Teatro delle Albe: ecco il nostro Pantani

Pantani - Teatro delle Albe
Pantani - Teatro delle Albe

Luigi Dadina e Ermanna Montanari in Pantani (photo: Claire Pasquier)

Ci si può interrogare su di una persona e si può ancora vegliarne la morte a quasi nove anni dalla sua scomparsa, ma si può anche riflettere su quello che era il suo ruolo di personaggio in vita per comprenderne almeno in parte il tracciato delle singole avventure e decidere eventualmente di riconsiderare questo tracciato all’interno del panorama ben più ampio di quello personalissimo e irriducibile della singola vita.

Queste possibilità si possono intrecciare e farsi necessità teatrale, se si considera il medesimo personaggio e le vicende intercorse nella sua esistenza come un quadro specchiante per un’intera società, e quindi per la società presente. Dunque non è troppo tardi. «Tardi per che cosa, mi domando. La verità è che lo ignoro. Solo che quando qualcuno muore, pensiamo che si sia fatto tardi per qualunque cosa,  per tutto – tanto più per aspettarlo – e ci limitiamo a darlo per cancellato», così Javier Marías inizia “Gli innamoramenti”, e sotto la medesima lente si potrebbe considerare l’operazione messa in atto dal Teatro delle Albe per il suo “Pantani”. Un’operazione che certo non vuole chiudere il cerchio e tirare conclusioni sul caso Pantani, ma che si prepara ad aspettare il suo passaggio sulla scena del presente.

Il ciclista e la sua morte erano già i protagonisti sì ma di un romanzo fuori moda, dove il “fuori moda” in questo caso coincide non solo con lo sbadato “fuori tempo massimo” di cui risentono appunto i miti d’oggi, ma anche con uno svincolo dal contingente che fu.


In una sorta di racconto epico in gran parte apocrifo, il Teatro delle Albe ha deciso così di raccontare Marco Pantani mettendosi dalla parte di chi l’ha amato e stimato e gli è sopravvissuto. Di seguire insomma la linea delle sue gesta sportive ed esistenziali, scoprendo il senso tragico che si è celato spesso dietro di esse e figurando l’eroe ‘in absentia’.

Non si tratta di una riesumazione, la natura intima della morte del grande ciclista romagnolo ha qui meno importanza degli eventi che l’hanno preceduta; non è neppure una ricerca del o dei colpevoli, anche se i ‘j’accuse’ ci sono e aprono lo spettacolo – il “Me lo avete ucciso voi!” di Ermanna Montanari, nei panni della madre Tonina, rivolto all’intera platea. Ma una presa di posizione chiara e strutturata: tre ore di rielaborazione drammaturgica di foto e video di repertorio del Pirata, di figure, archetipi e accenti ben geolocalizzati, ma soprattutto di parole e ricordi vivi. Tentativi concreti di districarsi in una trama sfaccettata e dalla quale un uomo e la sua morte possono ancora gettar bagliori, dopo essersi lì inabissati.

Attorno all’invettiva di una madre e al libro-inchiesta del giornalista francese Brunel (“Gli ultimi giorni di Marco Pantani”), Marco Martinelli ha infatti costruito una liturgia spettacolare per un mito caduto e precipitato senza difese nell’abisso dell’ignominia. Una liturgia che, senza soluzioni di continuità, corre felicemente dalle prime fughe fanciullesche sul lungo mare di Cesenatico a bordo della Graziella della madre a quel fatidico 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio – a quella foto di Pantani circondato da carabinieri come un criminale, scattata subito dopo la sospensione dal Giro d’Italia a seguito del risultato di un esame anti-doping che, da lì a sei mesi, sarà detto inattendibile.

Da quel momento in poi il rito si fa più fragile, dubbioso, ambiguo, imbarazzante per l’opinione pubblica in sala e la linearità implode nelle didascalie dei capitoli e nei toni paradossalmente surreali di alcuni episodi, come appunto quello de «La storia surreale della siringa di Montecatini», che fa riferimento al ritrovamento, da parte dei Nas, di una siringa da insulina nella camera di un albergo di Montecatini, ufficialmente assegnata a Pantani.

Al margine della scena di un iper-realismo familiare e nei suoi inserti così ben confusi con la lingua madre della compagnia, si affollano personaggi di ogni sorta, proiettati, evocati o ben recitati da Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Laura Redaelli, Fagio, Francesco Catacchio.

Un baule teatrale affollato di gente – i medici che effettuano il prelievo a Madonna di Campiglio, gli amici di Cesenatico, Renato Vallanzasca (che dal carcere rivela di scommesse legate alla squalifica di Pantani), l’onorevole Gasparri (che, qualche giorno dopo la morte, lo bolla come tossicodipendente), il presidente del Coni, il direttore della Gazzetta – tra cui lo stesso Bunel (Francesco Mornino), che tenta di guidarci tra connessioni e svincolamenti, a sua volta dubbioso, interrogante e talvolta perfino tristemente ironico nei riguardi di una logica alla “Colpo Grosso” di Umberto Smaila.

Al dolore sclerotizzato nelle parole di una madre, negli sguardi del padre (Luigi Dadina) e nel ricordo della sorella Manola (Michela Marangoni), si aggiunge il surplus emotivo di un platea popolare che si riconosce negli stessi inganni mediatici da cui si fa irretire prima e dimenticare poi. Rispetto a questi inganni evidentemente il Teatro delle Albe ha deciso di parlare, così criticamente cantando le gesta di un eroe testardo, solo in vetta così come negli abissi, e di lasciare che sulla scia ancora qualcosa ci parli di noi. E non sia cancellato.

Pantani
di Marco Martinelli
ideazione: Marco Martinelli e Ermanna Montanari
con: Alessandro Argnani, Luigi Dadina, Roberto Magnani, Michela Marangoni, Ermanna Montanari, Francesco Mormino, Laura Redaelli
in video: Pino Roncucci
incursione scenica: Francesco Catacchio, Fagio
itinerari in Romagna: Luigi Dadina
fisarmonica, composizione musiche: Simone Zanchini
cante romagnole: Michela Marangoni, Laura Redaelli
ideazione spazio scenico: Alessandro Panzavolta-Orthographe
ideazione e realizzazione elementi di scena: Fabio Ceroni, Enrico Isola, Danilo Maniscalco, Ermanna Montanari
montaggio ed elaborazione video: Alessandro e Francesco Tedde – Black Box Film
costumi: Teatro delle Albe
realizzazione costumi: Laura Graziani Alta Moda, A.N.G.E.L.O., Les Jolies Sposi
direzione tecnica: Enrico Isola
tecnico luci e video: Francesco Catacchio
tecnico suono: Fagio
diapositive: Olycom/Publifoto, Olycom/Daniele Venturelli, Olycom/Arnaldo Magnani, Lauro Bordin
maestro di canto: Matteo Unich direttore artistico Gruppo Corale “Pratella-Martuzzi”
foto di scena: Claire Pasquier
manifesto dello spettacolo: Cosetta Gardini, Giuseppe Tolo – Casa Walden
ufficio stampa: Rosalba Ruggeri, Matteo Cavezzali
regia: Marco Martinelli
coproduzione: Teatro delle Albe / Ravenna Teatro, le manège.mons – Scène Transfrontalière de création et de diffusion asbl (Belgio)
durata: 3h
applausi del pubblico: 4′

Visto a Lastra a Signa (Firenze), Teatro delle Arti, il 17 gennaio 2013

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