Pìnolo di Nardinocchi e Matcovich: l’infanzia contro il tribunale del genere

Pìnolo (ph: Simone Galli)
Pìnolo (ph: Simone Galli)

In tempi di crociate ideologiche, Ruotalibera Teatro propone uno spettacolo per l’infanzia in cui dimostra che la vera rivoluzione è lasciare spazio alla complessità

Non serve spegnere le luci per entrare in un territorio delicato. Basta una domanda lanciata in platea e il coraggio di restare ad ascoltare le risposte. In scena, Laura Nardinocchi, Niccolò Matcovich e Noemi Piva accompagnano il pubblico con naturalezza sorprendente.

Lo spettacolo “Pìnolo” dimostra che il teatro per l’infanzia può affrontare temi complessi senza banalizzazioni. La produzione di Ruotalibera Teatro sceglie una strada difficile: parlare di identità di genere ai bambini senza trasformare tutto in lezione o favola moralizzante.
Le luci restano accese, nulla da nascondere. Gli attori dialogano con la platea accanto a sagome di legno. Subito si crea un clima di fiducia e gioco condiviso. La domanda è semplice: come si riconosce una femmina? Come si riconosce un maschio?

Le risposte arrivano rapide e spontanee. Il rosa, le ciglia lunghe, le labbra carnose “sono da femmina”; i capelli corti, il cappellino, l’azzurro “sono da maschio”. Non sono battute scritte: sono parole dei bambini in sala. È in questa trasparenza che lo spettacolo trova forza. Gli stereotipi emergono dal basso, dalla realtà quotidiana, e per questo possono essere messi in discussione con maggiore efficacia.
Chi teme proclami ideologici resterebbe spiazzato. In scena non c’è un manifesto da sottoscrivere. C’è un lavoro teatrale attento, artigianale, che mostra i meccanismi del condizionamento e li incrina con delicatezza. Senza slogan, senza tribunali morali.

Nardinocchi, Matcovich e Piva costruiscono un dispositivo semplice ma stratificato. Il rimbalzo tra maschile e femminile è continuo: posture e atteggiamenti vengono prima accentuati, poi smontati con ironia. La recitazione colpisce per naturalezza: nessuna caricatura, nessuna forzatura. Equilibrio preciso tra leggerezza e profondità. La danza interviene come controcanto, mai didascalica, dando ritmo e respiro alla narrazione.
Noemi Piva è delicata e spigolosa. Poche parole, un movimento da carillon imperfetto, un palloncino troppo rosa per non diventare bersaglio. Quando esplode, il gesto non è solo comico: è simbolico. Il pubblico lo coglie con attenzione.

La protagonista si chiama Pina. O forse Pino. L’ambiguità del nome è il primo terreno di confronto. Attorno a lei, genitori che proiettano aspettative e frustrazioni. La genitorialità diventa pretesto per rinfacciarsi mancanze reciproche. Il conflitto tra madre e padre è serrato: nessuno è interamente colpevole, nessuno del tutto innocente. Sono adulti cresciuti dentro le stesse categorie che ora, senza accorgersene, ripropongono.

La scena lavora per simboli chiari: una zanzariera-bozzolo che è ventre e prigione; una pigna come potenzialità compressa; una chiocciola che suggerisce lentezza e protezione; un albero parlante che richiama radici e tempo lungo. Anche il lavoro sonoro è raffinato: rumori costruiti dal vivo, piccoli oggetti che generano mondi. L’immaginazione viene continuamente sollecitata. Lo spazio scenico, pur essenziale, appare sorprendentemente vivo.

Quando emerge il tema del bullismo, la sala cambia atmosfera. All’inizio i bambini ridono delle prese in giro; poi qualcosa si sposta. Le voci fuori campo di altri bimbi raccontano desideri e paure reali: vestirsi “da maschio”, odiare il rosa, essere femmine e fare la pipì in piedi, temere lo scherno. La materia autobiografica si intreccia con testimonianze raccolte dagli autori nei laboratori. La riflessione diventa concreta e riconoscibile.
Pina rivendica il diritto alla contraddizione: giocare con le automobili, amare i cartoni d’azione, indossare una maschera da guerriero. Non per diventare altro, ma per esplorare possibilità. La danza, controllata e a tratti quasi tribale, diventa contrappunto fisico al conflitto verbale. Mai retoricamente liberatorio, sempre coerente con il percorso narrativo.

Il momento più riuscito è la trasformazione del pubblico. I bambini, inizialmente ancorati a categorie nette, finiscono per incrinarle. Ridono meno, ascoltano di più. A fine spettacolo qualcuno ammette di sentirsi “un po’ e un po’”: bambine che amano i soldatini e vestirsi da maschietti; bambini che vorrebbero fare gli attori per non vivere l’appartenenza a un genere come una gabbia. La riflessione arriva senza imposizioni, attraverso un’esperienza condivisa.

Qui sta il nucleo politico e poetico del lavoro: non l’imposizione di una nuova etichetta, ma la difesa di uno spazio di crescita. L’identità non è un recinto binario, è un processo in divenire. E l’infanzia è il luogo in cui quel processo può essere soffocato o accompagnato con cura.
Alla fine non importa stabilire se sia Pino o Pina. Importa che possa dirlo, quando e come vorrà. E che gli adulti, grazie a uno spettacolo riuscito e onesto, imparino finalmente ad ascoltare prima di nominare.

PÌNOLO
Di Laura Nardinocchi e Niccolò Matcovich
Con Laura Nardinocchi, Niccolò Matcovich e Noemi Piva
Scena: RI.CREATIVITY di Rossella Amoretti, Francesco Persico
Oggetti di scena: Leo Paride, Matteo Pallotta
Costumi: Gabriella Manente
Luci: Chiara Saiella
Foto: Simone Galli
Produzione: RUOTALIBERA TEATRO

durata: 1h

Spettacolo dai 6 anni in su

Visto a Leverano, Teatro Comunale, 1° marzo 2026

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