Seigradi: la favola ecologica dei Santasangre illumina il festival romano delle periferie

Seigradi - Santasangre

Seigradi – Santasangre (photo: santasangre.net)

Un teatro di superficie, che si rapprende e si consuma su uno schermo liquido che appare, a prima vista, simile a quello reso familiare dalla penetrazione delle nuove tecnologie nelle pieghe di una quotidianità sempre connessa.

Ma se tecnologica è la confezione di “Seigradi” di Santasangre, arcano, ancestrale e insieme attualissimo è il motivo modulato da questo assolo performativo afasico e palpitante.
Lo schermo è costruito da tre lastre di vetro, inclinate, che restituiscono una trasparente consistenza alla metaforica quarta parete del teatro, sul palco dell’edizione 2012 di Eclettica Fest a Roma, conclusosi lo scorso fine settimana.
La manifestazione, organizzata dalle associazioni Kollatino Underground, Post.it e Artempo con l’obiettivo di proporre gratuitamente musica e arti in una periferia che ama pensarsi accessibile e culturalmente liberante, ha inaugurato la sua ottava edizione con lo spettacolo del collettivo romano.

Sullo schermo di Eclettica si dispiega una serie di videoproiezioni modulate in tempo reale come contrappunto di un solitario corpo in movimento; al di là del vetro si dipana infatti la meccanica di un’azione performativa affidata al monologare coreografato di Roberta Zanardo. L’insieme viene definito dagli autori un “concerto per voce e musiche sintetiche”.

Candida ambasciatrice di una parabola esistenziale assoluta nella sua esemplarità, la protagonista della pièce si lascia leggere, con una similitudine rubata all’arte novecentesca, come un’involontaria “sposa messa a nudo” dietro un Grande Vetro (crepato anche questo, come il fratello maggiore dada) di duchampiane reminiscenze. Un vetro che è al medesimo tempo incubatrice, vetrino di microscopio, provetta di esperimento genetico, acquario da salotto e schermo catodico in cui ambientare una sorta di visionario Mondo di Quark fatto teatro. Dispositivo di visione su cui balugina l’artificio di una favola ecologica dedicata al potere vivificante dell’acqua e al dramma della sua assenza, in un melange mesmerico di musica, immagine, canto e corpo danzato. Per un teatro che si scherma e una performance che si digitalizza nel suo farsi immagine fugace.

Prima di mettere a fuoco la performer che catturerà lo sguardo al centro di una scena rigorosamente spoglia, senza nessuna concessione alla finzione di una scenografia, sullo schermo si accende una luminosità siderale, che sembra rivolgere al pubblico un invito a partire per un viaggio interstellare.
Dopo il primo bagliore, la luce si placa e prende a pulsare silenziosa, come un respiro quieto, elettronico, o un tracciato elettrocardiaco.
L’evanescenza si addensa sulla schiena della performer in bianco, nuda eccezion fatta per l’accenno di una protesi addominale da insetto, protagonista di cui viene esaltata un’androgina neutralità. La creatura, che non si mostrerà mai di fronte per tutta la durata dello spettacolo, acquista la posizione eretta, e la sua presenza viene affermata e delimitata da una sfera di luce, piccolo mondo circoscritto: una bolla che si deforma sotto la spinta del corpo che preme dall’interno nel tentativo di rompere il vincolo dell’involucro. Feto postatomico, larva di un’umanità-insetto alle prese con l’immane sfida di un uovo da schiudere. All’ennesima pressione il confine si dissolve, in una dispersione pulviscolare.

La creatura è nata – una nascita in vitro – e danza la vita con una silhouette nutrita d’ombra, tutta immersa in un microclima liquido. Il passaggio del tempo, l’accesso a una dimensione superiore e l’esercizio alchemico dell’esistenza si sintetizzano in un abbozzo di ali di luce che fanno capolino sulla schiena e battono la ritmica di un trionfo gioioso.

Sboccia la pienezza di una vitalità stupita, ondivaga tra fiori evanescenti, ramificazioni di luce che accompagnano la scoperta del movimento, con mani come alghe che creano spirali di energia tutto intorno. Si misura la distanza di un passo che non muove. La creatura somiglia sempre più a un insetto, il cui dorso si orna con un carapace di luce. Le ardite architetture del corpo si fanno riassunto di una possibile evoluzione della specie condensata in una singola esistenza, inseguendo i diversi gradi del parossismo di umanità perfettibile e senza orpelli di parole: le orecchie sono riempite infatti da un tappeto sonoro che vuole alludere appena a una vocalità umana, un idioma non articolato secondo grammatiche note. La luce e il suono si modulano come vestito, perimetro di spazio abitabile, esercizio della materia nel suo farsi, tra sorgive di liquida incorporeità e geyser emozionali.

