Biennale Danza 14. Il corpo dentro Venezia

Boschetto di Ramona Caia e Sara Sguotti|Biennale Danza 2014|Sahara para todos di MK|Di Stefano e Paxton subito dopo la cerimonia di premiazione
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Biennale Danza 2014
Un momento della performance di David Zambrano Passing Through
Venezia la Serenissima, la Dominante, Regina dell’Adriatico, “capolavoro del genio creativo”, per dieci giorni di luglio è diventata anche capitale della danza contemporanea, grazie alla Biennale Danza targata anche quest’anno Virgilio Sieni.
Una capitale con pieno diritto, perchè la danza contemporanea è stata declinata in tutte le sue infinite sfaccettature di stili e poetiche, quanto mai diverse e variegate, accolte nelle bellissime sale dei suoi palazzi, nei possenti teatri dell’Arsenale, nei suoi Campi, in un bellissimo respiro tra interno ed esterno.

Sono stati messi in connessione l’aspetto produttivo e quello formativo, rivolto quest’anno anche a giovanissimi interpreti, dai 10 ai 15 anni, in un contino scorrere tra prime assolute, creazioni particolari, esiti finali di laboratori, ma il tutto declinato in stretto rapporto con la città e i suoi spazi, e con un senso del gesto profondamente connesso alla riflessione sul corpo e alla sua pratica posturale.


Si cammina tra “calli” e “fondamenta” come dentro un viaggio a tappe; ogni apertura una suggestione per la ricostruzione di  un senso del movimento, la grande difformità del vedere che spinge a trovare le uguaglianze e individuare il senso generale che tutto tiene insieme.

E così si parte.

Jonathan Burrows e Matteo Fargion: un tavolo, due sedie, due quaderni con appunti, un mandolino e due braccia dai movimenti scattanti che declinano un alfabeto surreale, una ironia sottile che scorre in sottofondo, sostenuta da una esatta scelta di tempi scenici, da espressioni appena accennate. E’ inadeguato il corpo a danzare, eppure quella sottile comprensione che lega le presenze del danzatore e del musicista, quelle braccia, quegli sguardi raccontano, trasportano.

Si cambia spazio, luogo informale ma con quella patina di eleganza imprescindibile da Venezia. “Senza titolo” di Jérôme Bel è frutto di una residenza veneziana in cui “l’esercizio del restare in un luogo, in realtà possa trasformarsi in un viaggio agli estremi confini dell’arte”, materia forse anche troppo ovvia per un artista come Bell; e allora tutto si asciuga: semplici tentativi di piroettare, di stare in equilibrio su un piede, di inchinarsi con grazia ma compiuti con un serissimo senso dello stare in scena, in cui la cosa che conta in assoluto è la presenza. Troppo scontato forse, troppo giocato sulle tipologie umane presenti, forse.

Sahara para todos di MK
Sahara para todos di MK
Si apre il respiro, si scende in strada: Sahara Para Todos, esito finale di un laboratorio condotto da Michele di Stefano, riempie il Campo di musica pulsante, spazio liquido in cui si formano e si perdono connessioni, le relazioni fra i corpi sono continuamente mutevoli. La cosa più bella: lo sguardo intento del coreografo che da lontano osserva, artista nel percorso, in continua osservazione di sé e del proprio lavoro, pratica coreografica diventata essa stessa metodo di ricerca.

Si riprende la passeggiata, piazza San Marco, Riva degli Schiavoni fino all’Arsenale che si offre al tramonto.
Giovanissimi interpreti laziali sul palco, impegnati nella restituzione del lavoro portato avanti per alcuni mesi con Adriana Borriello per la sezione Vita Nova, una danza fatta di ascolto fra i corpi in scena, nella scansione di geometrie precise; coreografia indubbiamente impegnativa per allievi così giovani, ma per questo più apprezzata e apprezzabile nel tentativo di non scendere nell’indulgenza che appiattisce e omologa.

Si esce nuovamente alla luce, rimanendo in attesa nella calma crepuscolare di quest’angolo di laguna. Cambio di teatro e ci accoglie l’atmosfera apocalittica di “Sopra di me il diluvio”, bellissime luci per uno spettacolo esagerato nell’enfasi, sempre urlato, eccessivo anche nella generosità di Paola Lattanzi, ermafrodito dal corpo stagliato di muscoli e nervi dolorosamente tirati. Pochi oggetti in scena, un televisore rimasto senza immagini, due poltrone, ossa sparpagliate a terra; oggetti presi, spostati, usati senza un costrutto apparente in quello che diventa una sorta di delirio personale della danzatrice in scena.

