Iaia Forte e Lino Musella sono madre e figlio in questo testo scritto nel ’93
Il testo di Fabrizia Ramondino, della cui opera è in corso da alcuni anni una stagione di renaissance, è stato pubblicato da Einaudi con la cura di Ippolita Di Majo, moglie di Mario Martone e sua assistente in questa messinscena (co-sceneggiatrice in altre occasioni), ed è uscito in libreria per la prima volta lo scorso anno, dopo il debutto napoletano dello spettacolo nel 2023 – la scena iniziale ne illustra infatti la copertina. Quella messinscena è anche la nostra.
“Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo” risale al 1993 e gravita attorno al personaggio del compositore, protagonista del monologo che occupa gran parte dei tre atti, e che solo apparentemente si declina in dialogo con le donne del titolo, disposte in ordine di età, che corteggiano la sua vita: la madre, la moglie, la figlia.
Martone, a cui Ramondino era legata da fili diversi di collaborazione personale (da citare almeno la partecipazione della scrittrice napoletana alla sceneggiatura di “Morte di un matematico napoletano”), ha lavorato sul testo sotto il segno di una fedeltà così didascalica da sovrapporsi alle didascalie vere e proprie, fin nelle indicazioni di senso e nell’ambientazione: quella di un salotto napoletano decadente, la “stanza” del titolo.
La decadenza: è questa l’aria greve che si respira per tutta la pièce. Il compositore, a cui non arride il successo per la sua qualità sprezzante delle convenzioni musicali e, anche, in parte, umane e commerciali, svende poco per volta il suo patrimonio di mobilio e quadri di valore per acquistare, in modo quasi paradossale, un quartetto di strumenti ad arco (del tipo “alla Rossini”, con contrabbasso, ma con la viola al posto del secondo violino) che si compone sul palco atto per atto.
Se il protagonista simboleggia il pianoforte, lo strumento armonico e principe di ogni formazione, alla cui mole sul palco si siede spesso, le tre donne della sua vita, accompagnate dal ragazzo della figlia, lasciano una dopo l’altro la scena, sostituite dal loro correlativo strumentale (di cui, però, non udremo la voce): la madre instabile / violino, la moglie semi anaffettiva / viola, la figlia / violoncello, l’amico / contrabbasso.

Il testo in sé si segnala per il dettato monologante del protagonista, come si diceva, agito da un Lino Musella relativamente contenuto, a tratti aderente al compiacimento del testo, proiettato verso un pubblico per il quale il personaggio del compositore funge da tramite con il palco. Il suo stesso divanetto settecentesco è proteso sghembo e apparentemente precario, aggettante sulla platea, e spunta e si nasconde, atto dopo atto, tra le anse di un opulento sipario rosso.
Si tratta di un dettato, quello assegnato alla parte del protagonista, autoreferenziale: il compositore non fa che parlare di sé, con un tono sentenzioso, traboccante di artifici e a volte stremato da pseudo-sillogismi, calembour che vorrebbero suonare barocchi e cervellotici, insistite anafore vorticanti sul suono e parallelismi coatti: “Esiste un senso compiuto? / Il punto / Punto e basta / Punto e da capo / Punto per punto / Punti sull’i / Per l’appunto / Appunto / Per un punto Martin perse la cappa”; “La dolcezza della vicinanza / l’amarezza della separazione / l’amarezza della vicinanza / la dolcezza della separazione”; “Prima è stata troppo / poi non è stata niente / Comunque è sempre stata troppo / Era di troppo / quando ero troppo per lei / è egualmente di troppo / ora che non sono niente per lei”, riferito alla madre della figlia.
Si titilla poi, il testo, con allusioni edipiche, con scivolamenti borghesi nel sessuale para-freudiano, rimestando senza soluzioni (è una scrittura che non ammette sbocchi, tranne l’uscita di scena dei personaggi) in un bacino già individuabile nelle prime battute, il cui torbido né si inspessisce né si depura.

