Solo di me. Medea, Ifigenia e Alcesti ai giorni nostri

Solo di me

Le protagoniste di Solo di me (photo: Lorenza Daverio)

Letizia Russo, Magdalena Barile, Francesca Garolla tra le drammaturghe e, certamente, Federica Fracassi, fondatrice – insieme a Renzo Martinelli – della compagnia: il Teatro i di Milano si distingue da sempre, e sempre più, per una rappresentanza femminile che, da sguardo, sensibilità e tema, ormai guida la direzione artistica e sta connotando fortemente il repertorio.

Dopo “Blondi” ed “Eva“, “Innamorate dello spavento” – progetto di Teatro i con Massimo Sgorbani sulle donne legate al Führer –, e dopo il tributo a Mia Martini, ha debuttato “Solo di me”, diretto dallo stesso Martinelli e scritto da Francesca Garolla, prendendo origine da un percorso di scrittura originale a partire dal tema del femminile.

Questa prassi di lavoro, già attuata da Teatro i, in questo caso nasce da una riflessione sul sacrificio e sul potere che da esso deriva. Sottotitolato “Se non fossi stata Ifigenia sarei Alcesti o Medea”, lo spettacolo porta in scena per la prima volta insieme quei tre exempla di donne che, pur essendo protagoniste di tragedie diverse, condividono il fatto di non essere state eroine ma di aver vissuto eroicamente, in funzione di qualcuno o qualcosa: Medea del suo ruolo di madre, Ifigenia di figlia e Alcesti disposta a dare la vita per il proprio marito.

Rispettivamente interpretate da Valentina Picello, Paola Tintinelli e Anahì Traversi – tutte e tre ugualmente profonde ed espressive, mai azzardate e in perfetto equilibrio sul palco –, le tre donne sono spogliate dalla tragedia antica e rivestite contemporaneamente: tailleur pantalone con bretelle e capelli ribelli per la selvaggia Medea, zeppe bianche e abito verginale per Ifigenia, e un elegante total black con foulard e calze velate per Alcesti, che richiama la misteriosa “fantasmaticità” del personaggio di Euripide con un pesante cerone bianco.

Dimenticati i nomi propri del mito, madre e moglie sono due moderne comari che danno precetti alla giovane, muta fino alla fine, cavia passiva di un training mirato, non tanto a farla diventare una donna ideale, quanto a presentare il conto all’uomo.

La tragedia rivisitata sul palco del Teatro i è un grido femminile, e femminista, che trasporta le donne dal V secolo a. C. ad un confronto con l’oggi, da una società che ne fa sovente un capro espiatorio, da una vita di rinuncia e privazione quotidiana, al tentato (realizzato?) riscatto; dallo stato di inferiorità, che le ha abituate alla sottomissione, a un ruolo attivo che dovrebbe rispecchiare quello contemporaneo.
Donne al limite, isteriche e altalenanti tra intraprendenza e depressione, donne esasperate dalla scelta, per le quali prendere decisioni estreme diventa quasi un obbligo. Ecco che il sacrificio si trasforma in una responsabilità vitale.

La messa in scena diretta da Martinelli comprende un attento studio del suono, che include ogni rumore nelle battute, come parte dei dialoghi, e di una scenografia che ricorda “Cinema cielo” di Danio Manfredini ma con meno poltrone e, questa volta, dirette verso il fondale.
L’atmosfera ricreata, innegabilmente ambigua, sospesa, al limite del credibile, contribuisce a rendere la situazione tanto assurda quanto riferita a una certa realtà, quella femminile, di oggi.

Eppure, nonostante lo studio, evidente non solo nella messa in scena ma presente a livello di lavoro drammaturgico, non basta a portare il tema della “minoranza” delle donne “le cui lacrime sono potenti come eserciti” su un piano di approfondimento diverso dal solito. In altre parole, niente di nuovo.
La violenza delle donne – tema attuale e più interessante – rimane accennata, interpretabile, nascosta dietro alla (troppo) classica, tragica, ricerca dell’affermazione di sé.

SOLO DI ME. Se non fossi stata Ifigenia sarei Alcesti o Medea
di Francesca Garolla
regia: Renzo Martinelli
con: Valentina Picello, Paola Tintinelli, Anahì Traversi

durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 1′ 17”

Visto a Milano, Teatro i, il 4 dicembre 2013


 

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