Altro cambio di teatro, e ormai la notte incombe, per “Bound”, coreografia di Steve Paxton del 1982, reinterpretata da Jurij Koniar, una serie di quadri tenuti insieme dalla stupore con cui si guarda la vita scorrere sui fotogrammi aperti sulla quotidianità. Ancora attuale e sorprendente per certi versi, ne segna la lontananza nel tempo l’essenza stessa dell’attuale interprete, un corpo simile, una danza simile a quella di Steve Paxton ma non uguale, come d’altra parte sarebbe impossibile ottenere se si parte dal presupposto che ogni essere umano è unico e irripetibile nel suo genere. L’osservare questa sottile differenza rende ancor più evidente la caratteristica propria della danza contemporanea, la cui frammentazione e ricerca lega indissolubilmente un brano coreografico al suo ideatore.

Di Stefano e Paxton subito dopo la cerimonia di premiazione
Di Stefano e Paxton subito dopo la cerimonia di premiazione
Proprio da Steve Paxton si riparte il giorno successivo; nella sala di stucchi e tendaggi di Ca’ Giustiniani gli viene conferito il Leone d’Oro alla carriera, Leone d’Argento per Michele di Stefano. Anche questi due segni chiari, tangibili, di un pensiero profondo che sostiene tutta la Biennale: vengono premiati due ricercatori del gesto, con uno sguardo al passato, come eredità che resta, e uno al futuro, di ciò che potrà essere aperto.
Due personalità lontane dai compromessi del mercato, che accettano l’onore e l’onere del premio con la semplicità tipica delle scelte pure.

La terrazza aperta sul sole della laguna accoglie il momento conviviale dove si intrecciano pensieri e considerazioni, dove si ragiona e ci si confronta sui tanti temi che un contatto così continuo con la danza inevitabilmente riporta alla luce. Il più importante e sentito è sempre quello che riguarda la formazione, la sua necessità di ritrovare spazi e tempi più congrui perchè il sapere abbia il tempo della sperimentazione e della sedimentazione. Qualcosa è stato fatto dalle due edizioni della Biennale guidate da Sieni, molto ancora resta da fare.

E’ già tempo di riprendere il viaggio antropologico nella pancia della città. Una sala stupenda nel suo gioco di stucchi colorati ospita i ricami dei corpi di Saburo Theshigawara e Rihoko Sato; leggera ed eterea lei, spezzato, frammentato e in continua evaporazione lui, si rincorrono senza mai incontrarsi tra le colonne che li dividono e li incorniciano.

Di nuovo fuori, nel campo, dove incontriamo il gruppo di allievi di Anton Lachky, danza energica, sudata, fumettistica, giocata sulla musica classica, in uno stridente contrasto.

Boschetto di Ramona Caia e Sara Sguotti
Boschetto di Ramona Caia e Sara Sguotti
Tutta l’agitazione si placa attorno al “Boschetto”, giardino incantato installato in un Campo dove due Cappuccetti Rossi arricchiscono di trame corporee il verde degli alberi, degli arbusti, del prato. Un tempo di fiaba sospeso.

I piedi ci conducono nuovamente all’Arsenale, per il secondo episodio di Vita Nova, dove i giovani interpreti provenienti dalla Marche e affidati alle cure di Helen Cerina ci mostrano un lavoro più leggero e ludico rispetto allo spettacolo della stessa sezione visto il giorno prima, più accattivante ma meno profondo.

Mentre il sole nuovamente tramonta sulle onde lievi della laguna, ecco l’ultimo spettacolo della giornata, la reinterpretazione della “Sagra della Primavera” a cura di Laurent Chétouane.
Al contrario dell’edizione originale, nessuno viene sacrificato, ognuno dei sette possibili “eletti” vieni riassorbito all’interno del gruppo. Lungaggini, ripetizioni, chiusure eluse innervosiscono però il pubblico; ma nel dopo, quando la visione si è sedimentata, avanza la sensazione di aver visto veramente qualcosa di interessante e nuovo. La fermezza con cui viene analizzata la possibilità di costruire una socialità attraverso la danza stupisce, come stupisce il gesto che nasce sul momento senza matrici strutturali conosciute, cosicchè quando queste appaiono risultano nuove, vivificate e ancora più potenti.

Si conclude così questo viaggio attraverso il corpo della Biennale, che come tutti i corpi contiene in sé fragilità, sconnessioni, potenze; ma la Biennale non chiude. Questo “arcipelago organico di avvenimenti tra pratiche e visioni” proseguirà nei week-end di luglio con i 27 quadri del “Vangelo secondo Matteo”, opera summa di Virgilio Sieni che ha coinvolto 200 interpreti provenienti da varie parti d’Italia, altro “viaggio nelle pieghe dei volti e nel divenire del gesto”.

