Tramedautore 15. A Milano la Cina è a portata di mano

Mathias Woo
Mathias Woo

Mathias Woo

La Cina è più che mai vicina. Oltre la Grande Muraglia degli stereotipi, i cinesi non sono così impenetrabili.
Outis Tramedautore, rassegna teatrale attenta alla drammaturgia contemporanea, ha dedicato al colosso asiatico la XV edizione della sezione internazionale svoltasi a settembre al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Ne è nato un focus variegato di spettacoli, incontri e proiezioni sul tema “La Cina e le sue grandi trasformazioni”. I direttori artistici del festival, Angela Calicchio e Tatiana Olear, hanno proposto al pubblico milanese otto drammaturgie del Sol Levante, selezionate tra settanta opere. Coinvolti alcuni promettenti registi italiani.

In questo 2015 l’ideale ponte culturale che avrebbe fatto la gioia di Marco Polo e padre Matteo Ricci, era una nuova occasione di reciproco avvicinamento tra la Cina e il nostro Paese. L’importanza cinese nell’agone geopolitico ed economico internazionale è indiscussa. La globalizzazione non smorza l’interesse verso una civiltà remota, come testimonia il successo del padiglione cinese a Expo. La presenza dell’emigrazione e dell’imprenditoria orientale a Milano e in Occidente è sempre più rilevante.
Eppure la curiosità non sembra reciproca, se la Chinatown meneghina è sembrata snobbare un evento culturale che la riguardava, e nelle serate di via Rovello gli occhi a mandorla si contavano sulle dita di una mano.
Cosa che non inficia il successo della rassegna, che contribuisce attraverso l’arte ad allungare gli sguardi di là dai pregiudizi e dagli opportunismi fatti di mercato e denaro.

A inaugurare Tramedautore il pezzo forte della kermesse, lo spettacolo proveniente da Hong Kong “One Hundred Years of Chinese Architecture” (Cent’anni di architettura cinese), della compagnia di ricerca Zuni Icosahedron, acclamatissima sulla scena internazionale.

Può un’arte settoriale come l’architettura essere sintomatica dei cambiamenti civili epocali di un Paese? L’architettura è la volontà di un’epoca tradotta nello spazio.
Il drammaturgo e regista Mathias Woo lo dimostra attraverso uno spettacolo multimediale raffinato, con una scenografia componibile di scaffali. Colpisce l’irruente mandarino (sovratitolato in italiano e inglese) parlato dai due attori, Kao Jo-Shan e Chang Yao Jen. Essi raccontano un secolo d’architettura attraverso la vita di due celebri coppie: da un lato quella di Liang Sicheng, padre dell’architettura moderna cinese e marito della prima donna architetto del paese; dall’altro quella dell’imprenditrice edile Zhang Xin, tra le cento donne più potenti al mondo, artefice insieme a suo marito di una nuova concezione affaristica dello sviluppo urbanistico cinese.

Due stili. Due concezioni antitetiche nel modo di concepire la vita: l’architettura ne è metafora. La Pechino di cent’anni fa rappresentava uno spirito plurimillenario, che Woo rende in scena attraverso un abbigliamento sobrio, l’eloquio piano e rassicurante dei protagonisti, luci che focalizzano sguardi antichi proiettati in un orizzonte ideale, quasi utopistico. La Cina contemporanea è evocata invece da costruzioni come parallelepipedi di Lego, con un abbigliamento occidentalizzato anonimo, e una dizione rapida, spigliata, senza colore, da mezzibusti televisivi.

La drammaturgia scritta da Woo con Jimmy Ngai dispensa pillole di saggezza senza essere pedante. Analizza – con forte senso estetico – lo sviluppo e le contraddizioni di un Paese attraverso le personalità dei protagonisti.

100 anni di architettura cinese

100 anni di architettura cinese

“Fake single” di Ha Zhichao (traduzione di Federica Abenante) racconta la Pechino lavorativa dei nostri giorni. Focalizza le nevrosi di due coniugi che si ritrovano a operare nella stessa azienda e si fingono single ostentando idiosincrasia verso matrimonio e figli.
È la condizione per ottenere e conservare il posto di lavoro, che richiede disponibilità e dedizione assoluta Accaventiquattro.

