Riserva Canini: il tempo è il nostro grande maestro

Grimm - I guardiani del pozzo

Grimm – I guardiani del pozzo

Una decina di anni fa, entrando per caso in un’aula della Scuola di arte drammatica “Paolo Grassi” a Milano con Giuseppe Di Leva, ci imbattemmo in due ragazzetti che stavano provando uno spettacolo di burattini.  
E’ lì che conoscemmo per la prima volta Marco Ferro e Valeria Sacco, alias Riserva Canini, i due attori-animatori che formano una delle poche compagnie che stanno vivificando con la loro presenza il teatro di figura italiano.

Lo spettacolo che stavano provando era “La triste storia di un altro diavolo”, creazione per burattini in baracca che ripercorreva il mito della caduta di Lucifero passando attraverso le suggestioni di Goethe, Strindberg e Woyzeck.

Li ritrovammo più tardi alla corte di Diego Mai, della compagnia Teatro Giocovita, a Piacenza, per la quale nel 2006 costruirono “La notte illuminata”, un originale e poetico spettacolo d’ombre.
Nel 2008 fu la volta de “L’ordine del giorno”, un progetto di ricerca per attori e marionette a taglia umana scritto da Marco Ferro attorno al tema delle riunioni condominiali.
Nel 2010, al Festival di Vimercate, ecco il laboratorio-spettacolo su “Hansel e Gretel”, durante il quale, partendo dai materiali di riciclo e dagli oggetti di uso comune, venivano costruiti dal vivo personaggi e scene davanti ai bambini per raccontare insieme a loro la celebre fiaba dei due ragazzi alle prese con la strega dagli istinti cannibali.


Insomma, il teatro di figura veniva declinato in tutti i suoi aspetti alla ricerca di nuove forme e contenuti.
Quest’aspetto viene ulteriormente confermato nel 2010 e nel 2011, rispettivamente con “Clic, l’educazione di una freccia” e “Talita Kum”.
In “Clic” Marco e Valeria giocano con il computer mettendo in vita niente meno che la freccetta, sì proprio quella che ci aiuta a scrivere. E’ lei a condurci in un gioco che mescola il teatro con la didattica; protagonista un tenerissimo burattino che, con un omaggio evidente all’infanzia e al suo mondo, viene educato e introdotto nel mondo contemporaneo: la freccia si anima, soffre, impara ed una volta formata, sarà lei a condurci nei meandri del web.

Talita Kum

Talita Kum

“Talita Kum”, del 2011, è invece uno spettacolo senza parole per un’attrice e una marionetta a taglia umana.
La creazione è un’ altra volta diversa e originalissima, con in scena un’attrice-animatrice, sola, che vive in simbiosi diretta con una marionetta a taglia umana da lei stessa animata.
Dopo un primo momento misterioso, in cui le creature si formano indistintamente, la marionetta prende vita e si scopre essere umana, respira, guarda, vive.
In tutto lo spettacolo protagonista è lo sguardo dello spettatore, che non comprende mai sino alla fine cosa veramente ha davanti, chi è marionetta e chi essere umano, in un gioco teatrale molto raffinato.

Ed eccoci infine ai giorni nostri, dove a Lamezia abbiamo visto “I guardiani del pozzo”. Marco e Valeria sono i guardiani del magico pozzo dei Grimm, da cui fanno riapparire personaggi, incanti e suggestioni che hanno accompagnato l’immaginario di intere generazioni di bambini.
Ecco allora che le fiabe dei Grimm vengono narrate attraverso figure di carta che si compongono e scompongono in un gioco di rimandi di grande e squisita bellezza, in cui tutte le tecniche del teatro di figura vengono utilizzate in modo veramente preciso e di grande suggestione.