JONATHAN BURROWS E MATTEO FARGION – Body non Fit for Purpose
in collaborazione con Kaaitheater Brussel, PACT Zollverein Essen, Sadler’Well Theatre Londra, BIT Teatergaraisjen Bergen

JÉROME BELL – Senza titolo
coreografia Jérôme Bell
con Caterina Basso, Chiara Bersani, Gleni Caci, Matthieu Ehrlacher, Eva Geatti, Jacopo Jenna, Nicolò Meggiato, Paola Stella Minni, Camilla Monga, Mauro Romito, Andrea Sassoli, Yari Stilo
produzione La Biennale di Venezia

MICHELE DI STEFANO_MK – Sahara para todos
coreografia Michele di Stefano
con Alberto Baraghini, Mauro Bernardi, Marta Biddau, Stefania Carvisiglia, Eugenia Coscarella, Elisa d’Amico, Chiara Gamberini, Anna Marocco, Donatella MOrrone, James Phillips, Annalisa Rainoldi
produzione La Biennale di Venezia

ADRIANA BORRIELLO – Tacita Muta
coreografia Adriana Borriello
con Gaia Benassi, Andrea Bretti, Elisabetti Bordoni, Susanna Pinalto
musicista Letizia Renzini
assistente Valeria Diana
produzione La Biennale di Venezia

COMPAGNIA ENZO COSIMI – Sopra di me il diluvio
regia, coregrafia, scene, costumi Enzo Cosimi
collaborazione alla coreografia Paola Lattanzi
con Paola Lattanzi
video Stefano Galanti
musiche Chris Watson, Petro Loca, Jon Wheeler
fruste sciamaniche Christian Dorigatti
disegno luci Gianni Straropoli
organizzazione Maria Paola Zedda
in collaborazione con Teatro Comunale CIttà di Vicenza, Arteven, Electa Creative Arts, Milano Teatro Scuola Paolo Grassi

STEVE PAXTON – Bound
con Jurij Koniar
coreografia Steve Paxton
musica coro femminile della Radio e Televisione Bulgara, The Canadian Brass, paesaggi sonori

ANTON LACHKY – A demain

coreografia Anton Lachky
con Giulia Cenni, Francesca Chiodi Latini, Nicola Cisternino, Michela Cotterchio, Cristina
D’Alberto, Riccardo De Simone, SIlvia Filippi, Laura Ghelli, Luisa Memmola, Alice Raffaelli, Laureline Richard, Amalia Ruocco
produzione La Biennale di Venezia

SABURO TESHIGAWARA/KARAS – Eyes Off
coreografia, luci, costumi Saburo Teshigawara
con Saburo Teshigawara, Rihoko Sato
assistente luci Sergio Pessanha
produzione La Biennale di Venezia

HELEN CERINA – Post Grammatica
coreografia Helen Cerina
con Serena Boccacini, Daria Del Moro, Alexia Giaconi, Elisa Grandicelli, Elisabetta Poeta, Iacopo Maria Troiano
musica Luca Losacco
produzione la Biennale di Venezia
in collaborazione con AMAT & Civitanova Danza per Civitanova Casa della Danza

LAURENT CHÈTOUANE Sacré sacre du Printemps
coreografia Laurent Chétouane
con Joséphine Evrard, Kathryn Enrigth, Senem Gokce Ogultekin, Matthieu Burner, Joris Camelin, Charlie Fouchier, Mikael Marklund
musica Igor Stravinsky, Leo Schmidthals
scene patrick Koch
costumi Sophie Reble
drammaturgia Leonie Otto
collaborazione artistica Anna Melnikova, Sigal Zouk
video Tomek Jeziorski
luci Stefan Riccius
bodytraining Patricia Brülhart
produzione Christine Kammer, Sacré GbR
in collaborazione con Fondazione Culturale della Germania Federale (Kulturstiƒtung des Bundes) e del Sindaco di Berlino – Senatskanylei – Kulturelle Angelenheiten
co-produzione Ruhrtriennale, PACT Zollverein Essen, Tanzquartier Vienna, Theater Bremen, Recontres chorégraphiques internazionales de Seine-saint-Denis (Francia), Kaaitheater Bruxelles, Kampnagel Hamburg

RAMONA CAIA – SARA SGUOTTI Boschetto

Venezia, 20 – 21 giugno 2014
BIENNALE DANZA

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  1. says: Yari

    Peccato che non hai fatto nessuna reale critica, positiva o negativa che sia. In ogni caso il tono narrativo e poetico finisce per rispecchiare il reale appiattimento della Biennale. Almeno avresti potuto recensire i fantastici pezzi di Cristina Rizzo.

  2. says: stefania

    Gentile Yari, il mio intento era quello di restituire uno sguardo complessivo sui due giorni che ho trascorso alla Biennale e non di fare una critica specifica su ogni pezzo che ho visto. E’ stata un precisa scelta dettata anche dalla quantità non indifferente di spettacoli che si sono succeduti. Se hai piacere di approfondire su qualcosa di specifico a cui ho assistito sono ben contenta di parlarne con te, e articolare in maniera più approfondita il mio pensiero. Non ho recensito i pezzi di Cristina Rizzo semplicemente perchè non sono riuscita a vederli, e non capisco il tuo riferimento a una appiattimento della Biennale, che a me invece è sembrata, come appunto ho scritto, la declinazione multiforme di un pensiero molto preciso.

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