L’opera del 1965 di Harold Pinter tratteggia dinamiche familiari distorte e disgregazione dei rapporti, fra liti e desideri repressi
Massimo Popolizio porta al Teatro Stabile di Torino, a sessant’anni dal primo allestimento assoluto, “Ritorno a casa”, capolavoro di Harold Pinter e una delle opere più celebri del “teatro della minaccia”.
Ma Pinter è un autore rischiosissimo, a meno di non seguire pedissequamente i suoi desiderata, oppure di tradirlo in modo geniale. Popolizio rimane a metà del guado: un po’ di fedeltà, un po’ di tradimento.
Risultato? Pinter non è più la pistola carica puntata alla tempia della cara vecchia borghesia, la “crème de la crème” (ancora in buona parte presente negli Stabili italiani). Non è più una roulette russa con cinque colpi in canna: ne resta uno solo, e per giunta mezzo scarico. Perché allora rischiare con Pinter? Certo la ricorrenza dei 60 anni dalla prima messa in scena del testo è ghiotta.
In una vecchia casa alla periferia di Londra vivono Max, capofamiglia e macellaio in pensione, i suoi due figli Lenny e Joey, e il fratello di Max, un arrendevole Sam. Quattro uomini che tirano avanti fra litigi e un rude affetto. Quando nel cuore della notte rientra Teddy, terzo figlio di Max, insieme alla moglie Ruth, le dinamiche familiari verranno sconvolte. I due arrivano dagli Stati Uniti, dove Teddy insegna filosofia all’università; dopo sei anni in America decide di tornare in Inghilterra per presentare la moglie alla famiglia. Ma sarà proprio Ruth, con il suo appeal sensuale, a scatenare una serie di eventi perturbanti. Unica donna in quel contesto maschile, trasformerà la sua apparente fragilità in una strategia di controllo.
La scenografia di Maurizio Balò ricostruisce l’interno di una vecchia casa londinese su due piani. L’ambiente è dominato da un rosso che richiama il sangue del bancone del macellaio, con la testa imbalsamata di una mucca appesa e quella di un maiale nel frigorifero. Un rosso scuro che parla di sangue rappreso, non di passione. C’è anche un’eco hopperiana nell’atmosfera, che contribuisce a rendere la scenografia una metafora della famiglia stessa, che “macella” gli affetti. Una lugubre estensione di Max che, a ben guardarla, è portatrice – questa sì – di minaccia.
L’arrivo di Ruth, con il suo erotismo glaciale e calcolato, risveglia i desideri degli uomini di casa. Ruth li ipnotizza parlando della sua gamba, che lascia intravedere la lingerie, e delle sue labbra, più importanti delle parole che pronuncia: “Perché non concentrate la vostra attenzione su queste?”.
Ma gli appetiti che lei stessa accende probabilmente non la soddisfano appieno. Ruth seduce Joey, il più vulnerabile, portandolo in camera per ore senza lasciargli concludere nulla. Teddy assiste inerme, come nulla fosse. E pian piano, tutto diventa normale. Gli uomini discutono su come trattenere Ruth e far sì che contribuisca all’economia domestica. Le propongono di prostituirsi per guadagnare denaro per loro. Ruth accetta (negoziando condizioni precise, come un contratto e un appartamento arredato), rendendo in qualche modo la famiglia succube.
Nonostante il cast di rilievo (oltre allo stesso Popolizio nel ruolo di Max, in scena troviamo Christian La Rosa, Paolo Musio, Alberto Onofrietti, Eros Pascale e Giorgia Salari), il risultato è inferiore alle attese. Le interpretazioni risultano troppo sovraccariche, e la minaccia si avverte solo nelle parole di Ruth (la prova attoriale forse più riuscita), o nella presenza inquietante della testa di maiale nel frigo. Popolizio, pur efficace, resta – come anticipato – in bilico tra fedeltà e innovazione. Se la sua intenzione era movimentare Pinter, allora non accelera mai abbastanza da farne qualcosa di davvero diverso. Pur restando in gran parte fedele al testo, taglia quella vena di inquietudine che è la carne stessa del verbo pinteriano.
Tutto fila secondo copione, almeno fino allo scivolone finale: gli uomini a sbrigare le faccende domestiche e Ruth, nuova capofamiglia, che fa la pole dance.
Ma perché esplicitare in modo così volgare ciò che dovrebbe inquietare? Pinter non avrebbe forse mai realizzato una scena che grida in questo modo, tanto che il suo testo si chiude con Ruth che accarezza la testa di Joey. Cosa vuole suggerirci Popolizio con questo finale? E’ un monito a chi crede di dominare le donne, diventando invece schiavo del loro potere sessuale? Del resto era già tutto chiaro: Ruth è un’imprenditrice capace di muovere i fili della società in maniera sottile e calcolata: ecco la conturbante minaccia.
“Ritorno a casa” è in qualche modo debitore de “La professione della signora Warren” di G. B. Shaw, ma se in Shaw la prostituzione appare come una necessità, in Pinter sembra una scelta inspiegabile e, perciò, inquietante. Ruth abbandona figli, marito e un’esistenza agiata per diventare regina di un gruppo di uomini sordidi. Ma in Popolizio questi uomini appaiono ridicolmente stupidi senza essere inquietanti, di una stupidità rassicurante, che ci esclude dal rischio: non ci può capitare, non siamo noi. Così la borghesia oggetto della critica pinteriana, luogo di ipocrisie nascoste e violenze silenziose, stavolta può lasciare la sala con meno turbamento di quando è entrata.
“Ritorno a casa” è allora un brutto spettacolo? No, ma nel complesso è un adattamento che convince solo a metà. Ha una sua dignità niente affatto trascurabile, almeno fino al rovinoso finale. Nel complesso lo spettacolo risulta innocuo. E questo, forse sì, per la satira del drammaturgo londinese potrebbe essere un peccato mortale. Cosa annacqua la minaccia di cui si parlava all’inizio? In scena tutto è in movimento: gli attori si agitano, fanno esercizi ginnici, saltano sui mobili, come fossero spaventati dalla quiete. Ma l’immobilità è parte fondamentale della minaccia. E poi la sottrazione delle pause: ogni pausa in Pinter trapana il cranio. Popolizio, invece, sembra aver paura del vuoto e si affretta a riempirlo. Ma l’attesa della minaccia, spesso, inquieta più della minaccia stessa.
RITORNO A CASA
Di Harold Pinter
Regia Massimo Popolizio
Con Massimo Popolizio (Max)
Christian La Rosa (Lenny)
Paolo Musio (Sam)
Alberto Onofrietti (Joey)
Eros Pascale (Teddy)
Giorgia Salari (Ruth)
scene Maurizio Balò
costumi Gianluca Sbicca e Antonio Marras
luci Luigi Biondi
suono Alessandro Saviozzi
Compagnia Umberto Orsini
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Piccolo Teatro di Milano – teatro d’Europa
In collaborazione con AMAT Associazione Marchigiana
Attività Teatrali e Comune di Fabriano
Durata 1h 40’
Applausi del pubblico: 2’
Visto a Torino, Teatro Carignano, il 12 novembre 2025