Poi, d’improvviso, l’acqua è solo un ricordo. Divampa un tormento troppo uguale a quello di mille potenziali mattanze arroventate in fuochi postatomici. Il carapace-costume dell’insetto si è sciolto, è irrimediabilmente bruciato, in un rogo di strega. Ogni guerra combattuta dall’uomo contro sé e contro il resto è assoluta e uguale a se stessa; uguale al disastro di sopravviversi, di scoprirsi inermi sotto l’assalto del sole. La sposa è a nudo, si libera di ciò che resta della scorza logora, della scalcagnata rovina di un’appartenenza, e resta a caracollare, prossima alla fine.

Non resta che accasciarsi, tornare al suolo, mentre l’aria è scura, spessa, nebbiosa, appropriata coltre per ammantare quella specie di morte che segue sempre la tracotanza del volo, il tracollo troppo umano. Il cadavere è terra e lo schermo è oramai soltanto un Cretto arido di Burri, nello spegnersi dell’elegia olografica della notte in cui bruciammo Chrome. Tra reminiscenze cyberpunk e memorie retiniche di un estenuato videoclip catastrofico di Mtv.

Presentato per la prima volta nel 2008, “Seigradi” ambisce a proporre una interessante sintesi tra corpo, voce, suoni e ambienti virtuali, con un risultato ad alto tasso di tecnologia. “Un esperimento coreo-sonoro – scrivono i Santasangre – in cui fonti luminose, immagini olografiche, suoni campionati in tempo reale, rendono il luogo della scena una lanterna magica di grandi dimensioni”.

In essa convivono tentativi di scrittura dell’opera dal vivo, retaggi di struttura sinfonica operistica, immanenza del mezzo tecnologico, attitudine documentaristica e poesia che sintetizza il segno lasciando aggrumarsi, senza specificarli troppo, significati che appartengono a un vissuto collettivo di ciascuno di noi, cattivi custodi della bellezza del cosmo.
Il vincolo tecnologico della proiezione video sembra imporre tuttavia una centralità forzata all’esecuzione della performer e lo spettacolo affida la gestione dello spazio scenico più alla fantasmagoria di luce e suono che all’esercizio del corpo in movimento, ma mai davvero libero di muoversi, che raramente perde l’asse predefinito di un’oscillazione ora frenetica, ora sincopata, ora languida o estenuata.

Nella consapevolezza di questo pur prezioso legame con il medium, che rende possibile la magia dello spettacolo, non si può non interrogarsi su quanta della sua forza possa perdersi con il passare del tempo e quanto sia invece destinato a durare nonostante l’inevitabile evoluzione tecnologica.

SEIGRADI. Concerto per voci e musiche sintetiche
ideazione: Diana Arbib, Luca Brinchi, Maria Carmela Milano, Dario Salvagnini, Pasquale Tricoci, Roberta Zanardo
corpo e voce: Roberta Zanardo
visual designer 3D: Piero Fragola
registrazioni: Voce e Violino H.E.R. – Violoncello Viola Mattioni – Fiati Giacomo Piccioni
organizzazione: Elena Lamberti
elaborazione video dal vivo: Diana Arbib, Luca Brinchi, Pasquale Tricoci
partitura sonora ed elaborazione dal vivo: Dario Salvagnini
animazione 3D (acqua): Alessandro Rosa
realizzazione costume di scena: Maria Carmela Milano, in collaborazione con Fiamma Benvignati
fotografia di scena: Laura Arlotti
produzione: santasangre 2008
co-produzione: Romaeuropa Festival 2008 / Romaeuropa Promozione Danza, Sistema Teatro Marche / In teatro
con il contributo di: Città di Ebla
con il sostegno di: AgoràKajSkenè Aksé Crono 2008
residenze creative: L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, OperaEstate festival Veneto / la conigliera -ANAGOOR, Drodesera>centrale FIES
durata: 45’
applausi del pubblico: 1’ 40’’

Visto a Roma, ex Snia Viscosa, il 13 luglio 2012
Eclettica Fest


 

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