Attorno a questa maschera un po’ bolsa del protagonista, gravitano le altre figure. Quella della madre, impersonata da Iaia Forte, ha i tratti di una decadenza che è garanzia di continuità genetica con il figlio, del quale soprassiede alle scostumatezze. Coltiva amanti, lei, viaggia con una cappelliera, a onta dell’anacronismo, e mangia cioccolatini: “Mai avuti problemi di linea”.
L’antinaturalismo con cui, sempre in un registro espressivo (e, naturalmente, sonoro) più lanciato, più puntuto di quello di Musella, aggredisce ma sostanzialmente lascia inalterata la materia del palco sotto il suo passaggio, trova riscontro nell’asciuttezza che Martone deve aver richiesto a Tania Garribba, il cui personaggio, “la madre della figlia”, viene giocato come spalla al protagonista, ora “scimmia”, ora “cagna” (ma tutto rigorosamente solo sul piano del testo), rievocante un passato in cui l’amore sembra essere stato soprattutto una lotta di protagonismo tra due primedonne. Né l’amante né la madre, tanto nel testo quanto nella sua traduzione scenica, parla davvero con il protagonista.
Più insinuante o critica, o se non altro più curiosa, la performance di India Santella che, come il suo personaggio, sembra creta ancora imperfetta nella forma, e dunque, paradossalmente, suscettibile di lasciare adito a lievi stonature, a piccole fertili imperfezioni che sembrano, talvolta, il miglior alito di vita del palco, come nel suo chiacchiericcio con il fidanzato (alla Marivaux, come suggerisce in didascalia acutamente l’autrice), il “ragazzo” del titolo, a cui il testo riserva poche battute, o quando tocca il corpo del compositore, come inacidito e ingiallito dal whisky che si serve volentieri.
Chiude il gruppo l’accaparratore dei beni, il factotum che approfitta dello stato della casa in declino, scambiandoli con gli strumenti, in una sorta di testamento materiale, di eutanasia al mondo (ma non di un mondo), un quasi-Čičikov, un imperfetto Lopachin.
Ma a sigillare veramente la lista delle dramatis personae va citato il quartetto d’archi, portato in scena in una forma ambigua di sagome metalliche grigie, dal manico giallo, concessione forse a uno scivolamento verso il convenzionale di un’impostazione di palco invece realistica, contro cui, come si è visto, la recitazione sembra impattare senza generare evidenze specifiche di senso. Oggetti scenici ancor più perfettamente afoni dei personaggi, gli strumenti tacciono.
Ciò nonostante, il mestiere, l’esperienza di Martone, e magari anche il suo amore per l’autrice, riescono a tenere insieme il lavoro, gli consentono di srotolare senza insopportabili pesantezze, con una compagnia tecnicamente avvertita, una pièce che sembra oggi, forse persino più che nel ’93, opinabile quanto a urgenza. E che, forse, si sarebbe più convenientemente giovata di un lavoro registico meno in punta di dita, sottoposta insomma a uno sguardo più critico, più coraggioso, perché potesse, chissà, aggiungere qualcosa alla sintomatica battuta infilata, quasi a tradimento, dal protagonista in mezzo a uno dei suoi subissi verbosi: “Mai avuto concezioni del mondo / solo stati d’animo”. Una battuta che, invece, rischia di farsi epigrafe dell’intero progetto nel suo insieme.
STANZA CON COMPOSITORE, DONNE, STRUMENTI MUSICALI, RAGAZZO
testo inedito di Fabrizia Ramondino
regia e scene Mario Martone
con Lino Musella, Iaia Forte, Tania Garribba, Giorgio Pinto, India Santella, Matteo De Luca
costumi Ortensia De Francesco
con i contributi di Ernesto Tatafiore (strumenti musicali), Pasquale Scialò (sinfonia degli attacchi), Anna Redi (tango)
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
Durata: 1h 10′ (atto unico)
Applausi del pubblico: 2′
Visto a Roma, Teatro Vascello, il 15 aprile 2026
