Giulia Petruzzella firma la regia di un teatro che si sporca le mani
C’è un uomo solo sulla scena. Spettinato, barba lunga, una tuta lisa addosso e lo sguardo perso nel vuoto. Intorno, un piccolo mondo alla deriva: una roulotte, bottiglie di birra, un vecchio televisore a tubo catodico che sputa immagini d’Italia anni Novanta. Luci da sagra, cartelloni artigianali, lattine di Coca-Cola impilate come soldatini. Tutto vibra di un disordine calcolato, come un altare rovesciato.
Da questo caos nasce “Non è stata la mano di Dio”, spettacolo scritto e interpretato da Corrado La Grasta, con la regia precisa e invisibile di Giulia Petruzzella.
La storia è quella di don Peppe Diana, il sacerdote di Casal di Principe ucciso dalla camorra nel 1994. Un prete che aveva osato dire no, che aveva creduto nella parola come arma, nella comunità come scudo. Ma lo spettacolo non è un racconto biografico. È una discesa. Un viaggio dentro il fango e la coscienza.
A condurre il pubblico c’è Giuseppe, detto Luis Miguel: un giostraio, forse un testimone, forse un complice, forse un fantasma. È lui la voce narrante. Un uomo semplice, sgualcito dalla vita, che rievoca don Peppe come un’ossessione, un rimorso. Non si capisce se stia confessando, delirando o pregando. Da quel dubbio nasce la forza del racconto.
Luis Miguel parla con accento ibrido, tra barese e campano. Si muove come un animale in gabbia, parla al pubblico, impreca, ride, si ferma, riprende. La Grasta non recita: vive. Ogni gesto è verità, ogni sbavatura diventa linguaggio. Non c’è compiacimento né teatralità: c’è vita nuda, sanguinante.
Il racconto si apre e si chiude in un’Italia che sembra lontana e vicinissima. Sul televisore e nella narrazione scorrono Tangentopoli, le stragi di mafia, i Mondiali USA ’94, Berlusconi, il gossip. È il Paese che ride mentre si consuma. Che cambia canale davanti al sangue.
Don Peppe non compare mai. È assenza pura. È l’eco che riempie il vuoto, il soffio che attraversa la stanza. Si manifesta nei silenzi, nei colpi improvvisi, nei lampi di luce. È una presenza spirituale e terrena insieme, come quella di Oscar Romero, di padre Pino Puglisi, di don Tonino Bello. Tutti preti del grembiule, servitori degli ultimi, i primi due uccisi perché scomodi.
Il mondo evocato da La Grasta è quello di una Chiesa che si sporca le mani, che si piega accanto ai deboli, che non teme la bestemmia se serve a dire la verità. È la Chiesa del pane diviso, del sudore, della rabbia. In questo spazio sacro e profano, Luis Miguel cerca un senso. Lo trova e lo perde in continuazione.

La scenografia è un miracolo di povertà. Tutto è costruito con poco. Ogni oggetto ha un peso, una memoria. Una bottiglia vuota diventa reliquia. Un televisore che si spegne troppo presto è già un atto politico. È teatro artigianale, manuale, che respira con chi lo guarda.
La regia di Giulia Petruzzella accompagna senza ingombrare. Cura i dettagli, lascia spazio al caos controllato dell’attore. I tempi morti diventano poesia, le luci sbagliate diventano segno. Tutto è imperfetto, ma volutamente. Perché l’imperfezione qui è carne, testimonianza.
La scrittura è scarna, nervosa, tagliente. Frasi brevi, colpi secchi. La Grasta alterna invettive e confessioni. Crea una lingua che chiede di essere sentita. È un impasto di dolore, ironia, fede e imprecazione. Le parole si fanno pietre. Colpiscono e restano.
La Grasta gioca col pubblico, lo provoca, lo trascina. Non chiede empatia, ma presenza. In un momento scherza, in quello dopo colpisce. Poi tace. E nel silenzio si sente il peso di una colpa collettiva. È lì che lo spettacolo raggiunge la sua verità. Forse anche con il suo finale netto, mozzato.
La camorra non è un personaggio. È un respiro sporco che aleggia su tutto. È la paura che inchioda, il cinismo che corrompe. È quella voce che ti dice “lascia perdere, non cambierà nulla”. La Grasta la combatte con un’arma antica: la parola. La sua voce è un pugno nel ventre, un rosario bestemmiato, una liturgia di carne e fango.
Lo spettacolo si muove come una messa laica. Tra l’altare e il baraccone. Tra la fede e il dubbio. Tra la piazza e la sacrestia. Il ritmo cresce, si spezza, si ricompone. Poi, nel finale, tutto si ferma. Il tempo si ritira. Restano le luci che tremano e una voce che dice che non è stata la mano di Dio. È stata la nostra.
È un finale che non consola. Ma che resta addosso. Quando le luci si spengono, il pubblico resta sospeso. È l’applauso trattenuto di chi ha capito che quella storia non è solo di don Peppe. È nostra.
“Non è stata la mano di Dio” è teatro civile senza proclami. Un rito di memoria. La Grasta non cerca di fare il bravo attore. Cerca di dire una verità scomoda. E ci riesce.
Lo spettacolo ha vinto di recente il premio come Miglior Spettacolo al Festival Le Voci dell’Anima di Rimini. E non sorprende. Perché è un lavoro che brucia, che non si limita a raccontare ma trasforma la scena in confessionale, il pubblico in testimone, la parola in ferita.
Alla fine resta un odore di sudore, di ferro, di pioggia. Resta la sensazione che il teatro, quello vero, nasca solo dove c’è rischio. Dove ci si sporca. Dove non si recita, ma si vive.
Corrado la Grasta porta in scena un Sud che non chiede pietà. Che non si piange addosso. È una voce che viene dal basso e parla al mondo.
In tempi di palcoscenici levigati e parole di plastica, “Non è stata la mano di Dio” è una boccata d’aria ruvida. Un promemoria che il teatro, quando è vivo, non consola. Scuote.
Non è stata la mano di Dio
di e con Corrado La Grasta
regia di Giulia Petruzzella
vincitore del Premio Miglior Spettacolo al Festival Le Voci dell’Anima, Rimini
Produzione Teatro dei Cipis
Con il patrocinio del Comitato Don Peppe Diana
durata: 55’
Visto a Brindisi, Teatro Don Bosco, il 6 novembre 2025