E’ in questa occasione che abbiamo intervistato Marco e Valeria per comprendere il loro lavoro e le nuove direzioni che sta prendendo, in attesa di vederli in scena dopo le feste, a Roma dal 12 al 17 gennaio con “Grimm” e “Talita Kum” al Teatro le Maschere, e poi il 19 e 20 con “Grimm” al Piccolo Orologio di Reggio Emilia.

Che senso ha, per voi che avete scelto di vivere con l’arte scenica, utilizzare il teatro di figura?
Siamo arrivati al teatro di figura quasi in maniera inconsapevole: a interessarci era il teatro e soprattutto, dell’arte scenica, quel patto sottile e silenzioso che tiene uniti attore e spettatore. Quel gioco, quella complicità tra i due poli che trasforma un evento – illusorio nelle premesse – in qualcosa di sorprendentemente reale e significativo. Per noi, quindi, è stato molto naturale avvicinarci, nel corso degli anni, allo studio dell’animazione e della figura, ossia a quel mondo in cui la finzione e l’artificio sono manifesti come in nessun’altra pratica.
Lavorando a contatto con questi linguaggi ci siamo accorti, prima di tutto in veste di spettatori, che essi hanno il potere di penetrare e stimolare la parte più immediata e profonda della nostra percezione e del nostro subconscio. Così come la danza è una lingua universale, poiché invita lo spettatore a tradurre nel suo mondo ciò a cui sta assistendo, così fa la figura attraverso la materia animata. Che essa sia ombra, maschera, marionetta, oggetto, conduce lo spettatore in un luogo di sé, e lo invita a tradurre nel proprio palco interiore le azioni e le immagini di cui è spettatore.
Nell’uso che facciamo della figura, chi guarda è sempre chiamato a riempire dei vuoti: è lo spettatore che riempie i contorni di un’ombra, che traduce un gesto in significato, che di un burattino coglie il pensiero che, come un lampo, ha attraversato la sua testa vuota. Questi aspetti hanno fatto sì che la figura diventasse una fedele alleata e uno strumento prezioso per il nostro teatro.

Che ruolo ha avuto nella vostra formazione la tradizione?
La nostra formazione è avvenuta – e ancora avviene – per incontri ed esperimenti. Dalla tradizione siamo sempre partiti con la curiosità di dialogare e apprenderne le regole, per poi, a volte, concederci di superarle o più semplicemente di metterle in discussione.
Il nostro primo spettacolo ad esempio, “La triste storia di un altro diavolo”, era un lavoro per burattini in una baracca tradizionale. Scegliemmo di partire da questa tecnica proprio per confrontarci con la grammatica del teatro di figura. E già allora, nell’esplorarla, ci permettemmo di appropriarcene, adattandola alla nostra storia e alla nostra sensibilità di animatori.
Da allora, spettacolo dopo spettacolo, abbiamo cercato di creare una lingua nostra che non si identificasse in una specifica tradizione, ma che fosse sensibile ad imparare da quelle mani che la tradizione la custodiscono e la rinnovano continuamente: da quelle di Bruno Leone a quelle di Gigio Brunello, da Mimmo Cuticchio a Franco Lupi, da Cengiz Ozek a Ilka Schonbein.

Com’è il vostro metodo di lavoro ?
Sin da quando abbiamo cominciato a misurarci con le nostre prime produzioni ci è stato chiaro che il lavoro non avrebbe seguito la classica sequenza: ideazione-scrittura-allestimento. Ma che, al contrario, avremmo dovuto portare avanti le tre fasi parallelamente: deciso un soggetto di partenza, passiamo una lunga fase a interrogarci sullo spazio. Dopodiché costruzione, scrittura e prove vanno di pari passo.
Lavorando ai nostri spettacoli abbiamo imparato che la costruzione artigianale spesso condiziona la scrittura scenica, e viceversa. Così come l’osservazione della materia e della sua animazione può contaminare profondamente una certa idea originale di allestimento. Quattro passi avanti e tre indietro, è spesso la norma. E’ una modalità di lavoro che richiede molto tempo, a volte rischia di confonderci, ma è anche la parte più avvincente.

