A Milano la trilogia di una delle voci emergenti della scena italiana, Premio Hystrio Iceberg 2023
Ciccio entra in scena con un tutù rosa.
Nessuno lo commenta. Nessuno sembra stupirsi nel vedere quel corpo enorme, peloso, fasciato in un body attillato e incoronato ai fianchi da una nuvola di tulle. Il segno è lì, evidente e insieme non detto. Serve forse più a noi che agli altri personaggi: padre e fratello trattano Ciccio come un corpo fuori posto anche prima di nominarne il sogno; anche se fosse vestito “come tutti gli altri” sarebbe inadatto.
In “La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza”, testo di Alberto Fumagalli, con Damiano Spitaleri, Alberto Gandolfo e Federico Bizzarri, lo spazio è scarno: un tavolo, cassette di legno, farina, qualche ortaggio, pochi oggetti capaci di cambiare funzione con spostamenti minimi. Le cassette diventano letto, il tavolo recinto, la farina polvere di palcoscenico o spreco, a seconda dello sguardo che la attraversa. Gli attori costruiscono l’ambiente con il corpo, con una gestualità marcata, con un ritmo battuto che tiene insieme brutalità comica e malinconia.
È qui che si apre l’attrito più profondo del lavoro di Les Moustaches tra sogno e realtà o, ancora meglio, tra ciò che un corpo desidera e ciò che il mondo è disposto a concedergli.
Al Teatro Menotti di Milano, la compagnia bergamasca ha presentato una trilogia composta da “I cuori battono nelle uova”, “La fame. La parabola dell’uomo che fece tutto per amore” e “La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza”. Qui ci fermiamo sui due spettacoli visti a pochi giorni di distanza: “La fame” e “Ciccio Speranza”, due lavori diversi per impianto scenico e temperatura, che si domandano cosa accade quando il desiderio eccede il posto che gli è stato assegnato.
In “Ciccio Speranza” la povertà dello spazio è una condizione del suo mondo. Tutto è poco, consumato, insufficiente. Proprio per questo il sogno del protagonista appare enorme, sproporzionato, quasi ingovernabile. Dice Ciccio in scena: «Io tengo un suogno che into cassetto de meo comodino note ci può star papazzi. Es così grande che pare ol suogno de un gigante».
Come possiamo immaginare Ciccio ballare, andare via, altrove e lontano da quella famiglia che è tutto quello che ha? «Io voio danzar, io voio bailar. Voio diventar ol più grande ballerino che ci sia».
La farina gettata in aria diventa per Ciccio effetto scenico, luce, movimento, mentre per il padre è perdita, spreco, minaccia all’ordine minimo della sopravvivenza. Lo stesso gesto contiene già tutto il conflitto.
La scena sembra inizialmente costruire una traiettoria quasi classica e vediamo il desiderio, l’ostacolo, l’alleanza, la possibilità. Il fratello, dopo la condivisione di un segreto, diventa confidente e appoggio. «Se io legazzi co spago de corda luccioletta co luccioletta e luccioletta co luccioletta e luccioletta co altra luccioletta ancora, diventar collana d’amore». Dennis insegue un sogno d’amore e per un momento pare aprirsi, proprio per questo motivo, una fessura che ci fa desiderare tanto che Ciccio ce la faccia. Ma il sistema familiare resta più forte di ogni deviazione. Non esplode e riassorbe tutto. E forse la crudeltà maggiore sta proprio nel fatto che il sogno non viene distrutto in modo spettacolare, ma lentamente disarmato.

Il tutù, alla fine, Ciccio se lo toglierà da solo. Ma il suo gesto non lo libera. Lo espone mezzo nudo e innocente. Avremmo voluto per lui un corpo finalmente emancipato, e ci troviamo di fronte un corpo senza più la propria insegna, vulnerabile, dimezzato, consegnato a ciò che quel mondo è disposto a tollerare. «Va bien Dennis, va bien così» ma in platea stringiamo i denti: no, non va bene così.
Se il sogno di Ciccio è grande quanto il suo corpo, la fame di Virtuosa e Sagrestano è anch’essa sproporzionata. Per Virtuosa grande quanto la sua gola, per Sagrestano quanto il suo desiderio di conoscere la figlia che Virtuosa partorirà.
Ballare, andare via, non avere più fame, immaginarsi altrove, saziare i propri desideri in un mondo che non mette appetito, bensì priva e affama. Un mondo, quello di questi personaggi, che vive di contrasti forti e inconciliabili.
Con “La fame”, testo di Fumagalli interpretato dallo stesso autore insieme a Chiara Liotta (Sagrestano e Virtuosa), il movimento cambia direzione ma il contrasto rimane. Sagrestano e Virtuosa abitano una fiaba feroce, quasi una parabola nera.
Hanno fame, e quella fame cresce fino a diventare più grande dei loro corpi. Se Ciccio desidera un altrove impossibile, Virtuosa desidera tutto: il cibo, il mondo, infine ciò che sta oltre il mondo, perché la fame è così abnorme che si può solo soccombere al suo trangugiare, ingollare e macinare di denti.

