Atto senza parole e altri testi. Beckett, Sepe e la poetica del fallimento

Atto senza parole e altri testi
Atto senza parole e altri testi
Atto senza parole e altri testi (photo: Brunella Giolivo)

Una compagnia di terz’ordine vuole affrontare Samuel Beckett. Ma non intende limitarsi alla produzione di un testo, pretendendo invece di portare sulla scena il concetto di “fallimento”, con il quale il drammaturgo irlandese definì l’opera del pittore belga Bram Van Velde.
Ecco come “Atto senza parole e altri testi”, per la regia di Pierpaolo Sepe, diviene una prova aperta in cui gli attori inscenano il proprio fallimento artistico inteso come unico modo per fare realmente arte.

Esistono uomini che indagano nel passato di altri uomini scartabellando tra documenti e fascicoli, testimonianze di un passato tormentato, in cui si manifesta anche una volontà presente, poi negata da un ineffabile destino. È il caso di “Atto senza parole”, in cui il protagonista tenta in vari modi di raggiungere una caraffa d’acqua, calata dall’alto tramite una fune, escogitando varie strategie che si riveleranno sistematicamente inutili e infruttuose.

Mettere in scena Beckett significa ripercorrere in lungo e in largo l’irrappresentabile. Con l’opera citata il drammaturgo stressa infatti la dimensione teatrale tradizionale fino a sottrarre del tutto il testo, giungendo ad un’azione drammatica incentrata sul corpo, sul movimento e sull’espressività del viso, memore dell’esperienza dei mimi parigini degli anni ’50.


Il lavoro di Pierpaolo Sepe non si sofferma solo sull’atto unico da cui prende il titolo lo spettacolo, ma adopera anche altri quattro testi (“Teatro 1”, “Teatro 2”, “Un pezzo di monologo”, “Cosa dove”) per costruire un meta-testo disperato e portato al limite.
I quattro personaggi sono sempre in bilico tra farsa e tragedia, contemplano la propria condizione, accomunati da uno stesso destino, sono maschere ridicole, goffe, senza speranza ma che resistono, ancora capaci di affrontare un’ultima sfida.

Sepe entra dentro queste solitudini e restituisce, tramite una scena vuota riempita solo da luci e oggetti, il baratro di queste esistenze, modellando la poetica di Beckett sulle caratteristiche dei quattro attori.
La scelta ricade su attori napoletani perché il teatro napoletano, sottolinea il regista, “porta con sé una dose di autentica drammaticità assieme ad un’inestinguibile dose di ironia e leggerezza”.
Un modo originale per rileggere Beckett, sottolineando la crudeltà della vita e il vitale slancio che ognuno di noi porta dentro anche nei momenti di estrema difficoltà. Sepe ripercorre il fallimento come necessità per sfuggire all’arte borghese e ne offre un saggio piacevole e strutturato, coadiuvato da una buona e compatta prova attoriale.

ATTO SENZA PAROLE E ALTRI TESTI
di Samuel Beckett
con: Tommaso Bianco, Benedetto Casillo, Gigi De Luca, Franco Javarone
scene: Francesco Ghisu
disegno luci: Luigi Biondi
regia: Pierpaolo Sepe
durata: 1h 20′
applausi del pubblico: 4′ 30”

Visto a Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, il 14 aprile 2011

0 replies on “Atto senza parole e altri testi. Beckett, Sepe e la poetica del fallimento”