Quali sono i materiali con cui vi piace di più lavorare?
Ci rapportiamo ai materiali un po’ come se fossero degli attori. E come un attore ciascun materiale ha le sue peculiarità, le sue doti più eclatanti, le sue timidezze, i suoi limiti. E’ sempre una scoperta continua, per cui è difficile avere un “preferito”. Quello che abbiamo imparato è che, così come accade per gli attori in carne ed ossa, è importante rispettarne una certa autonomia sulla scena. Non sempre è saggio ostinarsi, piegandoli alle tue volontà.  

Avete dei maestri?
Più di ogni altra cosa, il tempo ci è stato – e ci è – maestro. Tutto il tempo trascorso, impiegato, perso a lavorare, immaginare, costruire, sbagliare, riprovare. Parlare tra noi e con tutti i colleghi incontrati in questi anni.
E poi, senz’altro, tutto il prezioso tempo trascorso con persone che, della loro vita e del loro “fare”, ci hanno resi partecipi: da Guido Ceronetti a Gyula Molnar, da Fabrizio Montecchi al teorico Remo Melloni e, fuori dall’Italia, l’importante incontro con Philippe Genty, maestro assoluto per il rigore e la libertà che trasmette nel lasciarti accedere al suo mondo.
E in ultimo, ma non meno importante, maestro è stato il tempo trascorso da spettatori, nel buio dei teatri, nel sole o nella pioggia della strada, in mezzo ad altri spettatori. Ascoltando i silenzi, le apnee, i commenti, i sospiri, le risate. Il tempo del partecipare al rito.

Talita Kum

Talita Kum (photo: Stefano De Ponti)

In Italia il teatro di figura è destinato ad essere percepito un teatro per ragazzi, cosa ne pensate e come vi muovete in tal senso?
E’ un argomento complesso, perché unisce la percezione spesso banalizzante che qui da noi si ha della figura, con la netta demarcazione – spesso discutibile – tra teatro ragazzi e teatro per adulti e le sue bizzarre logiche distributive. Capita di parlarne spesso con colleghi e operatori. Diciamo che il nostro modo di reagire al contesto in cui viviamo – e in cui vorremmo continuare a vivere – è cercare di fare spettacoli che abbiano una qualità indipendentemente dalle fasce di pubblico a cui sono destinati, tutt’al più segnalando un’età di partenza.
E’ pur vero che spettacoli come “Talita Kum”, che sono rivolti ad un pubblico di adolescenti e adulti, vivono prevalentemente all’estero.  
Ma lavorare oltre i confini nazionali ci ha permesso di comprendere alcuni aspetti importanti della nostra pratica, ad esempio riguardo all’uso della parola. Costretti a limitarla per rendere lo spettacolo accessibile, abbiamo fatto nostro il principio di rimandarne l’uso finché non diventi strettamente necessario. E questo ci obbliga alla chiarezza narrativa, prima di tutto attraverso le immagini e le sensazioni.

Quali sono i vostri progetti futuri?
In questo momento stiamo lavorando a un progetto importante, che intende aprire i confini della Riserva ad artisti provenienti da diverse esperienze e discipline, tra cui la danza, il canto, la musica.
Vogliamo inaugurare una nuova stagione del nostro percorso, aprendo una sorta di “Cantiere semipermanente”, un luogo in cui proseguire la nostra ricerca e, nel tempo, far fiorire nuovi lavori.

Ultima domanda: ma perché vi chiamate Riserva Canini?
Riserva perché amiamo questo termine, ci ricorda le riserve naturali, l’idea di avere una riserva, uno spazio fisico e interiore, da cui poter attingere. Una riserva di progetti, di energie, di spettacoli. Canini non ci ricordiamo più com’è venuto fuori! E’ un nome inventato, ma ormai è diventato il nostro mentore. 
 

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