostanza nostra nell’odore di quella cucina, nella cianfrusaglia che non buttiamo, che consegniamo logora, misteriosa, inutile, densa, a un futuro in cui non ci saremo, il ciarpame che stupefatto ci sopravvive, che ci viene consegnato dai lutti e ci interroga.

Di tutto questo parla, da tutto questo, parte “rzeczy/cose”, performance di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini presentata la scorsa settimana a Short Theatre e parte del progetto Reality.

“Avere il quotidiano come orizzonte. Come Janina Turek, donna polacca che per cinquant’anni ha annotato minuziosamente ‘i dati’ della sua vita: quante telefonate a casa aveva ricevuto e chi aveva chiamato (38.196); dove e chi aveva incontrato per caso e salutato con un “buongiorno” (23.397); quanti appuntamenti aveva fissato (1.922); quanti regali aveva fatto, a chi e di che genere (5.817); quante volte aveva giocato a domino (19); quante volte era andata a teatro (110); quanti programmi televisivi aveva visto (70.042): 748 quaderni trovati alla sua morte, nel 2000, dalla figlia ignara ed esterrefatta […].
Per noi partire da quest’opera colossale e misteriosa che sono i quaderni di Janina Turek è un passo naturale. Non si tratta di mettere in scena o di fare un racconto teatrale attorno a lei, ma di dialogare con quello che sappiamo e non sappiamo di Janina e di creare una serie di corto circuiti tra noi e lei e tra noi e il pubblico attorno alla percezione di cosa è la realtà”.

Reality
un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
a partire dal reportage di Mariusz Szczygieł in REALITY, traduzione di Marzena Borejczuk, Nottetempo 2011
una produzione Planet3/Dreamachine 2011/2012 ||| coproduzione e residenza Armunia/Festival INEQUILIBRIO ||| residenza Ruota Libera/Centrale Preneste Teatro ||| patrocinio Istituto Polacco Roma ||| consulenza per la lingua polacca Stefano Deflorian, Marzena Borejczuk e Agnieszka Kurzeya ||| organizzazione Filipe Viegas ||| collaborazioni Nottetempo, Kataklisma/Nuovo Critico, Istituto Italiano di Cultura a Cracovia ||| ringraziamenti Janusz Jarecki, Iwona Wernikowska, Melania Tutak, Magdalena Ujma and Jaro Gawlik

rzeczy / cose
ideazione e performance: Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
collaborazione artistica: Fernanda Pessolano
organizzazione e comunicazione: Filipe viegas
in collaborazione con la casa editrice Nottetempo

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