Protagonisti due storici collaboratori di Manfredini: Vincenzo Del Prete, nei panni di Arturo, e Giuseppe Semeraro, in quelli di Gino
Anni ‘80, la legge Basaglia ha sancito la chiusura dei manicomi due anni prima.
Due uomini, affetti da malattie psichiatriche, convivono in un appartamento della Caritas. Sul palco si vede la loro camera da letto: una stanza umile e grigia, col minimo arredo. Ai lati opposti della scena due letti con i relativi comodini, a sinistra una tv, a destra un telefono; al centro, sul fondo, un tavolo da pranzo.
Gino e Arturo trascorrono le giornate alle prese con le proprie difficoltà, tra pensieri e ossessioni, azioni routinarie e momenti di vuoto. In entrambi c’è una profonda solitudine, un forte senso d’abbandono, la fatica d’affrontare la quotidianità in assenza di un supporto medico costante. Come impiegare le giornate, che senso dare all’esistenza?
Arturo decide d’inventare un copione teatrale, mentre Gino vorrebbe una relazione con una compagna, ma ogni loro tentativo – tra momenti di lucidità e di delirio – termina con un fallimento. Solo la condivisione, la vicinanza e l’empatia che, un poco alla volta, si viene a creare tra i due riesce ad allievare, anche solo per un attimo, le loro pene e sofferenze.
“Cari spettatori” nasce da una ricerca intrapresa da Danio Manfredini negli anni, a partire dalla raccolta di numerose testimonianze di pazienti psichiatrici. Interviste e documentari entrano nella drammaturgia con garbo e ironia attraverso le vicende personali di Gino ed Arturo, a cui s’affianca la presenza di un televisore perennemente acceso, posizionato in modo tale da impedirne la visione agli spettatori. La tv proietta in scena ricordi, pensieri e riflessioni, creando un canale di connessione con la voce di chi è affetto da una malattia psichiatrica.
L’impianto dello spettacolo trova ampio supporto nella recitazione di Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro (storici collaboratori di Manfredini) che, attraverso un accurato lavoro di cesellatura, hanno saputo costruire dei personaggi vividi e concreti tanto da sembrare reali.

L’allestimento scenico punta ad una ricostruzione storica, con l’utilizzo di complementi d’arredo d’epoca, ma scivola un po’ nella cura dei dettagli. La scena contaminata da oggetti odierni (come il pacchetto di tabacco con le campagne antifumo) risulta posticcia, disturbando e distraendo l’occhio dello spettatore, che si ritrova a soffermarsi sugli elementi che sporcano la scena; tutto ciò provoca una sorta di distacco, che frena l’andamento emotivo del pubblico all’interno dello spettacolo. Una criticità in parte compensata dalla bravura degli attori.
Nonostante gli ingredienti dello spettacolo siano ben assortiti, la mise en scène non arriva a soddisfare appieno le aspettative del pubblico, compreso quello più affezionato al teatro di Manfredini. Pesa sullo spettacolo un legame forse troppo stretto col materiale biografico di provenienza, che ingabbia la drammaturgia nella dimensione del reale, negandole la possibilità di raggiungere anche vette più oniriche e poetiche. Il testo si esaurisce così nella narrazione di uno spaccato di vita, senza riuscire ad apportare qualcosa di nuovo o di particolarmente significativo su un tema fin troppo reiterato a teatro.
Cari Spettatori
Regia, scene, costumi, testo e banda sonora: Danio Manfredini
Con: Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro
Luci: Loïc François Hamelin
Aiuto regia: Vincenzo Del Prete
Produzione: Teatro di Sardegna
Durata: 1h 10′
Applausi: 2′
Visto a Bologna, Teatro Arena del Sole, il 30 novembre 2025