“Fake single” è un ordito dove vita privata, sentimenti, rivalità e carriera si mischiano in un magma indistinto. Ne nasce una commedia brillante (a tratti frivola) con la regista Livia Ferracchiati brava a carpire humour e brio dai talentuosi attori (Valentina Mandruzzato, Marcello Mocchi, Marco Rizzo, Emilia Scarpati Fanetti). Come nella scena iniziale, quando lo scambio di battute è una concitata drammaturgia di colpi di tosse. O nel fumoso ballo surreale che sigilla la pièce. Si perde la percezione che sia una storia cinese, potrebbe essere l’ordinaria esperienza di una qualunque azienda italiana. Ci chiediamo se questo sia un merito, e non piuttosto il limite principale di una messinscena dall’apprezzabile verve.

Gli scontri di Piazza Tienanmen, il 4 giugno 1989, fanno da sfondo a “La Fuga” del poliedrico artista Gao Xingjian (traduzione di Simona Polvani), premio Nobel per la letteratura 2000.
Cinque anni di “rieducazione” imposti dalla Rivoluzione culturale lasciano forse il segno nell’autore. La pièce vira verso la metafora quando racconta la violenza; poesia e amore soverchiano cronaca e politica.
Nello spazio angusto di un magazzino riparano un intellettuale attempato, uno studente e una giovane. Fuori divampa la guerriglia. Ne avvertiamo la crudezza attraverso la scenografia spoglia, l’illuminazione tetra e impressionistica, la nausea dei protagonisti, un fuoricampo di pioggia in dissolvenza e spari in lontananza. Sempre fuoricampo avvertiamo un inquietante incedere di passi marziali, cadenzati, cui fa da contrappunto la musica lieve di Francesco Leinieri.

Lo scontro si consuma su due piani: esterno con la lotta armata, interno con la contrapposizione tra ideologia e poesia, rappresentate rispettivamente dall’uomo maturo e dall’uomo giovane. Invece la ragazza incarna il bisogno sempre più forte d’amore come antitesi al male.
La riflessione si allarga a temi universale, supera lo spazio-tempo. Indaga il rapporto complesso tra uomo e donna. Bel lavoro, con la regia di Lorenzo Montanini, e i tormenti psichici di un’umanità varia generosamente portata in scena da Carlotta Piraino, Mirko Soldano e Diego Valentino Venditti.

Una messinscena filologicamente impeccabile, tecnicamente in divenire, è quella con cui Manuel Renga omaggia Nick Rongjun Yu, il drammaturgo cinese vivente più prolifico.
“Carbone attivo” (traduzione di Annalisa Annuvolo, con Sara Dho, Alessandro Lussiana, Gianni Quillico ed Elisabetta Torlasco), ambientato a Shanghai, è la vicenda di una giovane coppia di separati in casa privi del denaro necessario a riprogrammare le loro vite.

Inverno, interno domestico, tavola imbandita. Su una vita coniugale in frantumi irrompe Dong Xionshan, padre della donna, ex direttore di un villaggio minerario del Nord, apparentemente con una malattia da curare. Ma i giochi d’ombre in profondità proiettano dall’abbrivo nello spettatore verità alternative. Sono tensioni, ripartenze che fanno emergere ricordi e rimpianti, sensi di colpa e nuovi approcci.

Amori che naufragano nel presente e amori che riemergono dal passato. Metamorfosi e ribaltamenti. Luci fredde per le ambientazioni esterne, calde per quelle interne. Dialoghi e confessioni soffocati dalla difficoltà di svelarsi, per la paura di scoprirsi come nudi. La cucina è allegoria del ménage coniugale. La mise en espace di Renga, con intermezzi di letture su leggio che interrompono la dinamica scenica, crea una partitura nevrotica il cui apparente disordine, metafora della vita caotica dei protagonisti, è funzionale al dipanarsi della matassa.

L’armonia ritrovata, sigillata da una pioggia di fiocchi di neve, imprime un sigillo poetico a una rassegna i cui tempi serrati quasi mai consentono la messa in scena di lavori rifiniti. Pur con un quid di grezzo e irrisolto, ci resta comunque la sensazione di conoscere qualcosa di più della Cina: macrocosmo remoto, ancora minato dalla dittatura e dai postumi della Rivoluzione Culturale. Eppure – per tanti versi – sovrapponibile al nostro mondo, a sua volta in crisi d’identità.

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