Il rosso del suo costume invade la scena nella sua espansione carnivora: «Portami la luna, sì portami la luna che c’ho fame». Il corpo della donna comincia a coincidere con l’ambiente, e la sua fame da mancanza diventa una forma dello spazio. Non più uno spazio povero in senso stretto, ma un grande baldacchino, o stanza, o parallelepipedo rivestito di tessuti verdi, pesanti, drappeggiati; una seduta, una scala, un disegno luci netto, tagliente, capace di incidere figure e ombre. Anche qui gli elementi non sono molti, ma producono comunque densità.
Il contrasto tra i due spettacoli è sulla rappresentazione del desiderio. In “Ciccio Speranza” viene ristretto, disciplinato, reso impraticabile. In “La fame” perde argini, diventa appetito senza misura. Da una parte un mondo che impedisce di sognare; dall’altra un mondo in cui il desiderio non sa più fermarsi. In entrambi i casi, però, non c’è liberazione e c’è un corpo che non trova posto perché troppo grande, troppo affamato, troppo fragile, troppo ostinato. Anche quando sembra aprirsi uno spazio (il fratello di Ciccio che diventa suo alleato oppure l’accordo tra Virtuosa e Sagrestano per dare alla luce una bambina desiderata in un mondo affamato), il sistema malato resta intatto, inguaribile e pronto a riassorbire ogni deviazione o a divorare chi sogna.

A tenere insieme questi universi è soprattutto la scrittura di Alberto Fumagalli. Una lingua ibrida, impastata di italiano, inflessioni dialettali, deformazioni fonetiche, parole che sembrano rimanere riconoscibili solo per un istante prima di scivolare altrove. Non cerca naturalezza. Non simula il parlato quotidiano. Lavora piuttosto su una materia vocale ruvida, orale, carnale, dove la frase non procede sempre per sviluppo, ma per ritorni, inceppamenti, accumuli, ostinazioni.
Sul piano lessicale, Fumagalli altera le parole quel tanto che basta per renderle familiari e instabili insieme. Sul piano sintattico, insiste: ripete, martella, torna sugli stessi nuclei, come se la lingua non volesse spiegare ma scavare. Sul piano semantico, tiene insieme basso corporeo e slancio immaginativo: cibo, terra, merda, lavoro, fame, ma anche danza, lucciole, mare, luna.
È una lingua che non descrive soltanto il mondo dei personaggi: ne fissa i confini. In “Ciccio Speranza” diventa recinto, misura ciò che può essere pensato e ne “La fame” si fa voragine, materia che inghiotte e dilata. La ripetizione è stile ma anche altro. È fame della lingua, ostinazione del bisogno, forma stessa del desiderio quando non trova un ordine in cui stare.
Les Moustaches costruisce così una poetica fatta di attriti: sobrietà scenica e immagini violente, comicità bassa e improvvisi scarti lirici, corpi grotteschi e precisione formale, fiaba e tragedia. Forse in futuro questa loro riconoscibilità rischierà di diventare formula e l’eccesso finirà per chiudersi nella propria efficacia, ma per ora l’insieme delle scelte registiche, attorali, scenografiche e drammaturgiche impastano una poetica che riesce a produrre in una modalità inquietante non soltanto desideri impossibili, ma anche i mondi che li fabbricano, li autorizzano, li deformano o li divorano.
LA DIFFICILISSIMA STORIA DELLA VITA DI CICCIO SPERANZA
Un testo di: Alberto Fumagalli
Con: Damiano Spitaleri, Alberto Gandolfo e Federico Bizzarri
Regia: Ludovica D’Auria e Alberto Fumagalli
Assistente alla regia: Tommaso Ferrero
Costumi: Giulio Morini
Responsabile organizzativo Les Moustaches: Pietro Morbelli
Foto: Serena Pea
Produzione: Società per Attori e Accademia Perduta Romagna Teatri
Premi:
Direction Under 30 – Finalista 2020
Roma Fringe Festival 2020 – Miglior Spettacolo, Premio della Critica, Premio Fersen
In-Box – Finalista 2021
Durata: 1h 02’
LA FAME – LA PARABOLA DELL’UOMO CHE FECE TUTTO PER AMORE
Drammaturgia: Alberto Fumagalli
Regia: Ludovica D’Auria e Alberto Fumagalli
Con Chiara Liotta e Alberto Fumagalli
Costumi: Giulio Morini
Assistente alla Regia: Tommaso Ferrero
Luci: Giulia Bandera
Scene: Davide Moriggi
Responsabile Organizzativo: Pietro Morbelli
Produzione: Les Moustaches, Accademia Perduta Romagna Teatri
Con il sostegno di: Toscana Terra Accogliente, Fondazione Toscana Spettacolo, Teatro Metastasio, Catalyst, Murmuris, Archètipo, Teatro Popolare d’Arte
Durata: 1h 04’
Visti a Milano, Teatro Menotti, il 24 e 26 aprile 2026
